Thegiornalisti: «L’amore è l’unica risposta all’odio e al populismo»

Una giornata in palestra e a tavola con Tommaso Paradiso: tra il nuovo album ‘Love’, la politica, Vasco e l'amore che avvolge tutto

Quando comunico al telefono al miglior critico musicale italiano, che preferisce restare anonimo, del mio incontro da lì a pochi minuti, con Tommaso Paradiso, prima di passare a chiacchierare di altro, chiosa: «“Ti mando un vocale di dieci minuti”, è il nuovo M’illumino d’immenso». Si sa, andiamo avanti per iperboli, pura sopravvivenza, ma c’è qualcosa nel songwriting di questo ragazzo romano che va oltre la banale adesione allo Zeitgeist, non surfa jovanottianamente sull’onda del pop, ma che ancora oggi – dopo aver sentito in loop per giorni il suo nuovo disco LOVE e dopo aver passato una giornata da cowboy metropolitano insieme a lui – fatico a definire. La difficoltà credo nasca da quella strana familiarità e confidenza che Tommaso comunica quando lo incontri, come se il solo segreto da nascondere fosse la ricetta magica della (sua) Coca Cola, ovvero l’ingrediente che trasforma ogni canzone
dei Thegiornalisti in una hit.

Il suo manager Nicola mi dà appuntamento in un hotel dove Paradiso alloggia durante i suoi sempre più frequenti soggiorni milanesi. Saliamo al piano di una mini palestra e la voce metallica di un’applicazione dello smartphone ci informa che il cantante sta “bruciando grassi”, in un circuito di tapis roulant ed esercizi cardio sui movimenti della boxe. Poco dopo, il tempo di una doccia, nel ristorante al piano terra, al momento della scelta della prima delle due bottiglie di vino che ci berremo, prendo in mano le prime tessere di quel puzzle di romanticismo autobiografico che è l’album LOVE e metto insieme un pezzo del ritornello di Una casa al mare – “Fare solo quello che voglio fare/Una cena spaziale/Dopo una corsa totale” – con questa way of life quasi cinematograficamente losangelina (dovevate vedere la piscina in terrazzo) che mi sta mostrando, il wellness e il “godersela” in un equilibrio ansioso retto dal Controllo, altro titolo di canzone di questo disco diario (“E oggi ho fatto il mio dovere/Che stasera posso pure andare/Che stasera posso affogare”).

Mangiando un pesce super light affrontiamo altri argomenti che concludono questa defatigante conversazione sullo Zen e l’arte della manutenzione del maschio contemporaneo: l’importanza di un servizio delivery che consegna anche sigarette e medicine (la nota ipocondria alla Verdone del cantante che in Love canta “Sto cercando su Google… farmacie aperte”), le strategie di vittoria sull’hangover( in New York scrive “Sarà un altro giorno passato nel letto/Con la bottiglia dell’acqua a fian- co/Il telefono stretto”) e appunto lo smartphone come coperta di Linus, monolite di contatto con la realtà, da tenere vicino per non sentirsi persi («Faccio lo scopone, notizie a cazzo, siti sportivi, è il mio orsacchiotto di peluche», mi confessa mentre guarda le stories di Instagram). A interrompere questa chiacchiera da flâneur nell’era cross-fit, arriva la sua fidanzata e musa Carolina, e il fatto di presentarmi come il giornalista che intervisterà Tommaso mi porta ad accendere il registratore.

Ho ascoltato e letto il tuo disco, mi sembra che sia ancora più personale del precedente.
Sì. Sì, perché alla fine penso che questa sia la mia unica via, la mia poetica, molto riflessiva e personale. Parlo di cose che conosco, sulle quali non mi posso sbagliare perché le vivo, che devo per forza dire, buttare via, lanciare. Infatti la scrittura arriva sempre in un momento di immersione totale, arrivo quando il vaso è arrivato all’ultimo stadio della sua capienza. La mia grandissima fortuna è che in quello che provo io, e racconto, si identificano molte persone.

Tommaso Paradiso è in copertina sul nuovo numero di Rolling Stone. Foto di Fabio Leidi

Ci pensi a questo “principio di identificazione”, mentre scrivi?
No.

