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Tiga: «Amo l’Italia anche quando i treni sono in ritardo»

Al Dj canadese piacciono le cose belle, come le macchine e la moda. Ma c'è una bella differenza fra questo e la bieca ostentazione del lusso nei video

Tiga James Sontag. Foto di Femme de $arkozy.

Tiga James Sontag. Foto di Femme de $arkozy.

C’è una bella differenza fra ostentare il lusso più volgare e invece elogiare il design, le forme di una bella macchina o un vestito di sartoria. Tiga James Sontag, in arte Tiga, questo lo sa bene, ma si rende anche conto che nell’era del narcisismo e dello sfoggio instagrammatico a volte è facile confondere le cose.

Il suo lavoro da artista dance e di uomo a capo della sua Turbo Recordings sono arrivati a un tale livello di raffinatezza (e stima del pubblico) può permettersi di fare solo ciò che gli piace. Però anche dopo più di 25 anni di carriera e 20 di etichetta a volte è bene prendere le distanze dal marasma e specificare che Bugatti e le modelle nei suoi video sono anche una velata critica alle immagini saturate dei sedicenti artisti moderni.

La sua Montréal è casa, ma il mondo il suo ufficio. Volerà a Miami alla Winter Music Conference a breve, ma il suo cuore rimane sempre e comunque in Italia.

Sei negli uffici di Turbo?
No, al momento sono tranquillo a casa.

Quanto tempo ti porta via l’etichetta dalla vita e dalla carriera?
Ottima domanda. Dipende dal periodo, ma attualmente non me ne porta via tanto. Il mio compito nell’etichetta è di trovare nuova musica. A volte se ne trova di ottima e in grande quantità, altre volte ci vuole tempo. Ma per me non è una gran fatica.

Fai da A&R, praticamente.
Sì e mi occupo anche delle grafiche. In generale, gestisco tutto ciò che poi la gente ascolta e vede.

Ma semplicemente ricevi milioni di demo e poi le ascolti oppure vai a caccia di nuova musica?
Di solito, ho diversi label manager che filtrano le demo, che insomma danno una prima scremata per poi lasciarmi i dischi che credono possano piacermi o che comunque sono originalità. Molte volte invece il progetto nasce da una mia idea, quindi poi andiamo noi da un’artista a proporgli il progetto. E lo stesso vale per le copertine. Dipende tutto dal caso, quando mi va bene mi arrivano già proposte ottime che poi mi limito a perfezionare.

Quindi è successo lo stesso per la copertina del Blessed EP coi Martinez Brothers?
Ecco, è un ottimo esempio. L’artista che l’ha fatta l’ho trovato si Instagram, mi piaceva molto il suo stile, molto street. L’ho contattato con una specifica idea in testa, di fare tre figure le cui differenze sono nelle scarpe, nei dettagli. Così gli ho detto quali sono le nostre scarpe preferite e così via. È molto importante per me, che sono un egomaniaco (ride), connettersi con ciò che mi piace. Ma non è neanche questione di ego forse. È che dopo tanti anni cerchi semplicemente ciò che ti fa sentire bene. Quando riesci a esplorare il tuo gusto e la tua estetica. È una bella sensazione vedere queste piccole idee materializzarsi.

Insomma, fai il lavoro piacevole. La parte più noiosa la fai fare ad altri.
Esattamente! (ride)

No perché, qualche settimana ho parlato con qualcuno che si è appena aperto la sua etichetta, Jason Williamson degli Sleaford Mods, e si è pentito amaramente. Si è decisamente complicato la vita. Cosa gli consiglieresti?
Prima di tutto, è come la vita. Almeno all’inizio non puoi in nessun modo evitare la parte pallosa. Anche io all’inizio ho dovuto affrontarla, ma ora che la label ha 20 anni posso permettermi di gestire solo la parte divertente. Questo perché ho trovato bravi collaboratori e ho una reputazione.

E poi te lo meriti.
Eccome! Ma la parte merdosa del lavoro almeno all’inizio non la puoi proprio evitare. Il trucco è trovare ottimi collaboratori a cui affidare i vari compiti. Ed è anche molto importante essere onesti su sé stessi riguardo a cosa ti piace fare e quanto sei bravo a farlo. Nella musica indipendente finisci per fare tutto, fai il ragioniere, il grafico, lo stylist, il fotografo, il manager, il produttore. La verità è che non puoi essere bravo a fare tutto, quindi il modo migliore per farlo è trovare brave persone che lo sappiano fare. È un investimento.

Però sei allo stesso tempo un businessman e un artista. Come gestisci le due parti?
Non è un problema per me. Ora sono contento, mi piace il business. È anche quello un’arte. C’è una parte divertente anche nel concludere un buon affare o fare soldi. Va da sé che non potrà mai essere magico come fare arte, come assistere alla creazione di qualcosa di bello dal nulla. Quando sei abituato al processo creativo, inevitabilmente il business ti sembrerà sempre un po’ sterile. Per la maggior parte del mondo i risultati del business sono abbastanza per essere soddisfatti della propria vita, per un artista no. Un artista ha bisogno dell’arte per vivere e viene per prima. Ma l’equilibrio per me è buono. Perché dall’altra parte il processo creativo è difficile, è impegnativo a livello emozionale. È una sfida personale, entri in una stanza e devi creare qualcosa di indimenticabile: mette ansia! Quando non ho voglia di responsabilità mi dico: “OK, adesso penso un pochino al business”. Capisci? Il business è più meccanico, meno coinvolgente e quindi più comodo. Ma può essere pericoloso, bisogna mantenere entrambe le parti.

