Tommaso Paradiso: «Non si può essere leggeri se non si è profondi» | Rolling Stone Italia
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Tommaso Paradiso: «Non si può essere leggeri se non si è profondi»

'Space Cowboy', che uscirà domani, è un manuale su come superare le difficoltà della vita attraverso l’uso massiccio di musica facilitata. Abbiamo chiesto a Paradiso di raccontarlo canzone per canzone

Tommaso Paradiso

Foto press

Space Cowboy, che esce il 4 marzo, è il primo album da solista di Tommaso Paradiso. È un disco tutto raccolto intorno a un concetto: il superamento delle difficoltà della vita attraverso l’impiego massiccio di musica facilitata. Sullo sfondo, a partire dal titolo, il contrasto tra l’America vista dall’Italia di De Gregori e di Dalla – luogo irraggiungibile geograficamente e artisticamente, da cui importare sogni e canzoni – e l’America vista dall’Italia di Tommaso Paradiso: un’America che sembrava tanto più vicina, salvo poi tradirci due anni fa, quando anche le nostre città si sono spostate dall’altra parte della Luna.

Guardarti andare via è un pezzo di cui la dimensione domestica non è solo scenografia: la casa ne è co-protagonista insieme al concetto di assenza. Parti con l’immagine del piccolo lockdown di una giornata in cui non esci di casa — sembra semplicemente una di quelle mattine senza scuola — visto attraverso il filtro dell’assenza di una persona cara per qualche ora di lavoro. Poi viri brutalmente verso l’esperienza di un grande lockdown pandemico, tingendolo di scuro a causa dell’addio, in questo caso definitivo, a un’altra persona. Senza entrare necessariamente in dettagli autobiografici, ti va di condurci più addentro questo canto di dialettica tra passato e presente, di cui la casa è sia punto d’osservazione che testimone?
Quando ho scritto questa canzone ero ancora in affitto al quartiere Flaminio: forse il più bello di Roma. Erano i giorni successivi alla fine del mio tour più importante, culminato col concerto al Circo Massimo. Per due anni dall’esplosione del disco Love, non mi ero fermato mai: non avevo conosciuto la solitudine neanche per un istante, con un’adrenalina che mi teneva sveglio notte e giorno, drogato di endorfine pur non avendo mai assunto droghe. La pandemia non era iniziata. Ma la persona con cui vivevo (e con cui vivo ancora) ogni mattina si alzava per andare al lavoro e mi lasciava da solo. Io comincio ad avere davvero paura. Non che un leone mi entrasse in casa, ma paura del nulla. Ho sentito un vuoto interiore che mi disarmava completamente. Stavo così male che ho provato a risolvere la situazione facendo convergere queste sensazioni in una canzone. Una di quelle cure musicali del cui potere terapeutico fa parte anche l’idea che possa far bene a chi ti ascolta.

Amico vero è un classico canto di reminiscenza estiva solo che, a differenza della sua antesignana di produzione thegiornalistica Fine dell’estate, che celebra un’estate vera, qui sembri invocare un’estate mancata. E, insieme ad essa, la bellezza delle cose da fare almeno in due che non necessariamente sono complicate come l’amore, a partire dall’amicizia, i viaggi (anche immaginari), i featuring. È forte il contrasto tra le tue strofe e quelle di Franco126, più vitalistico e benestante il tuo “Mentre andiamo senza meta / Ma con il serbatoio pieno” e più umile e disadorno il suo “C’ho mio fratello vicino / Lo zaino come cuscino“. L’attacco tematico è il cooperativismo semplice di produrre una bibita insieme. Quanti cantautori indie ci vogliono per fare un’acqua tonica in ghiaccio?
(Ride) Due. Quando ho sentito per la prima volta Franco ho pensato subito «Cazzo questo scrive proprio da Dio». Solo dopo ho scoperto che Franco fosse un mio estimatore. Nonostante la distanza tra i nostri rispettivi generi siamo riusciti più volte a far convergere le nostre anime in una canzone sola, a partire da Stanza singola, in cui io riesco a mettere un po’ del mio mondo di armonia urlata e lui tanto del suo, più poetico e intimo. La storia qui è andata così. Un giorno ci sentiamo al telefono e ci diciamo che è troppo che non facciamo qualcosa insieme. Lui mi dice «Domani o dopodomani vengo a casa tua». Io e Franco siamo due persone tecnologicamente disagiate. La cosa più complessa che riusciamo a fare è premere rec sul telefonino. Allora premiamo rec sul telefonino, ci mettiamo al pianoforte e ci proviamo a scrivere una canzone estiva che non sia un tormentone, che non abbia un ritornello che ti spacca in dieci e che dice sempre le stesse cose, e che parli di due ragazzi che ad agosto sono ancora a Roma, fa un caldo torrido, la città è deserta, si sentono al telefono e si mettono a girare l’Italia, ovunque la macchina li porti. Ci siamo fatti così il film di un viaggio immaginario. I primi accordi sono venuti subito e il resto è stato correggerci vicendevolmente le strofe che scrivevamo a turni. Mi auguro che il risultato sia genuino e distensivo: un’estate sognata ma molto semplice; non fatta di esagerazioni, di twerking, ma di due ragazzi che attraversano questo meraviglioso Paese sulle sue strade, statali e non.

