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Trentemøller fa quello che gli pare

Sono finiti da un po' i tempi dell'elettronica per il produttore danese, che ora è in tour per il suo ultimo "Fixion", un omaggio a Joy Division, Echo and the Bunnymen e Slowdive

Anders Trentemøller. Foto di Sofie Nørregaard

Anders Trentemøller. Foto di Sofie Nørregaard

Trentemøller risponde al cellulare con uno squillante «Hello, this is Anders!», continuando con lo stesso entusiasmo iniziale per tutta la conversazione. Non so se sia sempre così, ma forse le prime date sold out del tour mondiale di Fixion lo hanno fatto salire di giri—e vorrei ben vedere. Se però associate il nome (che è anche il cognome) del produttore danese alla deep house/trance con cui è diventato famoso nei primi Duemila, sappiate che ora la strada è un’altra. La lingua che si parla in Fixion, così come nei suoi due predecessori, è il post punk anni Ottanta, con cui Anders sembra aver trovato il karma che l’elettronica, parole sue, non avrebbe mai potuto dargli.

Il Fixion tour passerà anche per l’Italia, il 14 febbraio allo Spazio 900 di Roma e il 15 al Fabrique di Milano. Tutte le info sul sito di DNA Concerti.

Disturbo?
Non disturbi affatto! Sono nel backstage.

Già iniziato il tour? Come sta andando?
Il tour sta andando benissimo e siamo alla quarta data sold out. È stato il migliore inizio che potessimo sognare.

Com’è la risposta del pubblico? C’è ancora qualcuno che si aspetta un DJ set del vecchio Trentemøller?
No, non più. Un tempo è stato difficile, ma ora non abbiamo più di questi problemi. Il pubblico è fantastico e apprezza anche le canzoni del nuovo album. Si vede proprio, le persone sono coinvolte. Non potrei chiedere di meglio.

Quindi in passato hai avuto problemi con i nostalgici?
Ah, direi proprio di sì. Soprattutto nei live, qualcuno urlava e fischiava un po’ deluso. Ma ti parlo di almeno otto anni fa, quando c’è stato quel cambiamento. C’è stata qualche difficoltà iniziale, ma si sono ben presto ambientati tutti al nuovo suono. Per alcuni poi sta proprio lì il bello di seguire lo sviluppo della mia musica. Se c’è stato qualche problema, è acqua passata ormai.

Secondo te è cambiato proprio il pubblico oppure si è solo adattato alle tue scelte?
È probabile che non sia proprio la stessa gente. Nel senso che fra i volti ai concerti vedo molti ragazzi, molti giovani, e quindi forse non sono gli stessi che ascoltavano i miei primi lavori nei Duemila. Però esiste una grossa fetta di affezionati e sostenitori della prima ora. Vorrei avere dei grafici analitici ma non ce li ho, ti posso solo dire che sanno a memoria le canzoni del nuovo disco!

Trentemøller è una band quindi, non più solo un produttore.
In genere, scrivo i pezzi in studio da solo. Per Fixion mi è capitato anche di lavorare a quattro mani, come per esempio con Jehnny Beth delle Savages, che canta su due mie canzoni, o Marie Fisker, che canta addirittura nei live. Tutti gli strumenti, gli arrangiamenti e i mixaggi che senti nel disco sono opera mia. Dal vivo però siamo una band a tutti gli effetti. Ormai è la stessa formazione da cinque anni, quindi ci conosciamo bene e per qualche motivo c’è intesa sul palco. È stupendo quando le canzoni vengono bene sul palco come nel disco, no?

Sì, infatti sono curioso di vedervi. Tra l’altro, secondo te c’è una relazione fra la nuova ondata post-punk e il fatto che una nutrita parte di questi gruppi arrivi dal Nord Europa?
Può darsi che al Nord abbiamo ascoltato più post-punk che altrove, ma nel mio caso ha a che fare con la musica con cui sono cresciuto. Le band che più mi hanno influenzato sono quelle da cui attingo per i dischi, senza copiarle, senza fare roba nostalgica. Non voglio scrivere dischi-copia di altri, voglio che siano dischi di Trentemøller. Guardo più avanti del semplice retrò, ma mi rendo conto di condividere una certa estetica con le mie band preferite. Non è né qualcosa che voglio nascondere, né qualcosa di forzato o studiato a tavolino. Viene da sé, naturalmente.

Quali sono queste band preferite di cui parli?
Direi Echo and the Bunnymen, Joy Division, Slowdive, My Bloody Valentine: tutte quelle band inglesi che ascoltavo da adolescente e che in qualche modo circolano ancora nel mio sangue. Sono state la più grande ispirazione in questo album già solo per il fatto che ho voluto scrivere veri brani e non soltanto produrli.

Perché allora non hai iniziato la tua carriera direttamente col post-punk?
Molto banalmente, mi sentivo di fare così. In quel momento sentivo che la techno era la cosa giusta da fare. Seguo molto l’istinto, credo che sia il modo più onesto di fare musica. Oggi un disco è uscito post-punk, domani, chissà, potrebbe venire fuori diverso. Provo sempre più direzioni. Quella che mi piace di più, la seguo.

Pensavo che in questa transizione dalle macchine agli strumenti c’entrasse in parte il circo dell’EDM, che ha un po’ rovinato il concetto di DJ set.
No, non mi sono mai sentito parte di quel movimento nemmeno per un secondo.

Tornerai mai alle tue radici? Intendo il Trentemøller elettronico.
Le mie vere radici sono già in questo disco, ci sono già tornato. È la musica che suonavo nelle band prima ancora di prendere in mano uno strumento elettronico. Ma non mi fossilizzo qua, in futuro potrei tornare nell’elettronica o andare verso il folk, o addirittura la musica per il cinema. Non ha nessuna importanza, ogni album è l’esatto fotogramma del un periodo di vita in cui mi trovo.

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