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Tranquilli, se non passa il bonus psicologo ci sono comunque le Los Bitchos

Fanno musica strumentale ed euforica che incorpora suoni di mezzo pianeta, dalla psichedelia turca al funk. Il primo fan è Alex Kapranos dei Franz Ferdinand. Zero menate: «È come una festa tra amici»

Le Los Bitchos

Foto: Tom Mitchell

Quando metterete su Let the Festivities Begin!, l’album d’esordio delle Los Bitchos, non sentirete cantare. Sentirete grida di gioia, “yeah” e “woo-hoo”, cori estatici, il classico conteggio in stile Ramones. Niente testi, solo una sensazione d’euforia condivisa che la musica di questa nuova band trasmette in ogni istante.

Le Los Bitchos vengono da Londra, sono in quattro e fanno una sorta di dance rock. Sono influenzate da musiche diversissime, dai ritmi latini alla psichedelia turca, dal funk alla disco, dal surf anni ’60 al guitar sound anni ’80, dallo spirito pirotecnico del metal al gusto decoratico del dream pop. Il risultato è un disco che colpisce subito e premia anche l’ascolto più approfondito.

«Non avere un testo toglie l’attenzione dalla frontwoman», dice la batterista Nic Crawshaw. «Fa sì che il pubblico guardi tutta la band. Speriamo sia uno spettacolo interessante, ci si concentra di più sulle interazioni tra noi quattro».

«E poi non c’è niente da ricordare a memoria», aggiunge scherzando la bassista Josefine Jonsson.

Il background delle quattro musiciste è globale ed eclettico quanto il loro suono. Serra Petale, che suona la chitarra e scrive tutta la musica, viene dall’Australia e fino a poco tempo fa suonava la batteria (è anche una grande fan di Eddie Van Halen). Jonsson viene da una cittadina svedese e dà quello che la band definisce un tocco pop fuori controllo («e poi», aggiunge Petale, «somiglia a Baby Spice»).

Crawshaw, l’unica inglese del quartetto, ha studiato percussioni per orchestra, e dopo la classica «mega fase Radiohead» che tutti i giovani britannici devono necessariamente attraversare, è passata al punk-rock, che l’ha portata a suonare «un sacco di show DIY e in un sacco di tour belli tosti in giro per l’Europa». Agustina Ruiz, che nel gruppo suona la keytar, viene dall’Uruguay e ha fatto la cantante in un gruppo punk. Quando aveva vent’anni si è trasferita a Londra per fare la modella e ha incontrato Petale al Moth Club, un locale di East London che si è trasformato nella base del gruppo.

«Quando ho incontrato Serra le ho detto: voglio suonare nella band che stai mettendo su e voglio usare la keytar, in Sud America pensiamo che sia divertente», dice Ruiz, che è arrivata allo strumento perché viene utilizzato spesso nella cumbia argentina e colombiana.

La band è nata nel 2017 per ricreare (e idealmente reinventare) gli «assurdi piccoli jingle» che Petale aveva registrato sul software Ableton. «Dico sempre che mi ricordavano The Sims. Hai presente? Il videogame», dice Ruiz di quelle demo.

Secondo Petale, «era subito chiaro che sarebbe stato un progetto strumentale. Le demo erano il frutto delle mie capacità estremamente limitate, questa cosa ha influenzato molto il nostro suono. È come dice Augustina, sembrava musica da videogame, innocente e molto carina».

Quelle demo – senza voci, tutte basate sul groove e con un’atmosfera psichedelica – erano diverse da qualsiasi cosa avessero mai suonato, e studiarle ha richiesto del tempo. «È stata dura ma divertente», dice Crawshaw. «Ricordo che abbiamo fatto il primo concerto dopo un paio di prove. Non riuscivo a ricordare le strutture dei pezzi, visto che erano tutti strumentali ed ero abituata a quelle del punk… ABAB… C! Le nostre canzoni sono molto più elastiche e strane».

Tra il pubblico di uno di quei concerti c’era Alex Kapranos, il frontman dei Franz Ferdinand, che si è subito offerto di produrre il primo singolo della band, Good to Go (è apparso anche nel video). È un brano solare, tutto basato su un dialogo tra chitarra e keytar e sul clap. Colpite da quanta musica conoscesse Kapranos (soprattutto quella sudamericana), e anche da tutta la strumentazione vintage che ha ammassato nel corso degli anni, gli hanno chiesto di curare anche le session per l’album di debutto.

L’esperienza di Kapranos ha dato i suoi frutti in quello che poi è diventato Let the Festivities Begin!. Il pezzo che lo apre, The Link Is About to Die, era «piuttosto lineare», racconta Petale, e lui ha aggiunto «un po’ di dinamismo» e l’influenza di un pezzo funk anni ’80 di Robert Palmer, Looking for Clues. In Las Panteras, invece, ha fatto in modo che la ritmica fosse più serrata e adatta al groove disco del pezzo. «Mi faceva suonare un sacco di cose diverse», ricorda Crawshaw. «Mi incitava di continuo. Abbiamo investito un sacco di tempo per trovare il groove giusto».

