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The Kills: «Nessuno mette più in piedi una rock band perché costa troppo»

Loro invece perseverano e celebrano i 20 anni con la raccolta 'Little Bastards'. Ci hanno raccontato le prime prove in una cucina, l’ufficio al Chelsea Hotel, i giornalisti sessisti, il prossimo disco «futuristico»

The Kills

Foto press

Qualcuno le chiamerebbe affinità elettive. Sono quelle che all’inizio del millennio hanno trasformato l’incontro tra Alison Mosshart e Jamie Hince in un sodalizio artistico sfociato nel progetto The Kills, duo rock’n’roll che unendo una voce capace di essere sensuale e graffiante, chitarre sporche, suoni garage tinti di blues e psichedelia, una buona dose di elettronica e condendo il tutto con del punk anni ’70, dal vivo si trasforma in una scarica di adrenalina. Roba rara, nel 2020, ossia vent’anni dopo l’inizio di un’avventura il cui frutto sono stati finora cinque EP e altrettanti album in studio. Come rare sono le chicche che Mosshart e Hince hanno deciso di riesumare per la raccolta Little Bastards: dai primi singoli in 7” del 2002 a demo inedite come Raise Me, risalente al 2009, dall’infuocata versione di Love Is a Deserter, ripescata da una radio session di XFM del 2005, a Night Train, bonus track digitale di Midnight Boom (2008), passando per le cover I Call It Art, rilettura di La Chanson de Slogan di Serge Gainsbourg originariamente incisa per una compilation-tributo del 2006, e I Put A Spell On You, rivisitazione di un classico del compianto Screamin’ Jay Hawkins.

A raccontarci l’album è Hince, 52 anni il prossimo 24 dicembre e la passione di un ragazzino, tratto percepibile persino durante una chat su Zoom a video spento. «L’idea della raccolta è arrivata dalla Domino, la nostra etichetta, e ovviamente c’entra la pandemia, senza la quale io e Alison saremmo concentrati unicamente sul nuovo disco», spiega il musicista dell’Hampshire. «Io inizialmente ero contrario: non amo le operazioni retrospettive, sono uno che guarda avanti, e in più all’epoca eravamo in lockdown e non ero dell’umore giusto. Voglio dire, prima dell’arrivo del virus andavo ogni giorno in studio ed ero così contento… Ma nel bel mezzo del lavoro il Covid ci ha scombussolato i piani e presto si è capito che non si trattava di un problemino da due settimane e via. Così mi sono messo a riascoltare un po’ di vecchio materiale e mi sono convinto che ritirare fuori alcuni pezzi potesse avere senso». E qui il tono della voce si fa malinconico: «Non è facile trovare musica registrata in quel modo al giorno d’oggi, ormai è quasi tutto alta produzione e suono digitale, mentre queste Little Bastards sono chitarre rotte registrate in maniera grezza».

Insomma, c’entra anche la nostalgia per la dimensione analogica in cui i Kills hanno mosso i primi passi, in queste rimasterizzazioni in uscita a quattro anni di distanza dall’ultimo (ottimo) disco di inediti Ash & Ice. Quella dimensione analogica che ha caratterizzato il periodo in cui Hince e Mosshart si erano appena conosciuti e uniti da passioni comuni che andavano dai Sonic Youth ai Velvet Underground, da Captain Beefheart ai Fugazi a PJ Harvey, passando per Warhol e Ginsberg, avevano cominciato a spedirsi vicendevolmente nastri per posta; lui, all’epoca 32enne, dalla sua dimora londinese, lei, più giovane di 10 anni, dalla Florida. Di lì a poco Alison avrebbe raggiunto il compare nel Regno Unito per fondare quella che è poi diventata una band a tutti gli effetti, con tanto di nomi d’arte: VV per lei, Hotel per Jamie.

