Travis Scott, oltre l’Utopia | Rolling Stone Italia
Cover Story

Travis Scott
Oltre l’Utopia

Dopo un grande tour, il rapper numero uno al mondo traccia un primo bilancio della carriera, replica ai critici, racconta il nuovo hip hop che ha contribuito a creare, spiega come sarà il prossimo album: un’esperienza euforizzante

Foto: Daniel Archer per Rolling Stone US

E così, rieccomi come ai tempi del liceo a farmi una canna in un suv parcheggiato davanti alla casa dei genitori di un amico. Solo che l’auto in questione è la Rolls-Royce Cullinan di Travis Scott con carrozzeria bicolore, scritta sul cofano in verde “Spirit of Ecstasy” e interni personalizzati. È parcheggiata davanti a una villa dall’architettura brutalista di 1600 metri quadrati che appartiene al fondatore della Oakley Sunglasses ed è in vendita. Scott è appassionato di architettura, vuole visitare la casa, lascia intendere che potrebbe comprarla. Per ora, però, è seduto accanto a me nella Rolls, mentre fa sparire tra gli sbuffi di fumo un paio di canne.

Indossa una t-shirt vintage col logo della scuola d’arte tedesca Bauhaus, cintura Chrome Hearts e jeans Balenciaga. Spiega che dopo l’album Utopia e un tour mondiale da record, coi sismografi che hanno fatto registrare movimenti del terreno a livello di un sisma, ora vuole spingersi oltre. «Metterò tutto me stesso nel prossimo progetto, voglio che sempre più gente capisca». Chi esattamente deve convincere? «La persona che ancora non capisce Trav nonostante faccia questa roba da un bel po’».

Foto: Daniel Archer per Rolling Stone US. Occhiali: Oakley. Felpa: Chrome Hearts. Gioielli dell’artista

In effetti Scott è in giro da un pezzo. A partire dall’album di debutto del 2015 ha trasportato i fan in un universo di cose che, tramite varie collaborazioni commerciali, comprende scarpe, capi di abbigliamento, occhiali da sole, panini di McDonald’s, skin di Fortnite, concerti virtuali, cereali. È da oltre un decennio al centro dello zeitgeist del rap, è l’emblema dell’hip hop degli anni ’10. Esattamente come le shiny suits di Mase e il video di Mo Money Mo Problems hanno caratterizzato gli anni ’90, il massimalismo sonoro e commerciale di Scott, la catarsi sonora a tutto volume che propone e la sua rabbia sono i tratti distintivi dell’ultimo decennio di rap.

Incarna un’estetica che le nuove generazioni sembrano pronte a rivalutare. Su TikTok è in atto un revival del 2016, i ragazzi della Gen Z guardano indietro di dieci anni, a quando le superstar di oggi, tra cui Scott, pubblicavano i loro album più influenti. L’edonismo e la psichedelia zuccherosa di Maria I’m Drunk, dal debutto Rodeo, preannunciavano la fase “swag” di Justin Bieber. Il ritornello di Antidote (“Don’t you open up that window”) potrebbe facilmente fare da colonna sonora a un documentario sugli anni ’10. Sicko Mode ha uno dei cambi di beat più significativi nella storia del rap e ha modificato il modo in cui un pezzo mainstream può evolversi e persino frammentarsi. Nel 2024 Scott ha pubblicato in streaming Days Before Rodeo, che pur essendo un mixtape del 2014 ha quasi impedito a Sabrina Carpenter di andare al numero uno in classifica. «Quel mixtape è stato importante, ha fatto capire alla gente che tipo di artista ero. Bello vedere che anni dopo le persone continuano a darci dentro con quel disco».

La generazione di Scott è uscita allo scoperto in una fase di grande ottimismo nella musica, quando le piattaforme digitali e la democratizzazione dei social hanno abbattuto le barriere del mainstream. È diventato sempre più comune mescolare il rap col rock e qualunque altro genere. «Oggi non ci sono limiti, non c’è una scatola dentro cui stare», dice Scott. «Puoi fare un ritornello in un modo, la strofa in un altro. Non c’è niente di male nel combinarli. È come un dj che passa da “I kissed a girl and I liked it” a Gucci Mane».

