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Tom Odell: pianoforte, passione e i limiti della musica elettronica

È ancora possibile emozionare nell’era del digitale? Ne abbiamo parlato col cantautore britannico prima della sua data milanese. Il prossimo appuntamento è per il 14 luglio al Pistoia Blues Festival

Se il mondo dei giovani cantautori anglosassoni fosse confinato all’interno di un’aula scolastica, Ed Sheeran sarebbe il rappresentante degli studenti. Piacione, collezionista di hit, di live negli stadi e di cameo in serie televisive. Dall’altro lato invece, a tenere alta la bandiera del “gruppo dei timidi” troveremmo Tom Odell, probabilmente seduto di fianco a Birdy. Pianoforte, romanticismo e una buona dose di malinconia che hanno fatto breccia nel cuore di tantissime teenager, ma non solo.

Tom è diventato famoso qualche anno fa grazie ad Another Love, ballatona scelta dalla BBC come colonna sonora di alcuni spot. La sua storia però inizia prima, da Lily Allen. È stata proprio lei a ‘scoprirlo’, dopo aver assistito a un suo live: «La sua energia sul palco mi ha ricordato quella di Bowie». Da lì il primo contratto, il disco Long Way Down del 2013, un Brit Award, le classifiche, i tour e la pubblicazione, l’anno scorso, di Wrong Crowd, secondo lavoro prodotto da Jim Abbiss (Adele, Kasabian, Arctic Monkeys). Lo abbiamo incontrato prima del suo concerto milanese, sold out, all’Alcatraz. Con tanto di fan in coda dal primo pomeriggio.

Come ti senti?
Benissimo! Sono molto contento di essere tornato qui, ci sono un sacco di persone che mi sostengono. Poi Milano è stupenda, sono arrivato qui e c’è il sole. Fa caldo, capisci? A Londra era un po’ diverso.

Te li immaginavi così i tour quando non eri famoso?
Non ricordo come me li immaginassi, sicuramente posso dirti che il mio modo di stare in tour è cambiato col tempo. Ho imparato a stabilizzare lo stile di vita, che a volte può essere davvero duro. Ho imparato alcune tecniche di rilassamento e ora fila tutto liscio.

Quando hai realizzato che la tua vita stava cambiando davvero? Ne sono successe di cose negli ultimi 4 anni.
All’epoca dell’uscita del mio primo disco avevo 21 anni, sinceramente ci ho messo un po’ a capire quello che stava succedendo. È stato un periodo velocissimo, l’unica cosa che ricordo sono le troppe notti passate a bere e a festeggiare. Ora vivo tutto in modo decisamente più rilassato. Inoltre, la mia vita è semplicissima.

Niente eccessi da rockstar?
No, cerco di essere in sintonia con quello che mi circonda, a partire dalla mia famiglia. Mi serve tranquillità per scrivere e per appassionarmi a quello che sto scrivendo.

Quanto tempo hai lavorato a Wrong Crowd?
E stato un processo lunghissimo. Due anni a scrivere, tantissime session e produttori diversi. È un disco nato girando per il mondo, da New York a LA e Londra. Ha preso forma man mano, non ero per niente sicuro della direzione quando ho iniziato.



A lavoro finito, c’è una traccia che preferisci?
Somehow, l’ultima. Mi piace perché è la più privata.

La title track invece parla delle persone “diverse”. Tu stesso hai ammesso in passato di esserti sentito spesso un outsider. Perché?
Forse è come crescere, diventare un teenager, una persona. Ci sono un sacco di cose che “devi fare”, che ti dicono di fare. Andare al college, trovare un lavoro. Fare il musicista è sempre stato considerato una cosa strana, non conforme. Io non credo di essere unico in quanto diverso, diciamo che sono stato fortunato perché ho trovato il mio posto in maniera più facile. Sono sempre stato ossessionato dalla musica.

E ti sentivi “strano” per questo?
Sì. Allo stesso tempo però, aver fatto musica mi ha permesso di non sopprimere in alcun modo la mia personalità. La personalità è basata sull’espressione di sé stessi. La musica è proprio questo, e mi ha insegnato a non vergognarmi di quello che sono o di quello che provo.

Il pop che c’è in classifica è contaminatissimo: hip hop, dance, elettronica. Poi però il disco più venduto dell’anno è quello di Adele, che è quasi tutto piano-voce. Perché, secondo te?
Penso che le persone saranno sempre più portate all’ascolto di musica acustica, o comunque suonata da strumenti veri. Tutto quello che senti in radio ha 120 bpm, è compresso, c’è un sacco di autotune. Alla fine, non solo in musica, i computer e le macchine non rimpiazzeranno mai l’animo umano.

Prevedi un ritorno alle radici per ritrovare le emozioni?
Sì. Guarda come è fatta la musica ora: è tutto quantizzato, perfettamente a tempo. Il cuore non può esserlo. Quindi, per forza ci sarà un ritorno alla musica suonata. Il 90% dei brani fatti esclusivamente con i PC ha meno appeal dal punto di vista emotivo, è naturale. Ci sono delle limitazioni oggettive.

Sei riuscito a farti strada “alla vecchia maniera”. Qualche consiglio per chi fa il tuo mestiere?
L’unica regola è essere appassionati, metterci energia e non aver alcun tipo di paura. Ora più che mai, c’è davvero un processo democratico per far conoscere la propria musica. A qualcuno piacerà quello che fate, statene certi.

Cose da non fare mai, invece?
Una sola: conformarsi a qualcosa che non si è.

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