«Ricordo bene le prime prove, vivevamo a sud di Londra, io in quello che sostanzialmente era uno squat, Alison in un appartamento lì davanti, e suonavamo nella sua cucina. Ma non potevamo fare rumore! Così, dato che la mia fidanzata di allora aveva uno studio artistico in un ex edificio industriale, abbiamo trasferito le prove là, solo che anche in quel caso non si poteva fare casino. Per fortuna al primo piano lavoravano dei muratori che ci hanno costruito una piccola cabina insonorizzata, così abbiamo potuto organizzarci in quella stanzetta, pur se alla bell’e meglio, solo con chitarra e amplificatore, microfono e cassa. Eppure quanto tempo abbiamo trascorso in quel posto… Ci stavamo anche tutta la notte, e non c’erano nemmeno le finestre. Il punto di svolta è stato quando mi è venuto il riff di Kissy Kissy, in quell’istante ho capito che avevamo davvero qualcosa di buono tra le mani».

Da quel momento i Kills hanno puntato su un seducente suono vintage che gli sarebbe poi valso il favore della critica e uno stuolo di fan fedelissimi. «La cosa più difficile è stato capire come portare avanti la band. La soluzione più ovvia sarebbe stata quella di trovarci un batterista e un bassista e di allargare il gruppo, ma non riuscivamo a trovare nessuno con il nostro stesso entusiasmo. Io nel frattempo stavo ascoltando un sacco PJ Harvey e mi piaceva da matti per come cambiava da un disco all’altro; vedi la differenza tra Rid of Me, che è rock’n’roll e post punk con tanta batteria, e Is This Desire, che ha un sound elettronico. Così ci siamo detti “ok, proviamo a usare una drum machine invece che un batterista”. E da lì è partita ufficialmente la nostra sfida».

Little Bastards è una celebrazione di tutto questo, basti dire che Little Bastard era il soprannome della drum machine utilizzata dai Kills nei primi anni della loro carriera. «Era un Roland 880, non proprio una drum machine, ma un sequenziatore, un registratore a 8 tracce con drum machine incorporata che per un bel po’ è stato il cuore e l’anima della band. Quel nomignolo gliel’aveva dato un nostro amico, si chiamava così anche la Porsche in cui è morto James Dean: ci era piaciuto subito perché esprimeva come la vita può darti cose bellissime che finiscono per ucciderti».

Ride, Jamie, e passiamo a parlare del primo tour dei Kills in America. «Lo abbiamo organizzato nel 2002 senza cellulari. Avevamo il computer, ma non i telefonini. E persino l’e-mail era qualcosa che non tutti avevano. Mi sembra che non avessimo ancora scelto come chiamarci, tra l’altro. Di certo se il booking è andato bene è stato grazie a Alison, che si è messa a scrivere e spedire alle potenziali venue delle lettere stupende, piene zeppe di fotografie e disegni, allegandovi i nostri pezzi incisi su cassetta. Non credevo avrebbe funzionato, invece ci ritrovammo con tantissime date e cavoli, è stato magnifico, il mio tour preferito in assoluto». E con crescente coinvolgimento racconta: «Una volta atterrato in Florida, abbiamo preso un’auto e siamo partiti: eravamo solo io, Alison e Little Bastard sul sedile posteriore. Ci siamo sparati tre mesi in viaggio per gli Stati Uniti, e non importava se magari quando arrivavamo al locale prestabilito scoprivamo che nessuno aveva promosso il concerto e che c’erano poche persone a vederci: ci interessava solo suonare, viaggiare e suonare, viaggiare e suonare. Era tutto fantastico, mi piacerebbe rifarlo».

C’è un altro luogo importante nella storia dei Kills: il Chelsea Hotel di New York. È qui che Alison e Jamie, attorno al 2003, hanno chiesto alla Rough Trade, loro etichetta in Usa, di avere la loro base nella Grande Mela. «Il fatto è che adoriamo entrambi la scena beatnik newyorkese degli anni ’60 e a quei tempi stavamo leggendo un libro di Edie Sedgwick al riguardo. Eravamo affascinati da quell’immaginario. Così un giorno abbiamo detto ai discografici della Rough Trade americana che avremmo firmato con loro solo se ci avessero dato l’ufficio al Chelsea Hotel. E hanno acconsentito! È durata circa tre anni. Una meraviglia: entravi nella lobby e ti ritrovavi circondato da artisti che dipingevano sulle pareti per pagarsi l’affitto, poi salivi e i muri erano tappezzati di opere d’arte. Non facevi che imbatterti in personaggi bizzarri e follemente creativi. Era il posto giusto se volevi respirare quel tipo di atmosfera».