Lo tieni alla larga.
A volte mi capita il contrario, nel senso che dico: “Di questa cosa non gliene frega niente a nessuno, perché è troppo personale”. Invece poi scopri che la cosa più diretta e intima che hai scritto, quando ti levi le mutande per andare a letto, è la cosa che prende più il pubblico. La gente è stata sempre così, da quando esiste la Storia dell’arte. Sente la puzza di finzione, di non verità, da chilometri di distanza.

Dopo il successo di Completamente in molti ti aspettano al varco, pensano: “Ora i Thegiornalisti la toppano…”
Invece in qualche modo ce la caviamo sempre alla grande. Nonostante il disco sia andato bene, ho voluto cambiare produttore (Dario Faini in arte Dardust, nda), cambiare tipologia di approccio al testo, approccio alla canzone. Ho voluto parlare di altri temi, scriverli in maniera diversa.

Mi fai un esempio?
Pensa che il disco si chiama LOVE, così come la canzone principale. La parola inglese è così universale, così pop, così estrema per il mio vocabolario precedente. Mi sarei ucciso da solo.

Non è usata in maniera ironica.
Assolutamente, è usata in maniera veramente romantica. Non potevo chiamarlo Romantique, non siamo nel 1800, ma questa parola per me rappresenta la risposta a tutto: all’odio, ai tempi in cui viviamo, la risposta al veleno, a quello che passa sui social network. Leggo spesso i commenti ai post che fa Rolling Stone e lì sotto c’è una valanga d’odio, come sotto a quelli che scrivo io. Ovunque. Prima mi incazzavo, rosicavo. Poi, come reazione a tutto questo l’unica risposta sensata che mi viene da dare è davvero quella dell’amore, alla Bud Spencer & Terence Hill, “Porgi l’altra guancia”. Io la vedo la gente che è ancora buona, che si emoziona, che si vuole bene, che aiuta la vecchietta.

Si sente che c’è la presenza di una musa, che poi è la tua fidanzata.
Sì, mi ha insegnato tante cose. È passato il tempo in cui vivevo di esperienze intense ma momentanee. O almeno credi che siano intense, poi magari non lo sono. Poi è arrivata questa persona che ha cambiato i piani. Ci abbiamo messo del tempo a conoscerci. Non è stata la classica infatuazione boom!, oddio, in realtà la prima volta che l’ho vista sugli spalti di un campo di calcio dove stavamo vedendo per caso la stessa partita ho scatenato l’inferno per conoscerla; però poi ci abbiamo messo del tempo per incastrarci. Mi ha dato quella botta di puro romanticismo, tornavo a casa e scrivevo. Mi ha sbloccato in un sacco di circostanze, portando una ventata di serenità e di sicurezza.

Foto di Fabio Leidi

Il famoso Controllo di cui canti.
Quella però è una disciplina individuale. Ho scoperto che sto molto meglio quando non eccedo nei vizi. Affronto meglio la giornata, mi sveglio in forma, sono più sereno, non mi manca nulla. Detto questo, c’è quella sensazione che raggiungi solo in alcuni momenti, e allora è sempre un eterno mettere le pezze da una parte e dall’altra, perché io non vorrei rinunciare a niente.

“Quindi mi tengo tutte quante le mie dipendenze”, come cantavi in Fatto di te (l’album era Completamente Sold Out). Sempre lì si torna, e immagino che pure questa cosa dello sport e della palestra sia solo un’altra dipendenza.
È la forma più grande. Se non faccio sport, mi sento male.

Quindi funziona.
Ho dovuto trovare degli escamotage per vivere bene. Non sono una persona che pratica yoga, che è centrata, self-controlled, che con il respiro arriva al benessere. Ci ho provato, non fa per me. La vita è una e non me la voglio vivere male, ho dovuto trovare dei metodi non invasivi, non mi va di farmi di farmaci o terapie. Quindi ho trovato dei sistemi naturali, per vivere al meglio; per fare questa intervista e stare tranquillo; per fare un tour e stare tranquillo. Questi rimedi sono lo sport, mangiare bene, bere vini fatti bene, di un certo tipo, nella giusta dose. Cose semplici che mi permettono di affrontare la vita al meglio.

Foto di Fabio Leidi

Dimentichi la tua laurea a pieni voti in filosofia, magari è servita pure quella. Su cosa hai fatto la tesi?
Sull’idealismo, un libro di Fichte sulla destinazione dell’uomo.

