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Tiziano Ferro: «Negli stadi cerco l’intimità»

Oggi inizia il tour negli stadi italiani e durante il nostro incontro ci ha raccontato di cosa devono aspettarsi i fan da lui: «l’unica cosa che vi devo è continuare a dirvi la verità». Un estratto dall'intervista esclusiva sul nuovo numero in edicola

Tiziano Ferro fotografato da Giovanni Gastel per Rolling Stone

Tiziano legge i miei libri, io ascolto i suoi dischi, come tutti. Ci siamo scritti mail e messaggi, ma ci siamo incontrati per la prima volta durante questa intervista. Di persona, alla vigilia di un nuovo tour negli stadi italiani, Tiziano Ferro sembra aver messo a punto una forma di riservatezza socievole che per lui funziona molto bene. Parla e ride tanto, però mi guarda poco negli occhi, e spesso cerca un contatto con l’ufficio stampa e il manager che assistono alla nostra chiacchierata. Detto ciò, sempre e comunque: avercene.

Quanto segue è un primo estratto dall’intervista esclusiva che trovate in edicola sul numero ‘double face’ di Rolling Stone

Sull’amore assoluto che provano i fan per te.
Io racconto la mia vita in maniera abbastanza trasparente, e quando dico “abbastanza” intendo del tutto. Per cui c’è questa sorta di giuramento implicito: l’unica cosa che vi devo è continuare a dirvi la verità. E poi, voi, fatene quello che volete. La cosa più bella e più importante dell’andare in tour è creare questo momento di intimità con le persone, perché per me l’intimità non è lo stare da soli in una stanza, è l’avere la disponibilità all’ascolto.

Quindi, anche in uno stadio si può essere intimi. Io in un disco, quando sento di aver detto tutto quello che volevo dire, proprio come lo volevo dire… ecco, allora sì, il disco è finito. Però, quando ancora ho quella sorta di micro-senso di colpa, la notte, che non mi fa sentire a posto, è perché so che sono pigro e che quella strofa di quella canzone poteva essere un po’ più chiara. Questo atteggiamento, secondo me, i fan lo capiscono.

Tiziano Ferro fotografato da Giovanni Gastel per la copertina del numero di Rolling Stone in edicola

Sul paradosso dell’essere una superstar gay capace di riempire gli stadi in un Paese abbastanza omofobo.
O noi non capiamo nulla, io e te, oppure quando mi trovo due sere di seguito San Siro pieno io mi chiedo, ma tutti ’sti omofobi dove stanno? Novantamila persone a Milano vuol dire una percentuale molto grande, quindi dov’è l’inghippo, cos’è che non capisco? Mi è successo anche che dei politici molto a sfavore delle unioni civili mi chiedessero i biglietti per i miei concerti… C’è un’atmosfera di grande ipocrisia.

Nessuno nasce omofobo, nessuno nasce razzista, nessuno nasce intollerante verso le diversità, però ci sentiamo ob- bligati ad appartenere a una casta, a catalogarci. Anch’io sono sorpreso dalla realtà, ma la mia vita mi dimostra il contrario. Perché io non ho mai avuto esperienze negative. Sono passati sette anni buoni dal coming out, e non ho neanche una casistica del tipo: beh, guarda, allora, su 10 persone 3 mi hanno insultato però 7 no… No, zero a dieci.

Prendo aerei, prendo treni, sono pure di Latina, che è una città discretamente di destra, anche se in questo momento c’è una lista civica e nella giornata contro l’omofobia è stata esposta la bandiera arcobaleno fuori dal Comune. Forse vivo in una bolla, però San Siro non è tanto una bolla, non è che fai il teatro d’élite dove viene solo un pubblico molto selezionato… Due stadi a Bari, non è che parliamo di Ginevra…

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