Se Napoli fosse un corpo, Tullio De Piscopo ne sarebbe il ritmo cardiaco: sapiente, dinamico, inconfondibile, antico e futuribile insieme. Un battito che non si impara, si eredita dalla propria terra fatta di lava e mare, di ritmo e note, e dai propri geni familiari. Un suono che non si copia, si riconosce.
Tullio non è solo uno dei più grandi batteristi del pianeta. È un linguaggio. È una città che suona. Lui non è solo il suono di una batteria, ma una grammatica del ritmo che attraversa il jazz, il rock, il funk, il tango, senza mai perdere l’accento della città da cui proviene. A pochi giorni dagli 80 anni (che compirà il 24 febbraio), De Piscopo non celebra una carriera: misura una distanza. Quella tra un bambino che guardava le bacchette di suo papà e di suo fratello in casa e un musicista che ha insegnato al mondo – collaborando con i più grandi – come può suonare Napoli quando decide di farsi ascoltare.
Napoli, con le sue crepe e le sue stratificazioni, è una città “porosa”: assorbe tutto e restituisce tutto. Tullio è cresciuto lì, dentro quella porosità, dentro una casa dove la musica non era un’opzione ma un destino. «Io le bacchette le ho viste appena ho aperto gli occhi», racconta. Non è una metafora. Suo padre, Giuseppe De Piscopo suonava la batteria al Teatro San Carlo, nell’orchestra del maestro Giuseppe Anepeta. Tullio ha attraversato più di mezzo secolo di musica lasciando ovunque una firma sonora inconfondibile: dai club fumosi di Napoli alle sale di registrazione di Milano, dai palchi jazz internazionali alle rivoluzioni sonore nate con Pino Daniele e James Senese, fino all’incontro che ha cambiato per sempre la storia del tango moderno con Astor Piazzolla. La sua è una storia di ritmo, ma soprattutto di necessità. Perché, prima ancora di essere musica, il suo suono è stato una risposta alla vita.
Tullio ricordi la prima volta che hai preso le bacchette in mano?
Le bacchette le ho viste appena ho aperto gli occhi, quando ho cominciato a capire il mondo. In casa c’erano bacchette, spazzole, piatti, piattini, tamburi. Le pelli non erano di plastica come oggi: erano pelli animali, si bagnavano per ore e poi si montavano su un cerchio di legno. Questo perché mio padre, Giuseppe De Piscopo – lo chiamavano tutti il saggio Peppe – suonava la batteria nell’orchestra del Teatro San Carlo e in quella del maestro Giuseppe Anepeta. E poi c’era mio fratello Romeo. Grandissimo batterista. Bellissimo.
Romeo è una figura centrale nella tua vita.
Sì. Purtroppo il 27 agosto del 1957 uscì di casa per andare a suonare al Circolo ufficiali della Nato, a Bagnoli, e non fece più ritorno. Ricordo ancora quelle 50 lire che ogni tanto mi fanno le capovolte davanti agli occhi. Me le regalò prima di uscire. Aveva comprato un piatto per la sua batteria nel pomeriggio in via San Sebastiano, la strada dei negozi di strumenti musicali a Napoli: lo avrebbe suonato per la prima volta quella sera
Cosa ricordi di quella notte?
Le urla alle 2 di notte. Io ero in strada perché mio padre era andato a suonare e mia madre era andata a fare una siringa a una persona che non stava bene. Arrivarono tutti in macchina, gridando. Io non volevo crederci. Ci portarono a dormire a casa dei miei cugini, poco lontano. Continuavano a gridare. Io non volevo sentire.
Quando hai capito davvero che Romeo non c’era più?
La mattina dopo, verso le 7 e mezzo. La portiera, donna Peppenella, parlava nel cortile: «Eh sì, signora, Romeo è morto». In quel momento davanti agli occhi ho visto una scala enorme, infinita. Era la vita che dovevo affrontare, salendo gradino dopo gradino.
Avevi solo 12 anni.
Sì. Sentivo i miei genitori parlare di soldi, dell’affitto, delle bollette, delle scarpe da comprare. Ho capito che dovevo fare qualcosa. Così, a 12 anni, ho fatto un progetto: diventare il batterista più grande di tutti. C’è un’immagine che racconta quella decisione: una foto della mia prima comunione, fatta da Strevella, famosissimo fotografo di Porta Capuana, la zona di Napoli dove sono nato. Scrissi sopra: “Costui è Tullio De Piscopo, batterista chiamato Romeo”. In quel momento ho preso il posto di mio fratello: il suo sogno, il suo peso. Tutto quello che ho fatto, che faccio e che farò è ancora per lui. Penso ancora oggi al dolore di mamma. Romeo era il suo primo figlio. Lei era orfana di entrambi i genitori, morti quando era neonata. Uno strazio. Una ferita mai chiusa.