Ci sono due brani – Zero stare sereno e Una casa al mare – che sembrano quasi un manifesto della leggerezza, dello “stare bene” come dici tu.
Assolutamente. Io penso che l’arte in generale, l’arte che io amo, quella enorme che ha fatto la Storia del mondo è questa. È un messaggio importante, veicolato attraverso la forma della leggerezza.

Mi fai un esempio?
Sì, la Cappella Sistina. Un’opera universale che colpisce un bambino di 5 anni e un vecchio di 90 anni, di tutte le religioni, di tutte le classi sociali. Un messaggio apocalittico su un’opera leggera, monumentale. Ti faccio altri esempi: Van Gogh, Sorrentino, Woody Allen, anche Fantozzi. Dove parlavi di lotta politica, di classi sociali, però in una formula per tutti.

Quando scrivi?
Sempre, anche adesso qui con te. Scrivo per strada, in macchina, anche quando vado al cesso. Mi viene in mente una melodia, la registro su una nota vocale. Poi vado a casa e faccio gli accordi, tanto quella è una cazzata. Spesso le bombe arrivano alle cinque del mattino, mi sveglio con la melodia in testa, vado al pianoforte, metto REC sul telefonino, suono quello che viene e mi rimetto a dormire. Però tipo Love l’ho scritta in barca, su un catamarano, l’estate scorsa.

Foto di Fabio Leidi

È dedicata a Carolina, con cui ti eri appena fidanzato (“Le tue foto mi uccidono, love/I tuoi baci guariscono, love”).
Era passato appena qualche mese.

Sembra che per te anche l’amore sia una dipendenza.
Lo è, non potrei scrivere mezza canzone se non fossi innamorato di qualcuno o qualcosa.

In generale, il tuo universo di riferimento nei testi è molto poco maschile, si capisce che sei cresciuto in un mondo di donne.
Sono cresciuto solo con mia madre, che ha cinque sorelle e un fratello. Non ho avuto un padre, che abbandonò mia madre quando sono nato. Vorrei che ognuno stesse bene nel suo nucleo familiare, ma la famiglia potrebbe essere di 3 donne, 8 uomini, 15 mamme, 4 padri, l’importante è che ci sia affetto e dedizione.

Dr. House, quello del telefilm, è anche il titolo di un pezzo in cui passi in rassegna una galleria cinematografica di figure paterne (“Ma forse cercavo solo un padre/e l’ho trovato in te”): Bud Spencer, Terence Hill, Fantozzi, Verdone, De Sica, Leone, Morricone, Tarantino, Totò e Peppino.
Sono i miei idoli. Quando torno a casa e mi sento solo, oppure voglio il mio momento per ritrovare me stesso, metto un film di Verdone, di Fantozzi o di Tarantino. Sono le cose che mi fanno stare bene, più di ogni altra.

Perché ti fanno stare bene?
Quando hai nausea dopo un mal di pancia, la cosa che ti va di mangiare è la fetta di pane bruscato con l’olio e il sale. L’ultima cena prima di morire voglio che me la cucini mia madre: i fagioli con la cipolla, le frittatine, le polpette. Questa roba molto semplice, anche nei film, mi riporta all’alveo, a quell’infanzia in cui ero veramente felice. Quando tornavi da scuola e vedevi Holly e Benji.

Foto di Fabio Leidi

A proposito di mitologia personale, hai incontrato Jerry Calà…
Ho imparato questa cosa qua: non bisogna andare a rompere il cazzo ai propri miti e Jerry è forse il più reale e simpatico di tutti quanti. È rimasto cazzone e allegro come nei film, anche se è una persona per bene, fa piacere fare una cena con lui. Sono arrivato al punto di dire che Vasco non lo voglio incontrare. È bello così, che rimanga solo nel mio immaginario di cose stupende.

A te interessa ancora cosa pensa Vasco? Dell’Italia, della politica.
Se parlasse di politica sì, assolutamente.

Perché non lo fa?
Perché si è completamente rotto il cazzo. Magari è stanco, io sarei curiosissimo di sapere come cazzo vive Vasco, no? Si è focalizzato su questa cosa dei concerti, credo che voglia morire sul palco. Sono andato a vederlo, è stupendo, anche se non amo andare ai concerti. Non vado più ai concerti.

