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Tom Morello: «‘Killing in the Name’ è lo schiavo che dice di no al padrone»

Il chitarrista spiega l’origine del classico dei Rage Against the Machine intonato dai manifestanti di Black Lives Matter. È ispirato al primo afroamericano candidato alla vicepresidenza e a un’accordatura usata dai Tool

Tom Morello, foto dpa picture alliance / Alamy / IPA

I Rage Against the Machine non possono andare in tour come previsto, ma le loro canzoni risuonano comunque per le strade d’America. A Portland, Oregon, i manifestanti hanno adottato il ritornello del loro pezzo del 1991 Killing in the Name: “fuck you / I won’t do what tell me”, vaffanculo, non farò quel che mi dici.

In un nuovo episodio della serie americana Rolling Stone Music Now, il chitarrista Tom Morello – che in autunno pubblicherà il libro Whatever It Takes e su Audible lo speciale in cui racconta la sua storia intitolato Tom Morello at the Minetta Lane – ricorda la nascita di Killing in the Name.

«La frase “vaffanculo, non farò quel che mi dici” esprime un sentire universale. Il testo è semplice, ma credo sia uno dei migliori scritti da Zack de la Rocha. Per come la vedo io, ha a che fare con Frederick Douglass», il politico americano abolizionista vissuto nell’Ottocento, nato schiavo e primo afroamericano ad essere candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti. «È stato Frederick Douglass a dire che il momento in cui ha acquistato la libertà non è quello in cui ha ottenuto la libertà fisica, è stato quello in cui il padrone ha detto “sì” e lui ha risposto “no”. È questa è l’essenza della frase “vaffanculo, non farò quel che mi dici”. Ed è per questo che è bello sentirlo urlare contro gli sgherri della Fed che sparano lacrimogeni contro i cittadini americani».

Morello ricorda anche la nascita della parte musicale. «Stavo dando lezioni di chitarra a un musicista locale già esperto e gli stavo mostrando come suonare l’accordatura abbassata, la Drop-D. Me l’aveva insegnata Maynard Keenan dei Tool. All’epoca suonavo il basso, uno schifoso basso Ibanez, e riflettevo sul fatto che quando suonavo con l’accordatura abbassata le dita erano spinte a fare movimenti diversi. La prima cosa che ho suonato è stato quel riff. Ho preso il mio piccolo registratore Radio Shack e l’ho registrato».

«In origine il pezzo era strumentale. C’è un video dei Rage Against the Machine alla Cal State Northridge, la nostra prima performance in pubblico, in cui apriamo il concerto con una versione strumentale di Killing in the Name. Timmy Commerford, se non sbaglio, aveva tirato fuori quel riff di basso molto figo. Il beat di Brad Wilk era presente fin dall’inizio. E poi Zack ha chiuso tutto con il testo. Non è stato stampato nel libretto del primo disco perché ci sono, credo, 15 “vaffanculo” e un “figlio di puttana”. Pensavamo: nel mezzo di tutta questa grande poesia politica, lasciamo che il pezzo parli da sé».

«Anche il dunna-dunt (prima che de la Rocha dica “e adesso fai quel che ti dicono”) era una parte molto importante. Ricordo il nostro referente dell’etichetta, Michael Goldstone, un genio. Curava i Pearl Jam. Era davvero il quinto Beatle, all’inizio. Ci ha aiutati molto, ma voleva che togliessimo quel passaggio. Credo che pensasse che quella parte assurda in cui la canzone si ferma avrebbe impedito di avere una hit. Era un’idea presa da Good Times, Bad Times dei Led Zeppelin. Noi eravamo sicuri che dovesse restare nella canzone, la storia ci abbia dato ragione».

 

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.