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The Last Internationale, gli ultimi duri e puri rocker di New York. L’intervista

In attesa delle loro prossime date italiane (3 giugno - Milano, 6 giugno - Ravenna, 9 giugno - Piazzola sul Brenta), abbiamo sentito la cantante Delila Paz

The Last Internationale, foto via Facebook (Linda Wake-Garza)

The Last Internationale, foto via Facebook (Linda Wake-Garza)

Slogan contro lo sfruttamento imperialista globale, inni rock per la classe lavoratrice, accuse di fascismo a qualunque istituzione (dalla polizia fino al Presidente Obama), brani intitolati immancabilmente “1968” in cui cantano “Più faccio l’amore, più ho voglia di fare la rivoluzione; più faccio la rivoluzione, più ho voglia di fare l’amore”. L’attivismo politico dei The Last Internationale è talmente ostentato da sembrare eccessivo: sia sul palco che negli atteggiamenti duri e puri ricordano la fase anni 70 dei Jefferson Airplane (prima che si
scannassero, per poi ripresentarsi come gruppo da canzonette, parabola molto istruttiva).

Ora, se davvero tutto questo è studiato a tavolino, viene da chiedersi: a che pro? Possibile che la multinazionalissima Columbia, che li ha messi sotto contratto, abbia realmente intravisto un potenziale di marketing (nel 2015, non nel 1970) in una band che si presenta (senza ridere, perché l’ironia tipica di questi anni non è la loro cifra) come “Radical rock’n’folk band from New York City, USA”? Forse la verità è che è difficile ignorare il talento dei due fondatori della band, Delila Paz e Edgey Perez, completati da Brad Wilk, già batterista dei Rage Against The Machine, e prodotti da Brendan O’Brien (Bruce Springsteen, Pearl Jam, Neil Young). In vista dei concerti che terranno in Italia (3 giugno a Milano, 6 giugno a Ravenna, 9 giugno a Piazzola sul Brenta), abbiamo parlato con Delila Paz.

Ho letto un’intervista in cui tenevate a precisare che nel vostro album We will reign non ci sono strumenti elettronici, ma “veri strumenti”. Perché i suoni degli strumenti elettrici sono più utili alla causa di quelli elettronici?
Non è una presa di posizione, ci troviamo soltanto più a nostro agio con un suono più organico, che si basa su vibrazioni più fisiche e condivisibili col pubblico. Io personalmente sono felice quando suono strumenti acustici. I suoni computerizzati per contro tendono a prendere il sopravvento in una canzone.

Non pensate di mettere sul piatto troppa politica? La musica è anche un piacere. In linea di massima.
Abbiamo fatto una scelta, ed è quella di sensibilizzare più gente che possiamo.

Rispetto la scelta, ma mi chiedo se un eccesso di sensibilizzazione non rischi di essere controproducente. E non rischi di mettere in secondo piano le vostre capacità musicali.
Io voglio essere la miglior musicista che posso, ma viviamo in un mondo in cui milioni di bambini soffrono e bisogna parlarne. Bisogna guardare al mondo con lucidità e tentare di ispirare un cambiamento.

So che la domanda più frequente che vi viene rivolta riguarda la vostra casa discografica.
Allora saprai che rispondiamo quello che pensiamo: che il capitalismo entra nella vita di tutti, ma puoi scegliere di usarlo invece che fartene usare. La major per cui incidiamo non ci dice cosa cantare, ci permette di far arrivare le nostre canzoni di lotta in diversi Paesi, e ci ha messo a disposizione il nostro produttore. Questi tre aspetti sono molto positivi per la nostra attività.

Tu ed Edgey state insieme?
Questa domanda non è pertinente.

Forse no, ma è abbastanza interessante. Allora mettiamola così: come vi siete conosciuti?
Quando eravamo ragazzi abitavamo molto vicini e avevamo amici in comune, che ci avevano detto che avevamo idee politiche e gusti musicali simili, da Woody Guthrie a Janis Joplin, e dovevamo frequentarci. Abbiamo cominciato ad andare a manifestazioni di protesta insieme. E in effetti nel 90% dei casi i nostri gusti coincidono, quando sentiamo la radio la nostra reazione è quasi sempre simile. Cosa che succede anche di fronte alle notizie politiche.

Ci sentiamo vicini agli anni ’60 perché è stato il momento in cui la musica ha spinto per una rivoluzione.

Ma com’è essere una radical band nell’America del pop? Vi sentite soli o c’è un sottobosco?
Chiaramente l’industria ha il suo tornaconto nello spingere i ragazzi verso una musica che privilegia l’importanza del successo e che enfatizza il sessismo.

Però non ci sono molte band come voi. Nemmeno a New York.
Questo è vero, noi facciamo una musica molto radicale. Ci sono più artisti di protesta a Washington, cosa che non è affatto strana.

Anche se si sente una forte impronta elettrica, molti dei vostri riferimenti musicali sono legati agli anni 60. Non c’è stato un modo radicale di fare musica nei decenni più recenti?
Ci sono state delle modalità in quasi tutti i generi musicali, soprattutto nell’hip­hop, ma noi ci sentiamo vicini agli anni ’60 perché è stato il momento in cui la musica ha spinto più forte per una rivoluzione. Dal momento che sentiamo che l’oppressione in cui vive la maggior parte della popolazione del pianeta non è diversa da quell’epoca, ci sembra coerente cercare vibrazioni simili.

Durante i concerti in Sudamerica hai cantato una canzone di Violeta Parra in spagnolo. Pensi di eseguire anche qualcosa in italiano per le vostre date qui da noi?
Ci sto facendo un pensiero. Mi sto facendo consigliare su canzoni italiane particolarmente importanti per i lavoratori ­ però non prometto niente. La verità è che la lingua italiana mi piace tantissimo, ma non la conosco e ho paura di suonare ridicola e innaturale…

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