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Tommy Hilfiger: i miei Rolling Stones

L’amicizia con Mick, Keith, Ronnie e Charlie. Il sogno di essere uno di loro, «ma non ero bravo a suonare». E ora una mostra per omaggiarli. Lo stilista Tommy Hilfiger vuota il sacco

I Rolling Stones nel 1976, foto Rolling Stones Archive/HBO

I Rolling Stones nel 1976, foto Rolling Stones Archive/HBO

«Sai qual è una delle foto più belle della mostra?», mi chiede Tommy Hilfiger, seduto sul divanetto dei suoi uffici di Londra. «Questa», e mi allunga il suo telefono, con un’immagine di Keith Richards, inquadrato dal livello terra, con un completo viola e degli stivali di pitone. «È Keith, nel 1969. Incredibile».

Tommy Hilfiger è uno dei nomi più importanti della moda di oggi. È americano, ha una linea venduta in ogni angolo del mondo e chiunque su questo pianeta ha visto il suo micro logo, bianco e rosso, da qualche parte. È un simbolo dell’imprenditoria statunitense, un rappresentante dell’American Dream, fatto e finito. Uno che, mi confesserà, in realtà voleva essere una rockstar, ma è finito a fare lo stilista.
Raggiungo il suo ufficio a Brompton Road, due passi da Harrods, nel giorno in cui apre Exhibitionism, l’incredibile mostra dedicata ai Rolling Stones, fino a settembre alla Saatchi Gallery. Hilfiger è partner dell’esibizione, per la quale ha anche creato una micro collezione ad hoc. Ma prima ancora, è amico di Mick, Keith, Ronnie e Charlie. Che noi chiamiamo per nome, perché in un certo senso li conosciamo bene. Lui li chiama per nome, perché li conosce davvero.

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«Ho conosciuto Mick ormai 30 anni fa, a Mustique. Entrambi abbiamo una casa lì», mi racconta, lo sguardo che corre a quei tempi. Mustique è un paradiso per pochi, un buen retiro per rockstar, un’isola privata nel mare dei Caraibi dove Tommy e Mick passano il tempo. Chi ha una villa lì, diventa azionista dell’isola, una multiproprietà extralusso. «I nostri figli hanno la stessa età, le nostre famiglie si conoscono». La vacanza in un’isola privata, con i figli che giocano mentre i genitori chiacchierano, è la cosa più lontana dalla vita di Mick Jagger che si possa immaginare. Ma è così lontana che è credibile e, anzi, perfetta. E si combina esattamente con l’altro aspetto della band. Quello ruvido che tutti conosciamo. «Il nostro legame si è rafforzato durante il loro tour del 1999, che era sponsorizzato da me. Quell’esperienza è stata incredibile: sono andato in giro con loro. Ho visto le prove, sono stato con loro nei camerini, ho visto tantissimi concerti. Ma sai cosa mi ha colpito di più, oltre allo show? Loro, come esseri umani».

Loro vuol dire una band che fa il dito medio (oppure mostra la lingua) a tutti, giovani, vecchi, coetanei, emergenti. E lo fa da oltre mezzo secolo. «Mi ricordo la prima volta che ho sentito una loro canzone: ero al ballo di fine anno della high school, a metà degli anni ’60. Poteva essere il ’66 o il ’67, ma me lo ricordo perfettamente. I can’t get no satisfaction (canta), tananà». Finge di suonare con così tanta convinzione che è chiaro che avrebbe voluto essere uno di loro, Tommy Hilfiger. «Mi sarebbe piaciuto, sì, ma non ero così bravo a suonare. Però mi vestivo come loro e da lì è iniziata tutta la mia avventura. È stata la musica a farmi entrare in questo business. Vedi questa foto?». Mi mostra un ragazzino di 18 anni circa, vestito come se fosse appena sceso dal palco di Woodstock. «Sono io, alla fine degli anni ’60. Tutti mi chiedevano dove comprassi i vestiti, sembravo un rocker hippie! Era l’estate di Woodstock e decisi che volevo vendere i vestiti alle rockstar. Così ho sempre lavorato con loro, da Lenny Kravitz a David Bowie con sua moglie Imam. Quando disegno qualcosa, mi chiedo sempre se un musicista lo indosserebbe».

