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Tori Amos: «La mia musica è un luogo dove la fragilità vince»

I problemi creati dalla pandemia sembravano insormontabili. Poi sono arrivate le canzoni di 'Ocean to Ocean', un disco con cui la cantautrice ha capito che doveva «essere come l’acqua»

Foto: Desmond Murray

Toccare il fondo per poi risalire: è un’esperienza che in varia misura proviamo tutti, nel corso della vita, e sotto questo profilo la pandemia non ha aiutato. Ne sa qualcosa Tori Amos, che durante il terzo lockdown britannico si trovava con il marito, la figlia e il fidanzato di quest’ultima in Cornovaglia, sua seconda casa sin dalla fine degli anni ’90, e abituata com’era sempre stata a dividersi tra Regno Unito e Florida, a viaggiare, a un nomadismo fatto di tour e spostamenti, dopo un periodo di restrizioni ha avuto un crollo. Lo racconta in quest’intervista con parole sincere e tutta l’onestà che emerge anche dal suo sedicesimo album in studio, Ocean to Ocean, in uscita il 29 ottobre.

Nell’immagine di copertina, legata a stretto filo col titolo, la vediamo, capelli rosso fuoco e lungo e avvolgente vestito nero, in cima a una scogliera, con un braccio teso che indica il mare che la separa da una parte dei suoi affetti. È il biglietto da visita di un disco introspettivo, estremamente personale e dalla forte carica emotiva, che segna il ritorno alla collaborazione con il batterista Matt Chamberlain e il bassista Jon Evans dopo una pausa quasi decennale, e in cui la cantautrice americana, classe 1963, fonde il suo riconoscibile stile vocale e la versatilità al pianoforte con armonie ricercate, orchestrazioni, ganci pop melodici, passaggi ipnotici e altri più rock e dai ritmi energetici. «È un lavoro sulle perdite e su come si affrontano», dice lei, attesa dal vivo in Italia nel febbraio 2022.

Quando ha cominciato a prendere forma?
Lo scorso inverno, quando nel Regno Unito eravamo al lockdown numero tre. È stato molto duro, so che voi italiani potete capire, ho un’amica a Roma e mi ha raccontato quello che avete passato all’inizio della pandemia. Anche noi abbiamo avuto limitazioni molto severe successivamente, la polizia controllava i nostri spostamenti a ogni angolo, nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Ma probabilmente a farmi stare male è stata una combinazione di cose: quando hanno chiuso tutto mancavo da tanto dagli Stati Uniti, dove ho parte della mia famiglia e dei miei amici, come da tanto non suonavo dal vivo. E per me i live sono un momento di condivisione fondamentale, che mi fa stare bene. Fatto sta che a un certo punto sono entrata in crisi.

Che cosa hai provato?
Non riuscivo più a vedere positivo, ero completamente scoraggiata. Anche perché avevo pronte delle canzoni per un disco che avrei pubblicato prima delle elezioni presidenziali americane del 2020, e avevamo organizzato la tournée con numerose date negli States e in Europa, per cui è come se d’un tratto, vedendo tutto cancellato, non riuscissi più a sentirmi viva. Le ho provate tutte per uscirne, pure la meditazione, ma non ha funzionato, si vede che non sono abbastanza intelligente (ride). Però volevo scrivere dei nuovi pezzi, quelli che avevo non mi risuonavano più a livello interiore, li ho buttati via. Ma la musica non arrivava.

Però ne sei uscita.
Ho iniziato a uscirne nell’istante in cui mi sono detta: adesso sei in questo stato, in questo posto, non fare finta di essere da qualche altra parte, sei quaggiù, scava dentro di te da qui e cerca di scacciare via questa tristezza mostruosa. E lì mi è venuta Metal Water Wood, la prima canzone che ho scritto per Ocean to Ocean, quella che mi ha afferrato per dirmi che dovevo essere come l’acqua.

Cioè scorrere, andare avanti mutando?
Esatto, e a quel punto ha preso il via il processo che mi ha portato a incidere l’album. Tutto è affiorato da quel consiglio che mi ha trasmesso la musica: sii come l’acqua. Un insegnamento che mi ha anche stranito, perché mi sono sempre identificata con l’energia del fuoco; il fuoco c’è in diversi miei pezzi, dico spesso che emotivamente sono una piromane, il che significa che per essere come l’acqua dovevo necessariamente cambiare, trasformarmi. Quando ho accettato questa cosa, mi si è aperto l’universo. Ma sul serio, l’universo!

