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Tom Morello: «Il rock è un’estasi quasi religiosa»

Lo spirito del rock'n'roll. Lo stile. Le radici italiane. La politica. Gli arresti. Il cavallo che gli ha fatto capire che cosa voleva fare nella vita. Abbiamo parlato col chitarrista del suo libro biografico 'Whatever It Takes'

Tom Morello

Foto: press

Lui sta con gli ippopotami. Tom Morello sapeva disegnare solo quelli e dal 1986 campeggiano sulla sua chitarra elettrica “Arm The Homeless”. Comprò la più brutta, economica e meno performante, la sezionò e ricompose, fino a farla diventare la sorgente del suo suono. Diciannove dischi sui polpastrelli e, per ogni esperienza, una nuova chitarra da nominare: Sendero Luminoso con i Rage Against The Machine, Soul Power con gli Audioslave, Black Spartacus per accompagnare il movimento Occupy Wall Street, Whatever It Takes per la sfera acustica.

È questa che dà il titolo alla sua autobiografia fotografica, ricca di aneddoti e commenti, in uscita (in inglese) il 13 ottobre per Genesis Publications (208 pp, 32,69 euro, edizione limitata 292 euro): il primo concerto dei Kiss nel 1977 con vista palo, il suo Sabbath del villaggio (le otto ore al giorno in attesa che gli riuscissero i pezzi di Ozzy), la folgorazione dei Clash, il contratto discografico con i Lock Up, poi quell’annuncio: “Batterista picchiaduro che suona come John Bonham-che-incontra-James Brown cerca band”. Nel libro c’è la furia Rage nei club davanti a dodici persone o alle 60 mila del Pinkpop Festival, che registrò una scossa 1.1 sulla scala Richter (del loro futuro però non si potrà domandare, per richiesta del management), Rick Rubin che gli suggerisce di jammare con Cornell, gli Audioslave a Cuba (ben prima degli Stones), l’elegia per Chris, le incarnazioni in Street Sweeper Social Club, Prophets Of Rage, The Nightwatchman, il sodalizio con Springsteen, l’intro consacratoria di Nora Guthrie figlia di Woody, e sin dall’inizio la tigna di voler estrarre suoni inediti dall’arto aggiunto.

I dj rendevano la chitarra obsoleta? Lui faceva le loro stesse cose, ma a mani nude e stilava la “classifica dei rumori” (con il pedale Whammy al numero 1): «Dimenticavo le mie sperimentazioni e imparai ad annotare i suoni che producevo, dalle pale di elicottero ai versi di animali», ci racconta dalla sua casa a Los Angeles. A parlare è veloce quanto sui tasti, ride e scherza ma quando è serio è serissimo, quasi ti fa dimenticare di essere il sosia di Aldo Baglio. Soprattutto dalle pagine spicca la sua militanza: contro la guerra e il razzismo, con i sindacati, i carcerati, i migranti. Non poteva andare altrimenti. Lo zio Jomo Kenyatta fu il primo presidente eletto nel Kenya indipendente, la madre Mary, 96 anni, è una combattente per i diritti civili e nel 1987 fondò il gruppo anticensura dei Genitori per il Rock e il Rap, e il padre keniota era un guerrigliero Mau-Mau, anche se suo figlio si è preoccupato di conoscerlo solo a 30 anni. Grinta e assenza di auto-commiserazione rendono il volume più motivazionale che autocelebrativo: «Ho recuperato nel mio garage e nella cantina dove suonavo con Adam Jones dei Tool, foto storiche e foto storicamente imbarazzanti per raccontarvi l’artista, l’attivista, la persona che sono». Ne esce il ritratto dell’outsider più integrato in circolazione.

Tom, hai sempre avuto la certezza che essere diverso fosse una risorsa?
Sempre. Ero l’unico nero nella bianca Libertyville, l’unico sinistroide a scuola, il primo nero della città ad entrare ad Harvard, l’unico all’università a fare metal, e poi l’unico laureato in Scienze Politiche a vivere in uno squat punk a Hollywood e l’unico nerd di Star Trek nella più grande band politica di rock-rap. Sono stato lo strano di turno in ogni situazione, ma mai estraniato, perché avevo un forte nucleo di appartenenza. La mia famiglia mi ha dato solidità e ha sostenuto le mie scelte più assurde. Hai presente la banalità di: “Segui i sogni”? Quella lì. E la chitarra a creare una dimensione che mi rendeva inscalfibile.