Parte di quell’ottimismo è svanito e oggi molti pensano che l’hip hop si sia allontanato troppo dalle radici. Scott conosce bene critiche del genere. Somigliano a quelle che i puristi rivolgevano ai rapper emergenti negli anni ’10. «Era così anche allora. La gente voleva che il rap restasse com’era, io no». Artisti sulla trentina, come Scott, mirano a un pubblico giovane, mentre un tempo avrebbero dato retta ai gatekeeper più avanti con l’età. «Con l’arrivo delle nuove generazioni, quelle vecchie non spariscono. Iniziano ad adattarsi. Prima avveniva il contrario: le generazioni dovevano conformarsi verso l’alto, ora si conformano verso il basso».

Parlandoci, si ha sensazione che per Scott il panorama attuale sia molto diverso da quello dell’epoca in cui è emerso. A 34 anni, arrivato al top, può apprezzare la strada che ha fatto. «Tutto converge. L’arte, la moda e il resto, sta tutto diventando importante tanto quanto la musica, se non di più. Non sto dicendo che sia un male, è solo un nuovo modo di vedere le cose. Ma alla fine devi tornare alle radici. Il nucleo rimane la musica».

Foto: Daniel Archer per Rolling Stone US. Gioielli dell’artista

Mentre continuiamo la visita della villa, Scott commenta lo stile minimalista degli spazi. Ha cercato corsi di architettura a cui iscriversi, Harvard potrebbe essere un’opzione. Quando dice che sta prendendo in considerazione l’acquisto della proprietà, che vale 65 milioni di dollari, non sembra scherzare. Pare una di quelle cose che dici agli amici per saggiarne la reazione prima di farla sul serio. Ha già visitato la casa una volta, anche se all’epoca c’erano ancora i mobili del proprietario. Oggi, coi divani morbidi e le decorazioni installate dagli agenti immobiliari, dà una sensazione di casa. A Scott ricorda il posto in cui vive la madre dei suoi figli (ne ha avuti due, di 3 e 7 anni, da Kylie Jenner). «Mi piace il design open», dice osservando la sala cinema dotata di un proiettore di altissimo livello. La prima visita è stata diversa. «Il proprietario aveva delle poltrone di pelle nera. Ora mi sembra molto comodo, mi piace».

Il proprietario è Jim Jannard. Ha comprato la villa che si trova a Trousdale Estates, Beverly Hills, nel 2009, due anni dopo aver venduto la Oakley per oltre due miliardi di dollari. Come Scott, anche Jannard ha capito che un business basato su un’estetica sottoculturale era scalabile senza per questo perdere lo spirito originario. Oakley, con cui Scott ha stretto una partnership, aveva uno stile anti-fashion aggressivo, abbigliamento e accessori erano pensati per i punk e i raver, non per le modelle, e questo tipo di sensibilità si è tradotta in un successo globale. Il percorso di Scott è stato simile. Con l’espansione della sua immagine e coi concerti negli stadi, con le collaborazioni coi brand e le campagne globali è diventato il simbolo del rapper millennial che diventa ambassador. E che diventa anche un bersaglio facile. Con la sua presenza sempre più invasiva, è stato trattato sempre meno come musicista e sempre più come brand. È la versione hip hop del discorso sul “rockismo” tipico degli anni 2000, la convinzione che il successo commerciale implichi scendere a compromessi.

«Volevano che il rap restasse com’era, io no»

«Non tutti riconoscono quello che ho fatto superando certi confini musicali, spingendomi in là», dice Scott a proposito dei critici. «Parlo di genre-bending, delle persone che cerco di mettere assieme, della comprensione autentica di ciò che voglio fare». Tira fuori una recensione di Rolling Stone in cui Utopia è definito “un paradiso vacuo”. «Non voglio parlare con toni esagerati di quel che faccio sul palco, ma questa cosa è stata scritta nel periodo in cui ho fatto un concerto di fronte a 65 mila persone. Non mi è mai importato un cazzo dei critici o di quel che pensano».