Quindi se ti chiedessi se vale ancora la pena fare degli album chi risponde, il businessman o l’artista?
In quanto businessman non credo sia l’idea più saggia attualmente. Ma in quanto artista dipende, è una questione personale. Per me l’idea di un album ha ancora un’accezione romantica. La differenza fra un album e un singolo è che l’album è come una montagna da scalare. Ti dai un anno o due per arrivare in cima alla montagna, è una sfida psicologica. Non so se ha senso passare due anni della tua vita a scalare una montagna, però è una sfida che ormai non si vede più tanto in giro. A me piacciono queste cose.

Dai tuoi video e dai tuoi singoli è sempre emerso un mondo lussuoso, fatto di moda, modelle, auto esotiche. È perché senti di appartenere a quel mondo oppure c’è sempre una critica velata?
Domanda interessante, perché il mondo è cambiato. Vedi, crescendo negli anni Ottanta e non avendo nulla, prima o poi ho sviluppato un crescente desiderio di avere. Era un sogno, un sogno molto semplice del tipo: “OK, quando sarà più grande avrò una Lamborghini”. Avevo un poster di una Lamborghini sul muro in camera, come tutti. Non era un sogno del tipo “OK, un giorno sfamerò il mondo o scoprirò una cura per il cancro”. No, era un sogno basilare. In molti dei miei video credo ci sia ancora questa fantasia innocente che mostra belle cose e una bella vita. È una visione molto infantile. Ma quando dico che il mondo è cambiato intendo che è diventato volgare.

Materialistico…
Materialistico! Tant’è che questa fantasia è davvero reale per tantissima gente. Vogliono tutti ostentare, sfoggiare averi. In questo senso sono un po’ critico. C’è una grande differenza fra gusto e soldi. Capisci? Puoi amare una Lamborghini senza il desiderio consumante di averla o di dire a tutti che ce l’hai. Ma a me piacciono tutte quelle cose, penso ci sia bellezza. Così come per la moda: quando è fatta bene lo vedi e lo apprezzi. Sei italiano, immagino che apprezzerai quando vedi un uomo elegante con un abito di sartoria, no?

Certo!
Solo perché apprezziamo cose belle non significa che dobbiamo volare a Dubai e fare il bagno nelle aragoste in un hotel a sette stelle. A volte vorrei semplicemente fuggire da questa cosa, ma mi piace. Adoro le belle cose. Non sono un disperato che deve avere le belle cose, mi basta vederle.

Beh, a Milano ti troveresti bene allora.
Lo so bene, infatti ci vengo spesso. Le cose si possono fare con stile o senza, è un’opportunità. È un approccio esistenziale, e in Italia se non altro sapete come farlo. So bene che lo dicono tutti, ma amo l’Italia. L’amavo molto prima di visitarla. E la vera prova che amo il vostro Paese è che amo persino i difetti. Amo l’Italia persino quando i treni arrivano in ritardo.

Già, ma di questi tempi l’Italia non se la sta passando molto bene. Parlo di populismi e xenofobia.
L’Italia è un posto incredibile ma storicamente anche, come dire, insulare. È molto chiusa in sé e questa cosa ha dei pregi, come le tradizioni, ma a volte anche difetti, come l’apertura verso l’esterno. Rimango comunque dell’idea che l’Italia è un posto fantastico.

Beh, quindi? Quante Lamborghini ti sei comprato?
Ho quattro macchine, ma neanche una Lamborghini. Ne compro e ne scambio molte, ma attualmente ho quasi solo Mercedes. La mia preferita è la Mercedes 560 SEC in versione AMG, una BMW M5 del 1990, una Honda NSX anche quella del ’90 e un vecchio camion Mercedes. Diciamo che mi piacciono le auto dei primi auto anni ’90. Ora vorrei una bella Ferrari, tipo una 550 Maranello. Prenderò una Lamborghini quando sarò vecchio, una Diablo, ma non c’è fretta. Il problema delle Lamborghini è la guida, che non è molto realistica. Specie se vivi in città.

Posso chiederti un’ultima curiosità? Sulla Turbo Recordings nel 2011 hai pubblicato uno dei migliori album della storia della dance, Azari & III degli Azari & III. Ne hanno fatto uno solo e poi si sono sciolti. Voglio sapere perché.
Sono d’accordo. È un album immenso. Beh, vedi, loro avevano delle personalità e delle grandi tensioni interne. Pian piano le cose sono peggiorate, avevano caratteri davvero contrastanti. Un peccato, perché hanno davvero anticipato l’esplosione della pop house che poi è arrivata dopo. Grandissimi performer, grandissimi autori di canzoni. Di solito è sempre così: quando una band che ami sparisce improvvisamente, o è per droga o perché si odiavano. Ecco, loro si odiavano.

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