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Tutta la musica di Andrea Pazienza

Dell'arte di Paz si è detto tanto, ma che rapporto aveva con i dischi? L'abbiamo chiesto alla compagna Marina Comandini, che ci ha detto dell'amore per Pino Daniele, Mina e Supertramp, e dei concerti di U2 e Bowie

Andrea Pazienza

Foto: Marina Comandini

Nella seconda metà di un afoso pomeriggio di fine giugno, finalmente – dopo una serie di contatti via email e WhatsApp – riesco a combinare un appuntamento telefonico con la signora Marina Comandini, ovvero la compagna, musa e moglie di Andrea Pazienza (anche lei un’apprezzatissima autrice e fumettista, peraltro).

Andrea manca da oltre 30 anni, ma Marina – con grande impegno e passione – continua a curare la sua legacy, affinché la memoria di questo artista unico, trasversale e inimitabile resti ben viva nella memoria collettiva. Dell’arte di Paz – a livello grafico e autoriale – si è detto tanto nelle sedi più diverse. Ma una curiosità da soddisfare meglio resta: qual era il lato musicale di Andrea? Cosa gli piaceva ascoltare? Che ruolo aveva la musica nella sua arte e nella sua vita? Era rock? Era pop? Era avant-garde? Sicuramente era Pazienza, un talento indescrivibile, dalla vivace curiosità in ogni campo.

È abbastanza evidente, da molti “segnali”, che Andrea amava la musica…
Assolutamente sì. Andrea, fondamentalmente, disegnava con la musica: aveva sempre una colonna sonora mentre lavorava – tranne forse quando scriveva i testi, ma chiaramente quello era un momento diverso. Però quando disegnava ascoltava musica.

Ricordi se Andrea aveva un gruppo o comunque degli artisti preferiti, che ascoltava o seguiva più da vicino?
È un discorso particolare… quello che voglio dire è che Andrea era sempre molto entusiasta delle cose che lo circondavano e in un dato momento lo appassionavano. Per cui ci sono stati tanti autori diversi che gli sono piaciuti e che, in un momento determinato, lo hanno coinvolto. Quindi, come dire, questi interessi dipendevano anche molto dal contesto storico, dall’istante in cui li scopriva. Per esempio, Gino Castaldo mi raccontava come lui e Andrea, una volta, siano stati per ore a cantare insieme tutto Nero a metà di Pino Daniele, di cui Andrea era pazzo. Non ti saprei datare questo evento con precisione, ma sicuramente è accaduto prima del 1984 (l’album in effetti uscì nel 1980, nda). Poi negli anni in cui siamo stati insieme c’era una serie di autori e musicisti che ascoltava normalmente, come ad esempio i Supertramp e i Manhattan Transfer (questi ultimi un po’ meno). Amava moltissimo Battisti, gli piaceva cantarlo a squarciagola, e quando uscì Don Giovanni – il primo album con i testi firmati da Pasquale Panella, dopo la separazione da Mogol – gli piacque davvero tanto: lo ascoltava a ripetizione. Poi poco dopo (nel 1987, nda) uscì anche Rane supreme di Mina, un disco molto particolare di cui Andrea era entusiasta.

Spaziava decisamente quindi: sia in ambito italiano che straniero.
Sì, anche se in realtà lui, non parlando l’inglese, alla fine preferiva la musica italiana. Però aveva una serie di passioni come ad esempio i Residents e Lou Reed, cose che si sentivano all’epoca, piuttosto rock come impronta. Poi ovviamente, negli anni in cui è stato a Bologna, i suoi gruppi di riferimento potevano essere i Gaznevada e gli Skiantos, musica d’ispirazione più punk. Ma allo stesso tempo amava moltissimo anche Una carezza in un pugno, Azzurro e altre canzoni di Adriano Celentano: tutti pezzi che gli piaceva cantare. Perché Andrea era molto intonato e adorava cantare.

Suonava qualche strumento?
No, assolutamente no.

Aveva una collezione di musica? Che rapporto aveva con i dischi?
Secondo me Andrea si comportava con i dischi così come faceva coi suoi disegni. Non aveva alcun senso del collezionismo: ascoltava, consumava la musica, ma non la collezionava. Ricordo che ci fu un periodo in cui un suo cugino gli mandava delle compilation su cassetta: le faceva apposta per lui e raccoglievano ciò che pensava potesse piacere ad Andrea. Io ho ancora questi nastri, fra le sue cose che ho ereditato. C’è anche da dire, però, che Andrea ha cambiato casa molte volte nel corso della sua vita e in questo modo ha perso o lasciato indietro parecchie cose – sicuramente anche dischi e musica.