Il gap esistente tra il livello di adorazione dei fan e il riconoscimento da parte dei critici rappresenta una sfida per Scott. Concede interviste con riluttanza («Non voglio stare lì a spiegarmi di continuo»), ma quando lo fa è amichevole e aperto. «Posso solo dare il meglio di me, fare cose, abbattere barriere, no? È stato così fin dal principio. Penso che questi giornalisti, o chiunque siano, sentano di dover avere di assumere un certo tono quando scrivono delle mie cose».

Trova frustrante anche la giuria dei Grammy. Finora è stato candidato dieci volte, tra cui una nomination come Best Rap Album per Utopia nel 2024. Non ha mai vinto nulla, ma è convinto di meritarsi un premio. «C’è sempre quello che ne ha vinto uno e ti dice che non è importante, però poi quando vai a casa sua tiene il premio sul camino».

Foto: Daniel Archer per Rolling Stone US. Outfit: Versace. Pin: Chrome Hearts. Occhiali: Oakley. Gioielli dell’artista

Utopia e il relativo tour hanno chiuso una fase precisa della carriera di Scott. L’Utopia: Circus Maximus World Tour è stato un successo gigantesco, uno spettacolo globale articolato in più di 80 concerti in oltre 20 Paesi. Si è chiuso alla fine dello scorso anno con oltre due milioni di biglietti venduti e un incasso di 250 e passa milioni di dollari in tutto il mondo, un record assoluto per un rapper solista.

Come Kanye West prima di lui, Scott ha una solida reputazione di performer live. A inizio carriera si è fatto un nome per i concerti rumorosi e punk, pieni di gente che pogava. Nel 2020 ha realizzato un’esibizione dentro Fortnite di fronte a oltre 12 milioni di giocatori unici, dando il via a una nuova ondata di concerti in-game di Ariana Grande, Lil Nas X ed Eminem. «Anche nelle mie esibizioni in-game mi muovo di continuo. Mi piace stare nel mondo fisico, vedere le persone, ma per qualche motivo trovavo l’idea dell’in-game eccitante». La pandemia globale ha aiutato: «Era un momento diverso, vero? Stavano tutti a casa».

È stato nel 2021, nel periodo delle restrizioni dovute al Covid, che si è verificata la tragedia di Astroworld che ha cambiato radicalmente l’idea che la gente ha delle performance di Scott e della cultura che le circonda. Quando l’argomento viene fuori, Travis si fa serio. Pensa ancora al giorno in cui la calca ha provocato la morte di 10 persone al suo festival. Lo rattrista in particolare che sia avvenuto nella sua città natale, Houston. «Fare quel festival significava portare qualcosa di bello nel posto da cui vengo. Quella cosa doveva essere bella e invece è andata storta. Vorrei guarire questo dolore, a Houston, ma vorrei anche che le persone fossero ricettive. Non voglio forzarle».

«Dopo Astroworld la gente si è fatta un’idea distorta di chi sono»

Sono passati più di quattro anni, ma Scott viene ancora criticato. «Per via di quell’esperienza c’è una visione distorta di chi sono e delle cose di cui mi importa». Gli chiedo cosa risponderebbe a chi lo ritiene responsabile dell’accaduto (nel 2023 una giuria di Houston non ha ritenuto opportuno avviare procedimenti penali contro Scott e altri organizzatori; le cause civili sono invece proseguite e molte sono state risolte). «Non direi nulla. Farei io le domande. A volte leggo e sento cose e mi chiedo se chi le dice e le scrive ci creda davvero. C’è un’idea distorta di chi sono. È mia responsabilità continuare a mostrare chi sono veramente».

In un certo senso, Scott è un predestinato. Nato Jacques Webster II, è cresciuto tra i quartieri di Sunnyside e Missouri City, a Houston. Aveva 3 anni quando il padre gli ha regalato una batteria, dando il via alla sua ossessione. Col tempo ha imparato a produrre da solo, sviluppando lo stile eclettico che ne ha definito la carriera. Chase B, il suo dj storico, è cresciuto nella stessa zona e lo conosce fin da quando erano bambini, e già allora Scott era avanti anni luce dal punto di vista musicale. «È un fatto culturale, c’entra il posto da cui veniamo», racconta Chase. «Lui era super immerso nella musica, io all’epoca no. Eravamo amici, mi faceva ascoltare quello che stava creando, era roba fuori di testa».