Il terzo pezzo è un’altra canzone di viaggio. Solo che, questa volta, non è neanche immaginario: è solo metaforico. All’inizio sembra che si stia per partire; poi, a un tratto, ti catapulti al chiuso, immobile. È evidente il contrasto c’è tra la musica “ottantissima” e la poca spensieratezza del testo, a cominciare dal titolo avversativo: Magari no. Possibile sottotitolo: la realtà è un’altra cosa. Eppure hai fatto un viaggio anche così: invece che andare da un punto A a un punto B hai percorso il Grande Raccordo Anulare dentro la tua testa. In questo caso hai pensato prima la musica o il testo?
Questa è l’unica canzone dell’album in cui è venuta prima la musica. È l’unica canzone che ho scritto nel pieno del lockdown, nei giorni in cui era appena stato varato il decreto che permetteva gli spostamenti per motivi di lavoro. Dopo tanti di mesi di fermo volevo incontrare Francesco [Katoo] Catitti e Federica Abbate per una sessione musicale. Francesco mi chiede, al telefono, a che pezzo stessi pensando. Io gli rispondo solo che era un momento in cui ascoltavo musica molto classica, con accordi semplici, un po’ inglesi. Arrivo nello studio a Milano e Francesco mi fa trovare degli accordi che discendono lentamente, un po’ sul genere di Sign of the Times di Harry Styles. Tant’è che la prima versione di Magari no era stra-beatlesiana, completamente diversa da quella del disco. Me ne ero subito innamorato, ma ho dovuto rinunciarvi per fare spazio a un arrangiamento più coerente con Space Cowboy, fatto insieme a Federico Nardelli. Il testo invece è rimasto lo stesso.

Ascoltando Lupin la prima volta, in mezzo ai vari Jigen e Ghemon, la comparsa del nome di Lisa ci era sembrato un vaschismo-vendittismo onomastico: il tipico nome di battesimo femminile decontestualizzato a cui si riferiscono testi immortali come Sara o Sally. Dopo qualche ricerca però abbiamo scoperto che Lisa è un personaggio italiano della serie animata di Lupin III che — secondo perbacco — vive l’esperienza di un lockdown: si barrica in casa dopo l’uccisione dell’ultimo parente rimastole in vita, il nonno Theo. Per favore, dicci che è andata davvero così.
No, in realtà Lisa è mia zia. Pensa te, però, che storia quest’altra Lisa! La sto googlando adesso. Me la giocherò sicuro. Di mia zia Lisa ho un’immagine per sempre scolpita: lei in vestaglia che mette a letto i miei cugini, di poco più piccoli di me e a cui sono legatissimo, e poi va sul balcone a fumarsi una sigaretta, per non farlo dentro casa. È un ricordo legato a un’idea di città un po’ da Notte prima degli esami, che non si sa come è rimasta viva anche d’estate, mentre fuori si boccheggia, e all’interno si cerca di studiare.

Puoi confermarci almeno che Jigen e Ghemon sono i tuoi cugini?
Quello che ti posso dire per certo è che Lupin sono io mentre, in qualche modo, mi divincolo dalla realtà e fuggo verso questa immagine serena di normalità.