Nonostante il successo, non hai mai avuto tendenze autodistruttive. Come ti sei salvato?
Stando bene con me stesso e dandomi da fare. Harvard me la sono pagata con tanti lavori, incluso fare il menestrello alla Fiera Medievale per cinque anni, fra elfi, maghi e centauri. Fortuna che ero patito del Signore degli Anelli! I miei amici di oggi sono gli stessi di quando avevo 6 anni. La storia del rock è piena di morte, eccessi e decadenza ma io non sono mai stato attratto da quell’aspetto. Non ho mai provato droghe. Mai fatto nemmeno una canna.

È l’attivismo ad averti tenuto con i piedi a terra?
I miei eroi sin da ragazzino erano quelli che lottavano per un cambiamento politico radicale, non solo le rockstar. La mia missione è cercare di cambiare il mondo e mi impegno molto. Non ho scelto di fare il chitarrista, è la chitarra ad avermi scelto. Metto la mia vocazione al servizio delle mie convinzioni. Fanculo se ti piace come suono ma ti senti infastidito o offeso dalla mia visione di sinistra.

Alcuni fan hanno problemi ad accettare che tu sia afroamericano. Com’è possibile?
Me lo chiedo anche io! Dove sono cresciuto non si faceva mistero che fossi nero, ero l’unicorno esotico. Ma c’è una percentuale della mia fan base che rifiuta di crederci. Forse perché mi hanno sentito in band e radio “bianche”, o perché il mio eloquio non è, diciamo così, “urbano”. Siccome non rientro nei loro stereotipi, allora non posso essere nero.

Hai vissuto episodi di razzismo di recente?
Da musicista famoso sono in una posizione più protetta, ma di tanto in tanto capita. L’anno scorso ero in tour in North Carolina per il mio disco Atlas Underground e aspettavo nell’atrio dell’albergo che il manager mi desse la chiave della stanza. La guardia della sicurezza mi si avvicinò, ritenendo che uno come me non potesse essere ospite lì. Una sciocchezza magari, che però ci ricorda quanto questo tipo di pregiudizio sia vivo, anzi incoraggiato. D’altronde siamo nell’America di Trump.

Con Michael Moore. Foto da ‘Whatever It Takes’

Nel video di Sleep Now in the Fire, c’era il cartellone Trump for President 2000. Lo consideravate un gioco e o una possibilità?
Sembrava divertente, poi lo scherzo ce lo ha fatto lui e fa poco ridere. L’idea di quel cartellone fu di Michael Moore, che era il regista. Quando lo incontrai gli dissi: «Quante volte sei stato in galera?». Rispose: «Nessuna». E io: «Perché non hai mai lavorato con i Rage Against The Machine».

Infatti finì in manette…
Sì ma non era previsto. Il suo stile documentaristico porta Michael a pensare così: vediamo cosa succede se provochiamo questa situazione e la riprendiamo. Ci disse di suonare sui gradini dell’edificio della Borsa di New York perché non avevamo il permesso per stare sul marciapiede. Poi d’improvviso: «Ok, ora spostiamoci sul marciapiede e non smettete di suonare». La polizia ci intimò di tornare sulle scale, provò a staccarci gli strumenti, ma eravamo in playback e la musica continuò ad andare, allora ci arrestarono il regista. Mentre lo portavano via, Michael disse: «Prendete la Borsa di New York». Noi lo facemmo e scoppiò il caos a Wall Street. Chiuse in pieno giorno forse per la prima volta nella storia. Niente era programmato e ne è uscito un video che è un’opera d’arte.

Tu sei mai stato arrestato?
Cinque volte, sempre per azioni di disobbedienza civile. Finire dentro era quasi l’obiettivo. Ho smesso quando sono nati i miei figli. Quello zelo l’ho trasferito nella musica.

Nel libro parli di Rage e Audioslave, ma mai dei motivi della separazione. Vuoi tenerli privati?
Non credo sia un argomento interessante. Non esiste gruppo esente dalle tensioni, conta di più cosa succede quando si rincontra. Gli Audioslave si riunirono dopo dodici anni e fu grandioso.

Definisci Chris Cornell una cicatrice indelebile. Cosa ti ha lasciato?
Il dolore per la sua scomparsa non diminuisce e dal punto di vista artistico è una perdita enorme. Anche quando siamo diventati amici, ho continuato ad essere suo grande fan. Chris è stato un dono. Con i Soundgarden ha insegnato a chi come me amava il metal che i testi potevano non essere idioti. Scriveva parole intelligenti, scure, profonde e ci metteva i riff alla Led Zeppelin e Black Sabbath. Quando lo sentii, pensai: è una vita che ti aspetto!