Più tardi, quando Chase ha iniziato a fare il dj alla Howard University, Scott gli mandava da suonare alle feste i suoi pezzi. «Li mettevo negli house party e impazzivano tutti», ricorda Chase. «Si chiedevano: ma chi è questo?». Alla fine Scott lo ha raggiunto al campus. «Giravamo per negozi e posti vari a distribuire mixtape. Facevamo tutto in guerrilla style molto prima di qualsiasi contratto discografico o accordo ufficiale. Eravamo solo io e lui, dentro a questa roba fino al collo».

Nel 2012 Scott, allora noto come Travi$ Scott, ha firmato un contratto on la G.O.O.D. Music di Kanye West, dopo che il singolo Lights (Love Sick) ha colpito Ye. L’anno dopo si è fatto notare con il mixtape Owl Pharaoh, distinguendosi come la novità dell’era di Yeezus. Il disco attinge dall’IDM (la cosiddetta intelligent dance music), dall’elettronica, dal rap del Sud. I synth saturi, i ritornelli frammentati e l’atmosfera cupa hanno ancipato in modo sorprendente le distorsioni sonore che oggi caratterizzano i pezzi di molti protagonisti dell’underground rap. Ascoltando artisti giovanissimi e virali come esdeeKid, per esempio, si possono cogliere chiaramente echi del Travis Scott di quel periodo.

Foto: Daniel Archer per Rolling Stone US. Camicia: Nike. Occhiali: Oakley. Cintura: Gucci

Owl Pharaoh ha gettato le basi di quello che Scott ama definire world-building, la costruzione di mondi. Le tracce sembravano progettate per evocare uno stato d’animo preciso, mentre la sua voce – roca, scura, abrasiva, filtrata dall’Auto-Tune – sembrava uno strumento aggiuntivo nel mix e non il classico cantato in primo piano.

Quando nel 2018 è uscito Astroworld Scott aveva ormai fuso tutte le sue influenze – il rap di Houston, l’elettronica e l’EDM, il massimalismo dell’era Kanye e la trap dei primi 2000 – in una musica in grado di conquistare le masse. Intitolato come un parco divertimenti di Houston in disuso, Astroworld è al tempo stesso intimo e imponente. È il punto più alto della sua ascesa e lo ha consacrato come uno dei rapper simbolo della sua generazione. In quel periodo Scott ha lanciato l’etichetta Cactus Jack, cresciuta nel tempo fino a diventare un contenitore creativo per i progetti suoi e altrui. Nel 2019 l’etichetta ha pubblicato la prima compilation degli artisti del roster, Jackboys. «Ognuno ha il suo mondo», dice Scott parlando di gente come Don Toliver, Sheck Wes e SoFaygo. «Don e Sheck hanno un’energia grezza incredibile. Faygo è più melodico. Ma ognuno ha la sua energia».

Toliver ricorda ancora quando ha comprato Rodeo da Target: «Mi chiedevo: come è possibile che un tizio che viene da Houston stia facendo una roba del genere?». Le loro strade si sono incrociate mentre Toliver iniziava a farsi un nome in città. «Un giorno mi scrive dal nulla: “Oh, vieni alle Hawaii”. Ho messo tutto quello che avevo in valigia e sono salito su un aereo».

Lo scorso anno la Cactus Jack ha pubblicato Jackboys 2, che ha debuttato direttamente al primo posto in classifica negli Stati Uniti. Non è piaciuto a tutti, a giudicare dalle reazioni online. «Forse si aspettavano un mio disco», dice Scott. «Questo però è un album collettivo, fatto da persone diverse, e mi piace proprio per questo. Lo trovo potentissimo».

Jackboys 2 è uscito in un momento particolare. Qualche settimana prima i Clipse avevano pubblicato il singolo So Be It, che prendeva di mira Scott. “Calabasas si è preso la tua donna e il tuo orgoglio davanti a me”, rappa Pusha T, riferendosi all’ex di Scott. “L’utopia della tua donna si è trasferita dall’altra parte della strada”. L’attacco nasceva dal coinvolgimento di Scott nella faida di lunga data tra Pusha e Drake: in Meltdown, un pezzo di Utopia, Drake lancia frecciate a Pharrell Williams, storico collaboratore di Pusha. Quest’ultimo ha fatto capire in alcune interviste che Scott si è presentato a una session con Pharrell per fargli ascoltare l’album omettendo il verso di Drake.