Rolling Stone cappelli

Da allora quell’idea è cresciuta, è diventata vera e tangibile. Con la schitarrata di Satisfaction ancora in sottofondo. «Sono forti come il primo giorno. E sono insieme da 50 anni, è incredibile. Hanno tutte le energie che avevano all’inizio. Sono dei veri pionieri, i fondatori del rock style. Quando loro hanno iniziato a vestirsi in maniera irriverente, con i loro stessi capi, negli anni ’60, i Beatles indossavano ancora abiti e completi! Tante band si vestivano così e loro invece sono arrivati e hanno infranto tutte le regole, stilistiche e non, che potevano infrangere. Quando li vedevi sul palco, capivi subito che erano loro i veri bad boys del rock&roll!». Alla faccia delle band americane, mi viene spontaneo dire. Sembra quasi che Tommy sia nato e cresciuto a Londra, piuttosto che a Elmira, Stato di New York. «A me sono sempre piaciute le band inglesi. Dopo le super popstar americane, penso a Michael Jackson, Madonna e gente di questo livello, ci sono gli Stones, i Police, i Queen. I grandi gruppi del rock arrivano tutti dall’Inghilterra».

«Se guardi le loro copertine, ti rendi conto di quanto il discorso legato all’immagine sia stato importante», continua Tommy, anticipandomi la domanda che avrei voluto fargli. «Parliamo anche della lingua, del loro logo. Nessuna band al mondo ha un logo così distintivo, forse solo gli AC/DC. Questa lingua ha fatto il giro del mondo».

La dimostrazione l’abbiamo avuta poche settimane fa, quando la lingua ha toccato un nuovo punto, portando i Rolling Stones a suonare a Cuba davanti a un pubblico infinito ed esaltato. Una testimonianza tangibile e incredibile dei cambiamenti della politica e della società mondiale. Un concerto che era inimmaginabile anche solo qualche anno fa. Sarà questo il punto più alto della loro carriera? È questo l’aneddoto che racconteranno ai loro nipoti? «Potrebbe essere, sì. Ma ogni volta che fanno qualcosa, ormai la gente dice che è il punto più alto della loro carriera. Hanno fatto il film in IMAX (Rolling Stones: Live at the Max, del 1991, è stato il primo lungometraggio a essere girato in questo formato, ndr) e dicevano che era il punto più alto. Sono andati a suonare in Cina, e lo dicevano. In India, e lo dicevano. Stanno facendo un altro album… E diranno che quello sarà il loro punto più alto!». Wow, quindi posso dire che Tommy Hilfiger ha confermato che arriverà presto un nuovo album degli Stones? Stavolta non risponde, sorride solamente.

Quella lingua ha fatto il giro del mondo: nessuna band ha avuto un logo così distintivo

Parlando con Hilfiger, viene naturale creare un parallelo, già abbastanza semplice in realtà, tra moda e musica. Ci sono certi marchi che resistono da anni, propongono uno stile preciso, danno fiducia a chi li compra. E poi ci sono quelli più giovani, che crescono seguendo dei trend, delle mode passeggere. E una volta passata la moda, anche loro svaniscono. Gli Stones ovviamente, rientrano nel primo gruppo. Sono ancora quelli da guardare, da imitare. Quelli di cui fidarsi. «Penso che per i giovani che vogliono fare musica siano ancora un riferimento importante. Anche chi si ispira al grunge, al punk, a band come i Nirvana o i Ramones, alla fine guarda più in alto, verso gli Stones. Quelli di prima sono movimenti che hanno avuto dei momenti importanti, ma che sono finiti. I Nirvana non sono durati decenni. Anche i Sonic Youth, per dire. Sono stati famosi e importanti per qualche anno e poi sono passati».

Tommy Hilfiger si alza dal divanetto. Ha un aereo per tornare negli Stati Uniti, ma prima ho bisogno di avere la risposta definitiva. Ho bisogno di spazzare via ogni dubbio. C’è una band nella storia della musica che ha cambiato l’immaginario collettivo, che ha influenzato così tanto le persone, come ha fatto quella dei suoi amici, Mick, Keith, Ronnie e Charlie? Anche qui, sorride pacatamente. Ma questa volta mi risponde, dicendo proprio quello che mi aspettavo: «Non ne vedo nessuna».

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