Con i Rage Against the Machine. Foto da ‘Whatever It Takes’

I Rage li presenti come un gruppo nato già completamente formato. Com’è stato riformarvi?
Dalla prima prova insieme, noi abbiamo sempre suonato così. Quando una band ha una grandezza intrinseca, è per via dell’alchimia. L’abbiamo ritrovata subito alla reunion del 2007 e di nuovo alle prove di questo tour mondiale, sospeso a causa pandemia. Non so spiegarmelo. Siamo tutti cambiati come persone, ma istintivamente il modo in cui la mia mano destra suona i riff è collegato al modo in cui Brad suona i beat e alle note di Tim, e la carica rivoluzionaria e poetica di Zack tiene tutto incollato. Possiamo non vederci per anni ma quando parte Bombtrack o Killing è esattamente come quando le abbiamo scritte.

Ti inorgoglisce sentire Killing in the Name inno del movimento Black Lives Matter?
Ha origini molto umili. Nacque mentre davo lezione di chitarra ad uno studente nella mia stanzetta a Hollywood nel 1991. Il video ci costò 500 dollari. Sentirla per le strade da Santiago a Portland per condannare l’illegittimità di certe azioni e gli abusi di potere, è un onore.

Cacciati dal Saturday Night Live, nudi al Lollapalooza. Non ne fanno più di gruppi così?
Non posso parlare per gli altri, dico solo che se davvero non sei d’accordo, ti devi ribellare. Al Lollapalooza protestavamo contro il bollino di censura sui dischi rap e metal. Ci presentammo con scotch su bocca e genitali, così senza suonare per 15 minuti: era il tempo calcolato per l’arrivo della polizia. Andammo via fra i fischi e soddisfatti. Cerco di essere in linea con i miei pensieri e le mie emozioni. Due volte non l’ho fatto e mi sono bastate.

In quali occasioni?
La prima quando con il mio gruppo Lock Up abbiamo fatto quello che ci ha detto la casa discografica. La seconda quando ho lavorato per il senatore democratico Alan Cranston e ho visto “il sistema” da dentro. Ho capito che ad essere infallibile è solo la purezza. Che tu vinca o perda, se sei onesto con te stesso, non puoi pentirti di niente. Posso fare canzoni acustiche, elettriche, folk, edm, basta che siano sincere e non un compromesso.

Scrivi «Il mondo da solo non cambia, sta a noi». Non credi nel salvatore di turno, nemmeno se democratico?
Credo nel diritto di voto, ottenuto con il sacrificio di molti, e quindi vado a votare. Ora siamo in un momento storico pericoloso, il pianeta è al collasso e dobbiamo invertire la rotta, ma non è con un’elezione ogni quattro anni che il mondo cambia. Ogni giorno dobbiamo spingerlo nella direzione che vorremmo. La rivoluzione viene dal basso, da persone i cui nomi non finiscono nei libri e che fanno piccoli gesti dalle conseguenze importanti.

Ne hai incontrate in ambito artistico?
Sì. Ero andato a dare una mano nel giorno del Ringraziamento alla Covenant House, una casa-rifugio per adolescenti ad Hollywood. Avevano organizzato una specie di talent show e si presentò questo ragazzino la cui vita era piuttosto tragica. Salì sul palco con una chitarra acustica scordata, fece un paio di canzoni con la voce che tremava e rapì l’anima a tutti. Io ero già negli Audioslave e facevo grandi concerti, ma la sua performance mi scioccò. Ero stato sempre un fan dell’heavy, che diavolo mi succedeva? In quel momento capii che, con la verità e tre accordi, puoi colpire più di qualsiasi repertorio metal. Mi incoraggiò a diventare un cantautore, mi condusse alla musica di Woody Guthrie, Dylan e Springsteen. A quel ragazzino devo la mia rinascita artistica sull’acustica, che ora va di pari passo con la carriera elettrica.

Poi è arrivata la chiamata del Boss in tour con la E Street Band. Che lezione è stata?
Intendi a parte imparare 250 canzoni e non sapere quale suonerai? Non pensavo nemmeno di poterlo fare il juke-box umano, è stata una sfida per la mia memoria. Tornando alla sua lezione: un impegno costante per ottenere l’eccellenza. Dall’America all’Australia vedevo gli stessi fan in prima linea, lo seguivano per il mondo davvero eccitati, ma nessuno era più eccitato di Bruce. Vive la vita al più alto livello di connessione e condivisione, dando il meglio. Una sera a Melbourne suoniamo per tre ore e mezza, il pubblico è esausto, lui va al microfono e grida: «Siete pronti per cominciare la festa?». E avanti per un’altra ora. È speciale.

