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Tra birra e piscio, punk e poesia, gli Sleaford Mods fanno i conti col passato

Esce la raccolta ‘All That Glue’ e Jason Williamson si guarda indietro: la storia della band, le radici operaie, il rap, la passione per gli Stone Roses. E la volta in cui un fan gli ha chiesto: «Vuoi andare a letto con mia moglie?»

Sleaford Mods. Da sinistra, Andrew Fearn e Jason Williamson

Foto: Simon Parfrement

«Droga, sbirri, sesso, porno… Non saprei bene di cosa parla». Jason Williamson presenta con queste parole sputate in ordine sparso All That Glue, il pezzo inedito che dà il titolo a una raccolta di singoli, b-side e rarità degli Sleaford Mods in uscita per Rough Trade. All That Glue è la primissima canzone che Williamson e il socio Andrew Fearn hanno registrato insieme sette anni fa e sarà finalmente pubblicata su flexi disc – il 45 giri leggero come un foglio di carta, un formato veramente per feticisti – in allegato alla versione più lussuosa della compilation, doppio vinile dorato con ricco booklet e set di spillette della band.

Che effetto fa riascoltare dopo così tanto tempo la canzone d’esordio degli Sleaford Mods? «È ancora fresca», spiega Williamson collegato su Zoom dal soggiorno di casa sua a Nottingham. «Si capiva già dove stavamo andando e non c’era nessun altro che stava facendo cose del genere in quel periodo. O se c’era non era bravo come noi». Simpatica ed educata spocchia.

Gli Sleaford Mods sono l’equivalente musicale British di Jay & Silent Bob, la coppia cinematografica inventata dal regista Kevin Smith diventata celebre grazie al film Clerks. Andrew, il dj del duo, sta sempre zitto, vaga davanti al laptop e ogni tanto schiaccia qualche tasto con la mano non impegnata dalla birra. Jason Williamson invece è il frontman addetto al turpiloquio, tra rap e poesia di strada. Nei giorni dell’infinito lockdown, ha pubblicato dei video in cui legge passi del suo libro Slabs from Paradise. «Non direi che sono un rapper», spiega a tal proposito Jason, «ma di fatto è quello che faccio. Sicuramente sono anche un po’ un poeta, quindi mi considero un mix delle due cose».

Quando si parla degli Sleaford Mods e dei loro versi vomitati in slang su basi ruvide e minimali vengono spesso citati come termine di paragone il poeta punk John Cooper Clarke e il post punk dei Fall, ma per irruenza di immagine e messaggio viene in mente anche il meno noto poeta skinhead Garry Johnson. A partire dal nome, gli Sleaford Mods sono un concentrato di sottoculture britanniche. «Sono cresciuto ascoltando gruppi come Sex Pistols, Exploited, Anti-Pasti, 999 e Jam», racconta Jason Williamson, «poi sono passato alla Motown, gli Stone Roses, l’indie rock, la musica elettronica e l’hip hop».

“Clean living under difficult circumstances” è la regola madre dei mod, vita pulita in circostanze difficili. «Io sono sempre stato abbastanza sporco», scherza Jason ricordando i suoi giorni da mod a inizio anni ’80, «ma a modo mio cercavo di essere elegante. Non ho mai avuto uno scooter, né Vespa né Lambretta. Sono cazzate. Ho sempre pensato di essere un nuovo tipo di mod, avanti più da un punto di vista creativo».

Classe 1970, Jason Williamson è diventato celebre in età adulta, a 40 anni suonati. «Ho cominciato a scrivere pezzi rap meno di dieci anni fa», racconta. «Prima ho suonato anche in gruppi rock, ma non ero me stesso, non avevo molto da dire e poi mi sono ritrovato nella scena elettronica».

Il percorso dai canonici eccessi rock’n’roll all’electro-sballo dell’acid house è lo stesso di uno dei suoi gruppi preferiti, gli Stone Roses: «Sono stati importanti perché hanno fatto qualcosa che nessun altro aveva fatto prima di loro, ed è quello che siamo riusciti a fare noi su scala minore». Nell’estate del 2017, gli Sleaford Mods sono stati il gruppo di supporto degli Stone Roses a Wembley: «Non avrei mai immaginato di aprire per loro, un sogno che diventava realtà», racconta Jason, che per onorare l’evento si è fatto un tatuaggio sul braccio con il nome della band di Ian Brown.

Ma oltre gli Stone Roses, il cantante degli Sleaford Mods ricorda con un tatuaggio un altro suo gruppo del cuore, piuttosto inaspettato: i Guns N’ Roses. E non si tratta del nome o del logo della band sul bicipite, ma un disegno identico a uno dei tatuaggi di Axl Rose, ossia lo stemma con la freccia rossa diagonale nello scudo giallo, un simbolo militare.