La stagione del Cancro e del Leone anticipa un pezzo di quello che sarà il manifesto poetico definitivo di Space Cowboy, una traccia più in là. Questo brano ha la tenera sfacciataggine, tutta paradisiana, di dire di sé stessa: serve una musica tipo questa. Invece è solo tenero quando, nel titolo, non pronuncia la parola estate (o anche solo: luglio) ma usa quella perifrasi astrologica. Come a dire che, in certe teste – e lo sappiamo, tramite te, dai tempi di “Da questa testa maledetta che si infila nella sabbia / Che pesa più di tutto il corpo se la vuoi tirare su” – le idee più semplici possono risultare complesse alle sinapsi altrui, e viceversa. È per questo che l’estate è la tua stagione preferita?
Alla soglia dei quarant’anni mi sento di poter affermare che in me funzioni molto meglio la parte sensibile rispetto a quella razionale. L’estate rappresenta il culmine di questo aspetto. Su di me ha un effetto fisico-chimico immediato e fortissimo. Sarò banale, ma non ne ne frega un cazzo: appena spunta il sole, e comincia ad asciugarmi i capelli senza phon, e sento il calore sulla pelle, le ossa riprendono vita, e il mio corpo di getto ricomincia a produrre benessere. L’inverno ha l’effetto opposto. Mia madre non era quasi mai andata in montagna finché non pensa: «Ma ‘sto ragazzino lo possiamo mandare in montagna almeno una volta?». Mi mettono un paio di sci e in qualche modo provo a divertirmi. Ma le ultime esperienze prima di decidere di non andarci più sono state drammatiche: sono uno che, quando fa sport, suda anche col freddo. Del resto divento un guanto di spugna bagnato anche quando faccio due pezzi in televisione. Sono in altre parole un orso che attende che il clima sia favorevole. Un giorno spero di pubblicare anche la versione originale di questo pezzo, che era stata concepita come una hit devastante, fatta con Dario [Dardust] Faini e che sembrava uscita da un film dei Vanzina prima maniera, fra I Like Chopin e Paris Latino. Anche qui, però, ci siamo detti: «Buttiamo fuori una hit devastante, la manata in faccia, oppure la facciamo entrare in Space Cowboy, riarrangiandola con Federico Nardelli?». Abbiamo optato per la seconda scelta, ma al momento opportuno pubblicheremo anche la prima versione.

Space Cowboy è un tuo autoritratto canoro come, immaginiamo, il tuo primo film Sulle nuvole (in uscita a fine aprile) sarà quello visivo. Hai scelto un simbolo molto attuale nel panorama cinetelevisivo. È a metà tra il bovaro di Benedict Cumberbatch nel Potere del cane, che prova a nascondere la sua finezza e la sua cultura dietro un caratteraccio e tutto quel lavoro manuale, anche discretamente sanguinolento; e l’astronauta della serie Station Eleven, che per sfuggire alla distruzione della Terra si rifugia su una stazione spaziale. Tu sei un mandriano anomalo. Per carità, hai un aspetto da cowboy.
Sì.

Ma anche tu, dentro, riveli una notevole sensibilità. Se ti capita di mascherarla, con cosa lo fai?
Questa domanda mi dà parecchio da ragionare. Il primo disco coi Thegiornalisti era fatto di testi anche molto profondi: penso a Siamo tutti umani o Autostrade marziane. In particolare quest’ultimo è il testo più complesso che io abbia mai scritto, fresco di esame di Filosofia del linguaggio. Nell’album Vecchio, con l’eccezione di Diamo tempo al tempo, questo taglio ha cominciato a essere effettivamente mascherato, usando anche intrugli musicali, perfino jazzistici, non del tutto onesti. Fuoricampo segna una rinascita, ma già vi erano presenti degli elementi di affermazione della felicità che, in qualche modo, oscuravano la pura sensibilità (Miyazaki a parte). In Love racconto un amore che mi aveva preso in pieno, uno di quelli davanti ai quali c’è poco o niente da fare: quando hai una botta di quel tipo può passarti qualsiasi cosa davanti, ma parli solo d’amore. Finalmente in Space Cowboy ho potuto fare un buon mix tra riflessioni ed emozioni. Farlo con la musica pop non è semplicissimo: in genere o fai il cantautore puro oppure fai le hit. In Italia sei fai Ricordami sei un pezzo di merda, anche se fai i dischi di platino. Se non fai Ricordami ti dicono: «Ah che palle ‘ste canzoni». Felicità Puttana o Da sola / In the Night sono la testimonianza che amo fare e fare bene anche le canzoni figlie di mignotta, per così dire. Ma sono anche ricettivo rispetto a una parte di pubblico che, appena è uscito il singolo di Lupin, mi ha cominciato a scrivere: «Sei tornato te, non te ne andare più». L’alternativa che ho scelto è fare il cazzo che mi pare.

È solo domenica pone questo giorno quasi alla berlina, come se fosse l’inverno della settimana. Per un artista, a differenza di altre categorie lavorative, la domenica non è un giorno festivo, anche se può sembrarlo. È il momento di creare o anche solo di osservare. È una benedizione o una maledizione il fatto che ogni giorno per te sia libero e feriale al tempo stesso?
Con la domenica ho un rapporto deleterio da quando andavo a scuola. Ancora oggi di domenica mi sento come allora, come se il giorno dopo avessi sempre interrogazione. La domenica mi sembra la morte di qualcosa, la collego a un senso di fine. E io non vorrei mai che finisse niente. Vorrei che tutte le sere ci fosse sempre una cena organizzata. Mi basta anche un posticipo della Lazio. Quando la Lazio gioca il sabato alle 3 mi uccide. Spesso la domenica non riesco a dormire: mi agito nel letto, sudo, mi alzo, vado a prendere una birra dal frigo. Altre volte, se mi dice culo, scrivo una canzone come questa che, pur essendo ispirata al fatto tragico di aver perso un amico, mi ha aiutato molto a vincere quel senso di vuoto.