Come noto, Andrea ha disegnato anche alcune bellissime copertine di album. In particolare mi ha colpito il fatto che ne abbia realizzate ben quattro per Vecchioni. Fra loro c’era qualcosa che sembrerebbe trascendere la semplice dinamica del rapporto professionale…
L’origine della loro amicizia risale a un periodo in cui non conoscevo ancora Andrea. Considera che Vecchioni e tutta un’altra serie di personaggi – del calibro di Paolo Conte ad esempio – presenziavano regolarmente al Premio Tenco, che all’epoca era una cosa fantastica, veramente una sorta di contro-festival di altissimo livello: molto probabilmente loro si sono conosciuti proprio in una di queste occasioni, in cui succedevano davvero cose speciali. Per farti un esempio, un anno in cui ho presenziato anche io, c’era Vecchioni, ma c’era anche Tom Waits come invitato: era venuto grazie a Benigni. C’era tutto un gruppo di personaggi, fra cui alcuni maggiorenti di Sanremo che si adoperavano per finanziare l’evento, e quello che ne nasceva era una manifestazione in cui gli artisti si divertivano moltissimo, creando situazioni in cui potevano fare serate insieme, interagire… e fra loro accadevano cose. Tutti partecipavano in amicizia: ad esempio Waits venne semplicemente in cambio di una settimana – per lui e famiglia – in un albergo di Sanremo. A parte questo, per tornare all’argomento iniziale, comunque ad Andrea sicuramente piaceva molto la musica di Vecchioni.

Andrea era amico anche di David Riondino…
Sì, erano molto amici e facevano uno spettacolo fantastico, insieme, legato alla rivista Tango (l’inserto umoristico dell’Unità ideato e diretto da Sergio Staino, pubblicato dal 1986 al 1988 a cadenza settimanale, nda). Per farti un esempio, mi ricordo una serata a Roma – forse addirittura al Teatro Vittoria, ma non vorrei sbagliarmi – in cui David suonava e cantava le sue canzoni mentre, in tempo reale, Andrea realizzava dei disegni su una lavagna luminosa. Non conosceva le canzoni e i testi, ma improvvisava e disegnava sul momento, velocissimo, nel corso della performance.

A bruciapelo: tu hai un brano o un disco che identifichi immediatamente con Andrea o con un momento della vostra vita insieme?
Sicuramente ci sono più canzoni che mi fanno questo effetto, per motivi diversi. Di sicuro una è Una carezza in un pugno, di cui parlavamo poco fa, perché mi rievoca i momenti in cui andavamo in giro in moto, cantandola insieme. Poi ci sono un altro paio di pezzi… in particolare Fragile di Sting – anche Sting e i Police gli piacevano molto. Quando siamo stati in Brasile, Sting aveva appena pubblicato una versione cantata in portoghese della canzone. Ho ancora quella cassetta, la comprammo proprio in Brasile, nel 1988.

Andrea Pazienza e Marina Comandini in Brasile. Foto: Marina Comandini

Andavate a vedere i concerti? Vi piaceva?
Sì, lo facevamo e ci piaceva molto. Però vivevamo in campagna, una cosa che influenzava molto la fruizione di eventi del genere. Mi ricordo che in occasione di un nostro compleanno – eravamo nati entrambi lo stesso giorno, il 23 maggio – ci regalarono i biglietti per andare a sentire David Bowie nel Glass Spider Tour e gli U2 nel tour di The Joshua Tree. Era il 1987 e andammo a vedere prima gli U2… cosa vuoi che ti dica: dopo avere visto loro la sensazione era che non ci fosse altro, avevano un impatto fortissimo. Andrea poi disegnò anche una storia inserita in La prolisseide – Tutti gli uomini importanti che mi hanno conosciuto, per raccontare del concerto di Bowie. Nella storia lui parla della volta in cui ha incontrato “Devid Boiv”: si vede anche il disegno di un ragno, che era quello della scenografia del palco, super-spettacolare ed elaborata. Era un contrasto forte con gli U2, che si presentavano solo con quest’immagine di un albero di Giosuè sullo sfondo, ma erano potentissimi, e avevano una forza travolgente rispetto a Bowie, che invece fece un concerto più rarefatto, raffinato, soft. C’era una grande differenza che io – per gusto mio – ho percepito… e credo che anche Andrea sentisse qualcosa di simile. Tanto che poi ha disegnato appunto questa storia breve, in cui a un certo punto scrive: “Proprio alla metà di una canzone tristissima, che lui cantava pianissimo, gli ho urlato da sotto, fortissimo: ‘Boiv! Boiv! Sono Spaz! Sono Qui! Hey! Yuuuuuuh! Lui mi ha guardato (male) e così mi ha conosciuto”.

Andrea ha sempre evocato – forse anche per via del modo in cui è stato raccontato nel corso degli anni – un’aura rock, ma è palese che i suoi orizzonti musicali erano molto più ampi e sfaccettati. Un po’ come la sua arte…
Esatto. E vorrei dire che Andrea era così in tutto: anche nelle sue letture… ad esempio è stato capace di leggere il Mein Kampf di Hitler, per dire. Sicuramente non è un libro che ha affrontato con la curiosità di un appassionato, ma l’ha fatto per capire meglio la storia e l’argomento. Ad esempio gli piaceva molto Ken Follett, con tutta la sua serie di libri sulla Prima guerra mondiale, ma anche Sven Hassel, che raccontava la Seconda guerra mondiale vista dalla parte dei tedeschi. Lui non si è mai schierato in un punto preciso e ha sempre voluto essere libero di approfondire situazioni anche molto diverse, da grande artista quale è. Andrea non poteva porsi dei vincoli. Ciò non toglie che avesse una fortissima etica umanitaria. Dentro di sé era ovviamente schierato verso un atteggiamento di empatia nei confronti degli altri, però senza pregiudizi, senza canoni o gabbie: questa è fondamentalmente stata la sua forza. Ed è lo stesso atteggiamento mentale che applicava anche alla musica.

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