Il tuo show teatrale Tom Morello at Minetta Lane è uscito per Audible. L’idea ti è venuta guardando il Boss a Broadway?
Di sicuro mi ha spinto a fare in altri spazi quello che già facevo ai falò o nei bar, ovvero il narratore e l’intrattenitore. Solo che ci ho aggiunto un bel po’ di shredding.

Covid permettendo, potresti portarlo in giro nei teatri?
Mi piacerebbe, magari anche in Italia.

Tempo fa sei venuto a cercare le tue radici a Pratiglione. Cos’hai scoperto?
Mio nonno materno era di lì, piemontese. Con i suoi quattro fratelli vennero in Illinois per lavorare nelle miniere di carbone. Per questo sono solidale con il sindacato dei minatori, la loro battaglia è anche la mia. Nonno Quinto Morello era anche un talentuoso pianista, suonava per i film muti. Carlo fu violinista nella Chicago Symphony Orchestra. Buon sangue non mente. Ho iniziato suonando il corno francese ma non faceva per me. Ci sono andato giù un po’ più pesante.

Il giovane Morello. Foto da ‘Whatever It Takes’

Il tuo strumento ha ancora margine per evolversi?
Per me la chitarra elettrica è il più grande strumento mai inventato. Nient’altro ha quelle sfumature espressive e contemporaneamente quella potenza, e niente può sostituirla. Ho cominciato a suonare tardi, a 17 anni, ne ho 56 e continuo a trovare nuovi modi di usarla. Nella musica che sto componendo prendo quello che è organico e imprescindibile, cioè sei corde e un amplificatore, e cerco la lungimiranza, non la retrospettiva. Resto però intransigente sulla potenza rock.

Non ti manca niente degli anni ’90?
La fratellanza delle band, che avevano motivazioni simili. Rage, Tool, Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, Nine Inch Nails, Red Hot, Smashing, Alice in Chains: tutti abbracciarono musica hard rock e etica punk-rock, univano la potenza sonora all’integrità e al significato. Non sono un nostalgico e non voglio sembrare un nonnetto, semplicemente oggi non mi sembra di vederne in giro. Quell’appeal però non è andato perduto. Ho due figli: uno a 10 anni segue hip hop, pop e TikTok, l’altro a 9 anni mi chiede di studiare gli assoli di Led Zeppelin e AC/DC. Qualcosa significherà se stamattina abbiamo fatto Hell’s Bells.

La tua performance a Guitar Hero III può aver avviato le nuove generazioni alla chitarra?
Lo spero. Fu una decisione presa al volo, in una di quelle riunioni del martedì pomeriggio in cui ti propongono cinquanta cose. Non mi interessava diventare un avatar. Prima dissi di no, alla fine accettai e subito me ne dimenticai. È diventato uno dei videogiochi più venduti di sempre e adesso per strada incontro bambini di 5 anni che mi dicono: «Ehi, ti ho rotto il culo alla Play!». Pensavano fossi un cartone animato, non una persona in carne ed ossa. Una donna al negozio di dolci mi ha detto: «Oh, sei Tom Morello di Guitar Hero! Mio figlio ti adora. Li vendono i peluche di te?».

Hai cercato spesso stimoli fuori dalla musica?
Ho sempre pensato che per trovare la mia voce sulla chitarra dovessi andare oltre ed è quello che consiglio a tutti. All’inizio per otto ore al giorno facevo Randy Rhoads, Eddie Van Halen, Steve Vai, ma per arrivare a cosa? Esistevano già loro. Ho esplorato le altre possibilità dello strumento e l’ispirazione è arrivata dalla performance di un cavallo.

Un cavallo?
Un purosangue di nome Secretariat. Nel 1973 rimasi di sasso quando lo vidi vincere la Triple Crown a una velocità sbalorditiva che sfidava le leggi della fisica e della biologia. Non era un cavallo che trionfava, ma che distruggeva il suo sport, costringendo a ripensarlo perché tutto ciò che lo aveva preceduto risultava ormai sorpassato. Volevo avere quell’approccio con la chitarra elettrica. E non lo fai copiando Chuck Berry.

Citi spesso il sacro spirito del rock‘n’roll. Sai definirlo?
È un’estasi quasi religiosa. Mettiamola così: esistono i gruppi che segui, i gruppi che ami e i gruppi in cui credi. In quest’ultimo caso la musica parla una lingua che precede il vocabolario. Quando si combinano ritmo, autenticità e condivisione, sei felice di appartenere al genere umano. Ecco cos’è.