Foto: Daniel Archer per Rolling Stone US. Outfit: Gucci. Occhiali: vintage Gucci

Scott dice che non è successo così. «Quando vai a rivedere tutta la storia… è assurda. Dicevano che mi ero presentato con una troupe cinematografica. Ma che dicono? Erano loro ad avere la troupe, il microfono e tutto il resto. Pensavo di essere finito in un documentario».

In quanto al fatto di non aver fatto ascoltare il verso di Drake, Scott spiega che, semplicemente, non era ancora arrivato. «Molte delle cose che dice Pusha non hanno senso. Lo fa sembrare come se avessi interrotto qualcosa, ma sono stato invitato» da Pharrell. «Quindi quando sento certe cose, non so… se devi usare il nome di Trav per il tuo lancio, fai pure».

«Il rap ha solo 51 anni, è giovanissimo»

In questi ultimi anni di drammoni e di polemiche nell’hip hop Scott ha cercato di restare il più possibile neutrale, che è poi il motivo per cui le parole di Pusha lo hanno spiazzato. «Ho sempre cercato di unire mondi diversi perché quando i mondi si incontrano, la musica diventa incredibile. Pensaci, il rap ha solo 51 anni, è giovanissimo, è un genere ancora in crescita, la gente sta cercando ancora di capirne l’evoluzione».

È la filosofia che ha ispirato Chase B, che quest’anno pubblicherà il suo album solista. «Non ci sono confini», dice. «Quando metti insieme le canzoni e le collaborazioni, sono tutti entusiasti di uscire dalla loro comfort zone. Fa vedere le cose da un altro punto di vista». Scott attribuisce gran parte di questa apertura mentale al fatto che è cresciuto a Missouri City, nella zona sud-ovest di Houston. «Lo dico sempre: quello è il posto giusto in cui crescere. C’è un mix di tutto: persone e vite differenti, nazionalità e mentalità diverse».

Foto: Daniel Archer per Rolling Stone US. Camicia e guanti: Chrome Hearts. Pantaloni: 424. Occhiali: Oakley

Pensando alla sua ascesa viene in mente il compianto Virgil Abloh, designer e creativo il cui spirito collaborativo ha segnato un’intera generazione di artisti hip hop. «Veniamo da quella scuola. Quando ho iniziato io, Virgil stava dando vita a Been Trill. Aveva l’idea di mettere insieme le persone per un giusto motivo». Per Scott, la collaborazione è una cifra distintiva della sua generazione. «Gli artisti con cui sono cresciuto hanno una responsabilità enorme: portare tutto questo a un livello ancora più alto. Nessuno ci ha insegnato come si fa. Abbiamo dovuto rompere gli schemi da soli. Ora dobbiamo unire le forze per far progredire questa roba e trasmetterla ai più giovani. Non parlo di condivisione forzata, si tratta di lasciare una traccia, un percorso che altri possano capire».

Scott ha lasciato molte tracce, sotto forma di prodotti e collaborazioni che raccontano un universo ampio: le partnership di lunga data con Nike, il brand e l’etichetta Cactus Jack, la collaborazione con Oakley, la linea di hard seltzer Cacti, giusto per citarne alcune. «Voglio creare qualcosa che venga tramandato di generazione in generazione, qualcosa che possa entrare nelle case delle persone».

Da bambino aveva un appetito creativo voracissimo, che spaziava dal cinema all’arte, dal design alla moda. «Ne sono sempre stato affascinato, mi interessano tutte le forme di creatività. Non sono il migliore in tutto ed è per questo che lavoro con persone che rispetto e che sono più competenti di me in certi ambiti». Si accende quando parla di idee e concetti. Racconta con stupore quasi infantile che anche i prodotti – sì, i prodotti – lo ispirano. Dopo il successo dei primi mixtape, voleva pubblicare l’album di debutto sotto forma di action figure con dentro una chiavetta USB. Il progetto non è andato in porto, ma il suo istinto multidisciplinare era già evidente. «Mi piace che tutto parta dalle mie idee, da quello che creo e progetto, anche per chi magari non mi sopporta come artista».