«Tutti i tatuaggi che ho li ho fatti quando abbiamo cominciato a diventare famosi, più o meno come ha fatto Axl», spiega Jason. «I Guns N’ Roses sono stati un grande gruppo rock & roll nel senso più tradizionale del termine. Ti davano tutto quello che ti aspetti da una band simile: erano elettrizzanti, avevano quell’energia do it yourself che coltivi in garage, rappresentavano il caos. Certo che la stampa li ha aiutati ai tempi costruendo storie intorno a loro, ma quando li vedevi dal vivo capivi che erano veri perché sul palco non puoi mentire».

Jason Williamson. Foto: Simon Parfrement

Gli Sleaford Mods trasudano verità, puzzano di birra pisciata nei bagni dei pub Wetherspoon, sono la quintessenza della classe operaia inglese, anche se non amano particolarmente essere etichettati come gruppo working class. «Sinceramente fino a quando qualcuno non me lo ricorda io non ci penso neanche più», dice Jason. «Ma mi dà fastidio che le persone si aspettino che ogni tanto me ne esca con qualche stronzata banale da classe operaia. Il mio primo lavoro è stato in discarica, una cosa orrenda e l’ultimo è stato come impiegato al Comune di Nottingham». E poi ha cominciato a guadagnarsi da vivere con la musica degli Sleaford Mods, i dischi e i concerti: «Ci siamo accorti di avercela fatta quando abbiamo cominciato a suonare ogni sera davanti a 100 persone. È dura piacere alla gente». Sarebbe stato diverso diventare famoso a 20 anni invece che a 40? «E chi può dirlo, forse sarebbe stato meglio. Ma non ho avuto grandi occasioni lavorative, quindi alla fine è stata una gran cosa farcela con la musica».

E allora, se dovesse scegliere come proprio biglietto da visita un singolo pezzo degli Sleaford Mods tra quelli raccolti in All That Glue cosa direbbe? «È difficile perché ci sono tanti classici, ma forse sceglierei Tied Up in Nottz: è la canzone migliore che abbiamo scritto, anche se in realtà da allora non credo che abbiamo scritto pezzi inferiori, il livello è quello. Chissà se riusciremo a fare di meglio». “The smell of piss is so strong, it smells like decent bacon” è il primo verso di Tied Up in Nottz, una bella cartolina da Nottingham, «un’immagine della Britishness più operaia» commenta Jason Williamson, confermando le proprie radici a prescindere da stereotipi e pigro conformismo delle etichette.

Prima che scattasse il lockdown per via del coronavirus, gli Sleaford Mods erano al lavoro sul nuovo disco: «Abbiamo già registrato due o tre pezzi, mi auguro di poterlo finire prima dell’estate. Spero che il lockdown non duri così tanto da impedirci di tornare in studio, tocchiamo ferro».

Sposato e con due figli piccoli, Jason trascorre le giornate in quarantena a tavola con tutta la famiglia, fa un po’ di esercizi fisici, ascolta dischi, guarda Netflix, ma niente telegiornali: «Fanculo i tg, sono tremendi. Solo bugie e propaganda, è un’informazione molto limitata». Come vede quindi il futuro del Regno Unito, stretto tra coronavirus e Brexit? «Sarà dura. Il panorama politico è tremendo e il Paese è indottrinato dalla destra populista».

Torniamo a parlare della musica e degli Sleaford Mods, un gruppo che non si fa troppi problemi a sparare a zero sui propri colleghi, come già successo in passato con Graham Coxon o gli Idles, generando spassose polemiche. Chi sono i “bingo punks with Rickenbackers” presi in giro in Kebab Spider, uno dei singoli dell’ultimo album in studio Eton Alive? «Non posso dirlo! È un gruppo che suona ancora in giro, ma non sono certo punk, sono più che altro segaioli». Ma cosa significa la parola punk per un rapper inglese 50enne? «Essere diretti, aggressivi, casinisti. Ma allo stesso tempo risultare in qualche modo familiari e sicuramente intelligenti. Punk è chi se ne frega delle conseguenze e non tiene la bocca chiusa». Insomma, gente come gli Sleaford Mods.

Difficile credere che un hooligan dell’hip hop come Jason abbia timore di qualcuno, eppure quando gli Sleaford Mods hanno aperto per gli Stone Roses lui non ha avuto il coraggio di conoscere di persona Ian Brown. Una decisione pragmatica, consapevole del distacco che c’è talvolta tra immaginario e realtà. «Non ho voluto incontrarlo. Non sono bravo a presentarmi e sarebbe stato imbarazzante. Ma a ma interessano più le band e la musica che le persone che ci sono dietro, potrebbero deludermi e non voglio».

E come si comportano invece i suoi fan quando incontrano faccia a faccia gli Sleaford Mods? «Gli interessa solo fare due chiacchiere e mi chiedono un sacco di cose». La richiesta più assurda? «Vuoi andare a letto con mia moglie?». La risposta di Jason Williamson? «Cazzo, no!».

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