Tutto questo lavoro ha fatto sì che gli strumentali delle Los Bitchos non suonino mai troppo improvvisati, non si muovono mai a vuoto. Non c’è una canzone del disco che superi i quattro minuti di durata. «Volevamo tirare fuori il meglio da ogni pezzo e avere il controllo dell’album che stavamo registrando», dice Petale. «Abbiamo studiato ogni sezione delle canzoni chiedendoci: cosa aggiunge al pezzo? Vogliamo risentirla ancora? Cosa vogliamo che provi il pubblico? Non è stato facile».

L’album si chiude con un pezzo rock e ipnotico, Lindsay Goes to Mykonos, ispirato al reality Lindsay Lohan’s Beach Club. «La mettiamo sempre in lista accrediti, speriamo che un giorno venga a sentirci», dice Petale. «Abbiamo anche provato a scriverle su Instagram».

Le Los Bitchos hanno finito di registrare l’album all’inizio del 2020, proprio mentre il Covid chiudeva il mondo in casa e non si sono ritrovate per suonare fino all’autunno successivo. Restare al sicuro era particolarmente importante per Crawshaw, che all’epoca faceva la fisioterapista al pronto soccorso del St. Mary’s Hospital di Londra. «Lavoravo part time e mi preparavo per il SXSW», dice. «Poi hanno iniziato a cancellare tutti gli show, c’era parecchio stress e cercavamo di capire cosa fare. Nel frattempo l’ospedale si riempiva di pazienti Covid. Una settimana mi preparavo per volare a Austin, quella dopo ero in un reparto Covid con 40 persone in fin di vita».

Sorprendentemente, la loro carriera non si è fermata durante il lockdown. A marzo 2020 è stato pubblicato un live che avevano registrato tempo prima per KEXP. Quel video ha raccolto più di un milione di visualizzazioni e le merita tutte. È un perfetto distillato dell’energia della band, che vediamo mentre ballano e sorridono, mollano gli strumenti per passare a percussioni latine, si applaudono da sole e si incoraggiano a vicenda. «Prima della pandemia non avevamo fatto molto», dice Jonsson. «Non avevamo show da headliner. Il video di KEXP è arrivato al momento perfetto, all’inizio di marzo, quando la gente andava su YouTube per godersi la musica live. Ci ha aiutate».

In quello stesso periodo hanno iniziato a curare uno show radiofonico mensile, Planet Bitchos, per la stazione radio online Worldwide FM. Dice Crawshaw che l’hanno pensato come «un tour virtuale in giro per il mondo, in un periodo in cui nessuno poteva muoversi». Ogni puntata era dedicata a un Paese diverso, dalla Turchia al Messico fino ad Australia e India. Oltre agli ascoltatori, anche loro scoprivano nuovi suoni, e a volte si sono fatte aiutare da amici più esperti. Per l’episodio dedicato al Ghana, per esempio, l’ospite era un collega ghanese di Crawshaw, anche lui lavorava in ospedale. Ora le Los Bitchos vogliono incorporare nella loro musica alcuni ritmi tipici degli anni ’70.

Questa voglia di scoprire cose nuove è in tutto Let the Festivities Begin!, ogni nuova influenza è come una svolta improvvisa in un vicolo di una città mai visto prima. L’assenza di una cantante, poi, dà al disco un’aria di condivisione, come se ogni pezzo fosse una conversazione tra pari. Come dicono loro, «siamo una squadra!».

Anche i loro video hanno la stessa energia. In quello di Las Panteras, per esempio, sono una squadra di eroine anti-crimine. Loro lo descrivono come «un incrocio tra Scooby Doo e Kill Bill, con qualche coreografia alla Spice Girls». In quello di Pista (Fresh Start), vivono insieme in una casa di campagna, condividono le faccende domestiche fino a quando la storia non prende una piega comic-horror.

Come tutti noi altri, ora le Los Bitchos cercano di recuperare il tempo perso durante il Covid, godendosi l’esperienza di portare la loro musica in giro per il mondo. «La scorsa estate abbiamo suonato insieme, non abbiamo potuto farlo per un’eternità», dice Crawshaw, «abbiamo beccato ottimi slot nei festival. Eravamo concentrate sulle nostre cose, ma se alzavamo gli occhi vedevamo un pubblico enorme. Non riuscivo a crederci».

Tra un mese, dopo l’uscita dell’album, riusciranno finalmente a partire per Austin e suonare al South by Southwest. Sarà il primo concerto negli Stati Uniti e anticiperà un tour da headliner in Europa (sono attese al Magnolia di Milano il 19 aprile, ndr). «Anche di fronte al grande pubblico dei festival, sembra sempre di suonare a una festa di amici», dice Petale. «È così che mi sento, è come se facessimo una festa di fronte a un sacco di gente».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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