Nonostante la spinta verso l’innovazione, Scott nutre alcune riserve sull’intelligenza artificiale. «Se usata nel modo giusto, può essere utile. Dipende tutto da come viene utilizzata. Bisogna sfidare designer e creativi: invece di scappare, devi guidare tu la creazione di una piattaforma e di un linguaggio, prima che sfugga di mano». In quanto ai figli, «non hanno l’AI. Averla ora ne limiterebbe la capacità di sviluppare al massimo il cervello. Devono imparare il modo fisico e reale di apprendere, solo in questo modo sapranno come usare l’AI al meglio. Se fa tutto lei, come fai a capire cosa è giusto e cosa è sbagliato?».

Scott sembra particolarmente orgoglioso del suo ruolo di padre. Pur proteggendo la privacy dei figli, quando ne parla si illumina. La cosa più difficile dei tour, dice, è stare per tanto tempo lontano da loro. Essere padre gli ha dato una prospettiva completamente nuova sulla vita. «Non puoi più andare fuori controllo, non puoi fare certe follie. I miei figli mi somigliano quando si tratta di avere idee. Mio figlio ha 3 anni, quasi 4. L’ho portato agli Imagineering Studios della Disney e la sua mente è tipo esplosa di fronte ai robot e alle nuove tecnologie».

Foto: Daniel Archer per Rolling Stone US. Camicia: Issey Miyake. Occhiali: Oakley. Gioielli dell’artista

La villa sorge su uno dei punti più alti di Beverly Hills, con una vista che spazia da downtown Los Angeles fino all’oceano. La legge impedisce che altre costruzioni possano in futuro ostruire il panorama. Con l’arrivo della sera, le grandi vetrate a tutta altezza e retrattili incorniciano una vista spettacolare dell’area metropolitana. Scott si muove tra le stanze con gli occhiali da sole, ringrazia lo staff, fa commenti sulla struttura della casa.

Mentre ci avviamo all’uscita,  dice che si vede fare tour anche in età avanzata. Cita Iggy Pop e Ozzy Osbourne come modelli di longevità. Ha collaborato con Ozzy in Take What You Want, dal disco di Post Malone del 2019 Hollywood’s Bleeding. «Ozzy era fighissimo. Era lì seduto che urlava: “Travis!”», racconta Scott, imitandolo. «Ricordo di aver pensato: cazzo, è Ozzy Osbourne».

Per ora, dice, è concentrato sul prossimo album, che immagina pensato per gli stadi. «Quando faccio musica ho una visione totale», spiega. «La vedo prendere forma. Penso alla dimensione da stadio. Come fai a far sentire vicine persone che sono lontanissime? Come fai a rendere la musica gigantesca e allo stesso tempo radicata a terra? Prendendo elementi grezzi e trasformandoli in una esperienza euforica. Trovare ritmi nuovi, ma non difficili da assimilare. Una specie di Rodeo, ma in formato stadio».

Non parla di scadenze, ma assicura che arriverà presto nuova musica. «Bisogna dar da mangiare ai bambini», dice ridendo. «I bambini devono mangiare».

Travis Scott Tours a $65M Mansion, Talks Architecture, Movies, 'Utopia' Tour, & More | Cover Story

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Styling: Peri Rosenzweig
Grooming: Jenn Hanching
Barber: Marcus Hatch
Braiding: Korynn Henderson
Set design: Ali Gallagher at 11th House Agency
Production: Patricia Bilotti for Pbny Productions
Production manager: Stef Bockenstette
Lighting director: Ross Zillwood
Lighting technicians: Lucho Ramirez and Jack Rigollet
Digital technician: William Azconda
Motion-video portrait: Mac Shoop
Video-shoot director, editor, and colorist: Mitch Saavedra
Video director of photography: Grant Bell
Camera operators: Aj Young and Ryan Leuning
Sound engineer: Gray Thomas-Sowers
Set-design assistance: Zoran Radanovich and Andrew Belvedere
Styling assistance: Alicia Aparicio, Karen Gonzales, and Pariya Rahni
Production assistance: Tiago Correia
Video production assistance: Mykel Aguirre
Photographed at Milk Studios

Da Rolling Stone US.

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