Una delle pietre miliari di Silvia, che è un pezzo rockettante, è “giurare cazzate”. È un invito che rivolgi a Silvia ma anche a tutti noi: deporre le armi dell’arrovellamento su sé stessi e sul mondo e abbracciare la spensieratezza, messa in stand by la metà impegnata, seria della vita. Allora ti faccio una domanda marzulliana ormai rituale con chi fa pop: quanto è importante essere leggeri per essere davvero profondi?
Secondo me non si può essere leggeri se non si è davvero profondi. La leggerezza è un dono che può nascere solo da una grande intelligenza, una grandissima autoironia e una enorme cultura. I più grandi pensatori, filosofi, artisti, cineasti che sanno essere geni sono quelli che conoscono la storia del loro mezzo. Non è un caso che nel Nome della Rosa la Chiesa cerchi di oscurare il libro di Aristotele sulla commedia. Il saper ridere è l’arma più potente che abbiamo. Penso alle tragedie disumane che stiamo vivendo in questo momento, in cui passiamo da una pandemia a una guerra che mi auguro non sia mondiale. L’unica arma che ha l’uomo che vive una tragedia è fare una commedia della propria vita. L’alternativa è la rassegnazione, è dirsi: l’importante è partecipare.

Tutte le notti si può leggere in due modi: lettera d’amore aperta scritta a una ragazza o lettera proprio di sesso apertissima alla normalità. Tra le altre cose è il testo tristemente più aggiornato, perché la violenza da cui vuoi separarti e separare la tua interlocutrice può essere anche già quella della guerra, non solo quella della malattia. Che cosa rappresenta per te la normalità?
Tutte le notti è una vera lettera d’amore. È una canzone molto sincera, scritta in un momento in cui sognavo costantemente una persona e pensavo a lei in continuazione. Ho scelto una canzone solo perché per me era il modo più facile di comunicarle quali immagini vorrei trasformare in realtà insieme a lei: rivedere Fellini insieme, andare a cavallo.

Vita ha un comparto melodico da sigla di cartone animato vecchia scuola. Ancora una volta è proficuo il contrasto tra musica e testo. La vita che descrivi, per quanto possa essere travagliata dagli avvenimenti, e piena di problemi, è un bar dove entrano ed escono amici e ricordi, come se la vita, nel suo fluire, restasse comunque un rifugio dalla vita stessa.
È l’unica chiave di lettura che si può dare a questa canzone. Ho un gruppo di WhatsApp che si chiama proprio Vita, dove ci sono tutti i miei migliori amici. Quando uno di noi ha un problema, proprio come si faceva una volta e come spero che facciano ancora oggi le persone che si vogliono bene, si smette di fare quello che si fa e ci vediamo sempre nello stesso bar di riferimento. Questo bar è uno dei miei posti preferiti al mondo. Il suo bancone è un luogo sacro.

Sulle nuvole è il brano più classico e degregoriano dell’album. Com’è il futuro del Tommaso cantautore? È una delle personalità che vedremo anche nel tuo film?
Il film ha diversi elementi in comune con Space Cowboy. Il protagonista coltiva un orto restando sognatore. Più Space Cowboy di così? Solo, il budget non ci ha permesso di ambientarlo in un ranch. Il mio futuro dipenderà da come mi girerà. Magari smentirò quello che sto per dirti nella prossima intervista che faremo. Io credo che, in questo momento della storia della musica italiana, ci sia tanto materiale contrastante e, soprattutto, tante mode che, se prima si susseguivano in anni, ora durano mesi. Qual è l’unica cosa che è destinata a restare sempre? La canzone d’autore e gli autori. Dalla non muore mai. Ma anche la generazione degli Zampaglione e di Gazzè, dei Fabi, dei Silvestri, così come anche quella successiva dei Brunori e dei Dente, dei Calcutta, hanno scritto canzoni bellissime che non hanno tempo, che resteranno nella cultura di questo Paese a prescindere dalle mode. Io sono un cantautore legato alla contingenza, che a volte fa un disco più intimista, perché a volte c’è meno da essere allegri, e altre volte fa un disco di hit che inneggiano alla libertà. Questo spero di restare e voglio restare.

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