C’è un disco che ti ha cambiato la vita?
In casa c’era sempre la batteria artigianale di papà, ma non potendo permettercelo non avevamo il giradischi. Solo una piccola radio. Io scalpitavo, volevo ascoltare musica, conoscere, ma non sapevo come fare. Un giorno sono andato al mercato della Duchesca, tra i vicoli ai margini di piazza Garibaldi, e sono entrato in un negozio di dischi. Sono rimasto affascinato dai vinili. Volevo qualcosa di jazz, africano, black. Un ragazzo che lavorava lì mi passò un LP: Art Blakey and the Jazz Messengers. Quel ragazzo era Gianni Cesarini, che poi sarebbe diventato un giornalista musicale. Dopo ho acquistato anche un piccolo giradischi usato. Più tardi ho scoperto Max Roach. La vita – incredibile se ci penso ora – mi ha portato a suonare con entrambi.
Quando hai capito che il tuo tocco era diventato riconoscibile?
Chi è sensibile non ha molta autostima. Quando parlano male di te, l’autostima scende. Ma quando sono arrivato a Milano ho capito che lì c’era la musica vera. Lì ho inciso la batteria per un giovane astro nascente, Patrick Samson. Andò subito primo in classifica. Lì avevo messo la firma. Ancora oggi basta un colpo: metti la puntina sull’LP e capisci che sono io.
Milano è stata una svolta?
Sì. A Roma si realizzavano colonne sonore, a Milano si faceva musica, con i festival jazz a portata di treno. Tutte le case discografiche erano lì. E da lì potevi andare ovunque: Bergamo, Brescia, Torino. Era il centro del mondo.
Parliamo dei tuoi fratelli musicali: Pino Daniele, James Senese, Rino Zurzolo, Joe Amoruso.
Mamma mia, se ne sono andati troppo presto, uno dietro l’altro. Con James non servivano prove. Il suo sax è Napoli di notte: Porta Capuana, i vicoli, il respiro. Joe portava i colori, Pino la scrittura, il genio. Rino stava nel mezzo, tra le percussioni e la chitarra, come un collante invisibile. Una rivoluzione musicale che nessun’altra città ha saputo replicare. Nessuno ha fatto quello che abbiamo fatto noi. Una costellazione irripetibile
Tra i grandi artisti che hai incontrato, chi ti ha sorpreso di più?
Wayne Shorter, il sax dei Jazz Messengers di Art Blakey, di Miles Davis e dei Weather Report. Un’umiltà infinita. Durante la registrazione di Maggio se ne va di Pino, Joe Amoruso tremava per l’emozione. Wayne se ne accorse e sbagliò apposta per tranquillizzarlo. Poi disse: «Sorry Joe, ripartiamo». Un gigante.

De Piscopo sarà a Napoli (2 aprile), Roma (9 aprile), Bitritto-Bari (17 aprile), Palermo (20 aprile), Catania (21 aprile), Milano (15 maggio), Torino (16 ottobre). Foto press
Il tuo incontro con Astor Piazzolla: come è avvenuto?
Astor Piazzolla ha lasciato un segno enorme nel mio cuore. Un musicista così è una rarità assoluta. Ero giovanissimo, era il 1974. A Milano c’era una figura chiamata “il convocatore”: lavorava per le case discografiche e chiamava i musicisti per le incisioni senza mai dire per chi si sarebbe suonato. Ti convocava con date e orari, ma andavi in studio completamente all’oscuro di quello che ti aspettava. Un giorno ho risposto al telefono, di solito lo faceva mia moglie, perché io ero sempre in giro in cerca di ingaggi. Mi dicono: «De Piscopo, sei libero il 22 e 23 aprile, ore 9 e 15, agli studi Mondial Sound?». Provo a chiedere per chi fosse, ma avevano già riattaccato. Così ho richiamato perché volevo sapere che tipo di lavoro fosse, che parti della batteria portare. Alla fine mi dicono solo che si tratta di un fisarmonicista. Il nome? Astor Piazzolla. Io non lo conoscevo, pensavo fosse uno dei tanti musicisti romagnoli da balera. La sera stessa sono andato a suonare al Naviglio Grande, un nightclub-ristorante molto noto fuori Milano. Lì ho incontrato Marco Ratti, musicista colto e straordinario, e gli ho raccontato la cosa. Lui mi guarda come se fossi pazzo: «Ma Astor Piazzolla è il più grande bandoneonista di tutti i tempi. Ed è argentino». Aggiunse poi un dettaglio non rassicurante: «È famoso per mandare a casa i musicisti che non sente in sintonia con la sua musica».