E cosa ascolti adesso?
Non ascolto niente prima di fare i dischi. È la prima volta che non mettiamo pezzi di altri durante le registrazioni. Non vogliamo fare la batteria come un altro pezzo, e cazzate del genere. Solo per Love, ho detto che volevo che diventasse la mia Gli angeli.

Sempre Vasco.
Lui è il cantante più popolare che abbiamo in questo Paese, ed è uno dei pochi cantanti che ha cantato una vita di disgrazie e disagi. Questo ti fa capire quanto in realtà amiamo questo lato un po’ oscuro di noi stessi. Nonostante sia dark, ti fa piangere di gioia ai concerti.

Foto di Fabio Leidi

Sei molto attento alle parole. Hai un lato vanziniano, edonista e cazzaro, e uno morettiano, quasi moralista.
Più che moralista, credo nell’educazione. È un principio che mi è molto a cuore: l’educazione comportamentale e sentimentale. Come i filosofi della morale che educavano l’anima, da Socrate, fino a Rousseau.

Anche riguardo alla politica, fai molta attenzione al linguaggio. Per esempio quando hai scritto a luglio per Rolling Stone – la copertina “Noi non stiamo con Salvini” – di aver paura oggi “della Storia che si ripete nella sua drammaticità”.
Il linguaggio è fondamentale. Il politico deve educare il cittadino, e non fomentarlo con il populismo da quattro soldi. Noi siamo popolari. Essere popolari è un conto, essere populisti un altro. Soprattutto quando c’è tensione nel Paese, dovresti veicolarla nel modo giusto.

Dove senti la tensione?
La sento quando vado nei taxi, quando giro per la strada. Ieri ho incontrato una signora del ’22 che diceva: “Ah se ci fosse il Duce rimetterebbero tutto a posto”.

E tu come reagisci?
Cerco di dialogare, fare domande, togliere certezze. L’altro giorno ho preso un Uber, e c’era un signore che diceva (imita un accento del nord, nda): “Uè, mo’ arriva Salvini e li caccia tutti ‘sti neri di merda”. Con queste persone dovremmo cercare – non attraverso le canzoni perché mi sembra stupido – di avere un dialogo. Perché si può parlare con tutti.

Foto di Fabio Leidi

Senti di avere una responsabilità, come personaggio pubblico?
Ho una responsabilità, e dico sempre la mia. Non mi tirerò mai indietro. Aggiungo una cosa, però. La Repubblica di Platone mi ha cambiato la vita, e questo libro parla di un concetto: la gente deve occuparsi delle cose di cui sa, per le quali è portata, per le quali ha arte e tecnica. Se chiedono a me di fare una hit per Pinco Pallino, mi metto e potrei anche riuscirci, ma non posso fare il politico, non è il mio mestiere. Vorrei che ne uscisse adesso fuori uno per cui sia pronto a dichiararmi a favore, vorrei – come nel primo episodio di Star Wars – una nuova speranza. Forse potrebbe essere Zingaretti.

È tempo di andare sul set del servizio fotografico, un maneggio “bollente” (ci sono 40 gradi e umidità a mille) appena fuori Milano. I western sono la grande passione di Tommaso e l’idea di trasformarsi in un cowboy contemporaneo – a metà tra il Clint Eastwood di Per un pugno di dollari e Il ragazzo di campagna di Renato Pozzetto – lo affascina. Affascina anche gli altri due Thegiornalisti, Marco Primavera e Marco Antonio Musella, che stiamo passando a caricare sul furgoncino. I tre a un certo punto della loro carriera avevano addirittura pensato di trasferirsi a Nashville per suonare, coltivare granoturco (!) e farsi crescere le barbe come i Kings of Leon.

Nel tragitto scherzano come compagni del liceo, parlando solo per citazioni dei Simpson e dei Griffin, mentre la radio manda per l’ennesima volta Felicità puttana. Tommaso mi coinvolge per esprimere la sua preoccupazione di aver parlato troppo poco del disco e di musica durante l’intervista. In effetti non abbiamo detto quasi nulla della produzione di Dardust, dell’ouverture di archi (che chiudono poi l’album), delle citazioni degli Oliver Onions (quelli delle colonne sonore di Bud Spencer & Terence Hill), del quasi abbandono delle sonorità anni ’80 di Completamente Sold Out, del contributo di Davide Rossi. Ma credo proprio che di questo Love avremo occasione di parlarne a lungo, nei mesi che verranno.