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Tommaso Cappellato sta cercando di reimmaginare il jazz

Il batterista, che vedremo in azione a JazzMi il 24 ottobre col Collettivo Immaginario, è anche un dj e beatmaker che vuole restare fedele alla musica afroamericana per eccellenza, portandola altrove

Tommaso Cappellato con Collettivo Immaginario

Foto press

Tommaso Cappellato è un batterista, compositore, beatmaker, dj e speaker radiofonico. È uno dei musicisti più eclettici e affascinanti della scena jazz italiana, ed è difficilissimo scrivere di lui. La sua carriera è piena di percorsi apparentemente inconciliabili, cambi di direzione e invenzioni uniche, e si fa fatica a trovare un punto da cui cominciare. Per questo, quando l’abbiamo intervistato per farci raccontare cosa porterà sul palco di JAZZMI, la prima cosa che gli abbiamo chiesto è di aiutarci a trovare una definizione, un punto di partenza per descrivere la sua musica. «Io nasco come batterista, che si è appassionato abbastanza presto alla musica jazz. Ho iniziato con un percorso molto molto serio, sono andato a studiare negli Stati Uniti e ci ho vissuto per dieci anni. All’inizio ero partito per fare il classico cammino che fanno molti musicisti, poi mi sono accorto di avere delle inclinazioni verso la musica che va al di fuori di quello che è definito il genere jazz, che in realtà non è altro che una continua fusione di stili che parte da una matrice afrocentrica, ma che non ha limiti. Io mi sono semplicemente spostato in un luogo dove poter attingere quanto più possibile alla fonte di chi aveva inventato questo linguaggio».

Cappellato studia alla Drummers Collective e alla New School University. Si confronta con maestri come Michael Carvin, Joe Chambers e Jimmy Cobb, collabora con gli MC di Brooklyn, esplora le possibilità dell’elettronica, studia il free jazz, si muove in tante direzioni diverse. Ne è venuto fuori un musicista totale, curioso, capace di proporre un set solista in cui suona contemporaneamente batteria, sintetizzatori e sampler, un ensemble spiritual, un dj set e altro ancora.

Come per tutti i musicisti, il suo 2020 è stato strano e imprevedibile. «A gennaio mi ero trasferito negli Stati Uniti in maniera stabile, poi con la pandemia mi è sembrato giusto tornare in Italia. Non ho suonato lo strumento per tre mesi, non mi era mai successo in tutta la vita», racconta. «Ma questo reset mi è servito, forse ci voleva un bello stacco da un’attività estremamente intensa».

Nonostante tutto, ha pubblicato un disco in pieno lockdown: If You Say You Are From This Planet, Why Do You Treat Like You Do?, registrato con il progetto Astral Travel, che mette in musica le poesie di Sun Ra e che Cappellato vede come un progetto radicale, di protesta. «Volevo che fosse il mio album di denuncia, con cui piantare la bandiera di una poetica militante dopo diversi dischi un po’ più speranzosi», dice. «È un disco difficile, che ha bisogno della sua marinatura, ma avevo bisogno di pubblicarlo per una ragione stilistica. Non voglio spiegare di più o forzare una chiave di lettura sugli ascoltatori. Basta ascoltare i testi, Sun Ra scrive in maniera aleatoria, ma se applichi quelle poesie alla situazione corrente del mondo sembra un visionario, un profeta».

Finito il lockdown, è tornato a suonare dal vivo. Prima in streaming, poi davanti al pubblico. «Il primo è stato a Locorotondo, di fronte a un migliaio di persone. È stato pazzesco, emozionante, una bella botta di energia. E poi in questo periodo ogni concerto è diverso, finché non lo finisci non sai mai cosa potrebbe succedere. Potrebbe essere annullato anche all’ultimo secondo».

Il prossimo appuntamento è sul palco di JAZZMI, il 24 ottobre, dove porterà il progetto Collettivo Immaginario, un trio che esplora beat e ritmi ancestrali, improvvisazione e sampling. L’idea, spiega, è «il contrario di quello che chiamiamo “immaginario collettivo”, cioè qualcosa che c’è già nella mente delle persone. Noi vogliamo fare l’opposto, cioè creare un immaginario che non esiste e che può aiutare ad alleviare il momento che stiamo vivendo». Sul palco sarà accompagnato dal Fender Rhodes di Alberto Lincetto e dal basso di Nicolò Masetto. «Io suono con la batteria acustica nuda e cruda, senza sensori per mappare i suoni. È interplay puro, una fusione di suoni e ritmi in un certo senso tradizionali, che magari hai sentito nei dischi di Coltrane e Pharoah Sanders». Il concerto si basa su un copione scritto, ma avrà enormi spazi di improvvisazione. «Suonare insieme è un modo per capire cosa vogliamo dire, un aspetto fondamentale che non viene abbastanza considerato dai musicisti: se suonato con la giusta intenzione, ogni colpo ha una sua poetica e può diventare un messaggio potentissimo».

Collettivo Immaginario. Foto press

Dopo l’esperienza a JAZZMI, Cappellato si dedicherà ai suoi prossimi progetti. Il primo sarà proprio il disco di Collettivo Immaginario, poi un album registrato durante una residenza artistica in uno spazio culturale a New York – «Prosegue il discorso iniziato nel 2016 con Aforemention, ci ho lavorato con l’approccio da producer, è molto storto, con atmosfere quasi techno» – e infine un’idea pionieristica e innovativa, che cambierà il suo set solista. «Mapperò la batteria per azionare dei visual che verranno proiettati su uno schermo dietro di me. Controllerò e improvviserò le immagini in tempo reale». L’obiettivo è costruire un dialogo in tempo reale tra ritmo, suono e immaginazione, tutti nelle mani di un singolo musicista. «Sarò io a comandare le immagini, e le immagini a comandare me. È una nuova tecnica, e una nuova poetica».

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