Due anni fa hai perso tua madre a causa di un ictus e in Ocean to Ocean ci sono due brani che parlano di questo, Flowers Burn To Gold e il singolo Speaking With Trees: cosa puoi dire dell’esperienza del lutto?
Prima di tutto ci tengo a sottolineare che sono stata fortunata, ho avuto una madre dolce, comprensiva, compassionevole, era una donna capace di amare incondizionatamente. Se ne è andata nel 2019, quando è iniziato il terzo lockdown credevo di avere ormai superato il dolore per la sua perdita, ma improvvisamente mi sono resa conto che non potevo chiamarla: non averla con me in quel periodo così drammatico mi faceva soffrire. Al tempo stesso mi sentivo in colpa, perché sapevo che dovevo esserci per mia figlia Tash, che un giorno mi ha fatto giustamente notare che anche lei provava dolore per la perdita della nonna, ma che anche lei aveva bisogno della sua mamma, di me.

Per la vulnerabilità che esprime, Ocean to Ocean evoca il tuo album di debutto, Little Earthquakes, del 1992. E in 29 Years torni alla violenza sessuale che hai subìto da ragazza in un bar a Los Angeles e raccontato in Me and a Gun, tuo primo singolo ufficiale datato ’91. Dove hai trovato il coraggio, all’epoca del tuo esordio, di scrivere così apertamente di quell’abuso?
Ci sono canzoni che hanno un potere intrinseco, un destino indipendente dalla nostra volontà: non sapevo ciò che Me and a Gun avrebbe potuto rappresentare per gli altri, sapevo soltanto che ero triste. E ai tempi mai avrei immaginato che le conseguenze della violenza sarebbero rimaste con me così a lungo. 29 Years tratta proprio di questo: delle ferite e dei danni che restano a distanza di tempo in chi è stato vittima di violenza sessuale, anche dopo che ne hai parlato e ci hai fatto i conti, perché quelle ferite lavorano nell’inconscio. Dopo quel trauma sono stata in terapia per molti, molti, molti anni, non avevo realizzato quanto avrebbe condizionato la mia vita. La canzone parla di accettazione, di quanto sia importante prendere consapevolezza del dolore che si prova dopo aver subìto un abuso del genere, accettare quel medesimo dolore e trasformarlo per rimettere insieme i pezzi rotti.

Nel 1994 fu fondata negli Usa RAINN, linea di assistenza gratuita per le vittime di stupri, abusi, incesti: tu di questa realtà fosti la prima portavoce nazionale e tuttora la sostieni. Con la pandemia la situazione per le donne è peggiorata, solo in Italia nel 2020 le richieste di aiuto ai numeri antiviolenza sono raddoppiate rispetto al 2019. Si parla tanto di empowerment, che cosa significa per te?
Intanto non dobbiamo dimenticare dove viviamo, ossia in Occidente: solo qui io posso intuire e cogliere davvero che cosa prova un’altra donna, che cosa le passa per la testa. Empowerment è un concetto che non può che adattarsi al contesto socio-culturale di cui si fa parte: il nostro è indubbiamente un mondo caratterizzato da gravi disparità e disuguaglianze, ma ben diverso rispetto a quei contesti dove le donne non hanno alcun diritto; in quel caso possiamo empatizzare, ma non possiamo realmente capire come si sentono quelle donne. Detto questo, limitandoci a noi donne occidentali, io penso che la cosa più importante sia partire col dirci “tu sei tu”.

Che cosa intendi?
Dobbiamo ascoltarci, cogliere quello che veramente desideriamo per noi, capire come vogliamo essere trattate e trattare gli altri allo stesso modo, riconoscere che a volte abbiamo bisogno di aiuto. Ocean to Ocean è un album nato così, quando ho ammesso che non stavo bene e che mi serviva aiuto. Ho cercato di creare con la musica un oceano sonoro in cui non mancano luoghi dove vince la fragilità, ma in cui man mano affiora una magia che ti fa dire: ok, sii presente a te stesso e apriti a madre natura. Sì, madre natura è stata una grande maestra per me, mentre lavoravo a questo disco.

In che senso?
Dopo che sono riuscita a scrivere Metal Water Wood è cambiato tutto. Essere onesta con me stessa e accettare di non poter sempre essere una super mamma, una super moglie o una super qualsiasi cosa mi ha aiutata molto. Così come osservare la natura, vedere come si rigenera ogni giorno in qualsiasi condizione, vedere tutto quello che deve affrontare e quanto è impegnata.

Ocean to Ocean è un disco pieno di dolore e di speranza, contrasto che Speaking with Trees, con quel testo malinconico sorretto da un sound rigenerante, esprime bene. Parlando di suoni e atmosfere, avevi un obiettivo preciso?
Ho provato a tradurre in musica ciò che la musica stessa mi stava regalando in quel momento di difficoltà. Sentivo di dover prendere l’energia dentro di me e quella dell’universo e di unire le due nelle canzoni. Può sembrare un concetto astratto, un po’ lo è, ma è andata così, e i musicisti al mio fianco hanno lavorato in questa stessa direzione. Per dare vita a una musica che possa aiutare chi l’ascolterà a viaggiare con la mente, ovunque si trovi.

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