Il 22 aprile sono entrato in studio e sono rimasto senza parole: c’era un’orchestra vera, completa, con violini, pianoforte a coda, vibrafono, fiati, timpani. Arriva Piazzolla con una borsa di pelle piena di partiture e una scatola di legno coperta di adesivi dei grandi hotel del mondo. Dentro c’era il suo bandoneón. Apro la mia parte di batteria e mi accorgo che c’è pochissimo scritto. Gli chiedo spiegazioni e lui mi dice: «Io non ho mai usato la batteria, se non qualche percussione. Nel tango non esiste». Gli chiedo come dovessi suonare, se ci fosse una demo. Nessun problema. Apre il bandoneón, allarga il mantice e comincia a suonare. Così ho chiesto una cuffia, sono entrato in cabina e ho suonato d’istinto, inventando in quel momento il groove di Libertango, quello che tutti hanno poi conosciuto. A un certo punto Piazzolla si gira, ferma tutto e dice: «Basta. Questo è il nuovo tango». Poi si rivolse agli altri musicisti: «Adesso tocca a voi essere all’altezza». Quella mattina qualcuno è tornato a casa. Io no.
E Richie Havens?
Un’anima pura. Umilissimo. Abbiamo lavoro insieme nel 1983 per il disco Common Ground prodotto da Pino che conteneva il singolo Gay Cavalier. Ritmicamente mi ha lasciato tantissimo. Con quella mano enorme suonava senza plettro, usando il pollice come capotasto. Quando cantava era pazzesco: stava indietro, poi avanti, poi al centro. Cantava muovendosi nel tempo, avanti e indietro. Era incredibile.
Oggi la musica è più democratica, è alla portata di (quasi) tutti. Ma cosa abbiamo perso?
L’interplay. Oggi si suona da casa, si registra al telefono e poi si assembla tutto via e-mail. Un orrore. Non ci si guarda. Allora si suonava in diretta. La musica non si può fare a distanza. Ogni tanto mi chiamano e mi dicono: «Tullio, ti mandiamo un brano, ci metti la batteria e poi ce la rimandi?». Io rispondo gridando: «Nun ce trase ’a batteria ’ncoppa ’a chiavetta!». La musica vera ha bisogno di sangue sulle mani, di sguardi, di errori. Allora il missaggio era già lì, vivo.
Ottant’anni. Che traguardo è?
Enorme. Sono molto emozionato. Quando ero ragazzo, i quarantenni mi apparivano vecchi. A dicembre sono stato premiato a Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica Italiana, come Ambasciatore delle “100 eccellenze italiane nel mondo” e questa cosa mi ha reso orgoglioso. Festeggerò con chi mi ama con un tour e un progetto discografico. Il tour si intitola 80 Tullio Live 2026 – The Last Tour… Alla fine sulla locandina c’è scritto “Nun ’o saccio!”, perché con il ritmo non si fanno promesse. La prima data sarà il 2 aprile al Teatro Augusteo, nella mia città, lo stesso luogo carico di storia dove mio padre suonava negli anni ’40 accompagnando le grandi compagnie di rivista. Debutterò all’Augusteo a 80 anni, camminando sulle stesse tavole di legno di papà.
Cosa racconta il cofanetto dei tuoi 80 anni?
Tutta la mia vita. 80 Tullio uscirà in primavera e raccoglierà quattro vinili, le prime 80 copie saranno a tiratura limitata e color oro. Ogni vinile avrà un titolo: Golden Age conterrà tutti i miei successi, in Rhythm Session ci saranno brani senza la voce, senza melodia, solo il ritmo, in Drum and Percussion Power pezzi solo batteria, e in Jazz Friend composizioni come Libertango, un brano di Richie Havens e Duo “Bones” di Kai Winding, uno dei più grandi trombonisti di tutti i tempi. In questi quattro dischi c’è tutta la mia vita.