È così che i Kills sono diventati il duo che conosciamo ed era prevedibile che certa stampa votata a gossip e chiacchiericci avrebbe puntato gli occhi su questa carismatica coppia di rocker, imbastendo narrazioni di volta in volta romantiche, a sfondo sessuale e talvolta pure sessista, quando incentrate sull’idea che fosse Jamie, in quanto uomo, a decidere tutto per Alison, la sua musa.

«Ci hanno chiesto così tante volte come un uomo e una donna possano fare musica assieme», sospira Hince. «Persino come sia possibile una collaborazione tra un inglese e un’americana! Tra l’altro io non mi sento inglese, né mi considero meramente un uomo. Nel senso: chi se ne frega se i Kills sono formati da un uomo e una donna?! Ad ogni modo Alison è più brava a trattare questi argomenti, mi piace perché quando le domandano come si trova da donna in un contesto perlopiù maschile come quello del music business risponde sempre che quel contesto per lei, dalla sua prospettiva, non è maschile. Ha uno sguardo diverso. Secondo me perché è lei che domina me, in fondo è lei il boss».

C’è da dire che dal 2009 la Mosshart suona anche nei Dead Weather di Jack White e che proprio quest’anno ha sfornato i suoi primi singoli da solista. Quanto ai pettegolezzi relativi a una relazione sentimentale con la sua socia, Hince, che come si sa è stato sposato con Kate Moss dal 2011 al 2016, precisa di essersi «talvolta arrabbiato con giornalisti e fotografi più per senso di protezione nei confronti di Alison che per altro». E invece perché non ti senti inglese?, chiediamo. «Mi sono sempre sentito uno straniero nel mio Paese, non so perché. Forse c’è qualche ragione psicologica, da bambino ero timidissimo e sono stato bullizzato, per cui quando penso all’Inghilterra la mente va a quei momenti di terrore a scuola. Da piccolo ho vissuto qualche anno in Africa – per il lavoro nell’edilizia di mio padre –, così quando sono tornato a Londra avevo un accento ridicolo e i compagni non facevano che prendermi in giro, non riuscivo a farmi degli amici, il che oltretutto mi rendeva nervoso. Da allora sto meglio quando sono altrove».

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La copertina di ‘Little Bastards’

Adesso Jamie Hince vive negli States, da parecchio ormai. «Prima del referendum sulla Brexit stavo per traslocare a Los Angeles, poi la Brexit è passata e ho capito che avevo fatto la cosa giusta. Peccato che non molto dopo mi sia ritrovato Trump! Il mondo è fuori di testa». Almeno di Trump ci siamo liberati, continua: «Che idiota! Averlo come Presidente degli Stati Uniti era estenuante, l’unico modo che aveva per ottenere consenso era far litigare gli americani, metterli gli uni contro gli altri. Meno male che è finita». In compenso la Brexit prosegue il suo corso e nel frattempo è esplosa una pandemia. «Nelle prime settimane non mi sembrava nemmeno così male, l’idea di avere un po’ di tempo per stare da solo, creare e fare musica: poteva funzionare. Ma dopo quasi un anno basta, non ne posso più, non vedo l’ora di tornare in tour». In effetti la forza dei Kills è proprio la dimensione live: difficile non notare la chimica e il magnetismo che si creano tra Jamie e Alison sul palco. «Penso che l’intesa che abbiamo quando suoniamo sia il risultato delle tantissime ore di prove che abbiamo alle spalle, io e lei da soli. Prima dei concerti siamo nervosi, ma una volta davanti al pubblico ci basta guardarci negli occhi per sentirci bene e lasciarci andare. Ci fissiamo, è quella la magia».

L’ultima riflessione riguarda il futuro del rock’n’roll. «Non so come andrà, perché se fino a una ventina di anni fa, se eri un adolescente e volevi fare musica, la soluzione più economica era mettere su una guitar band, ora non è più così. Io la mia prima chitarra l’avrò pagata un centinaio di dollari, e un tempo non era nemmeno difficile trovare amplificatori a buon prezzo, mentre i computer per fare musica elettronica, quelli sì che costavano. Ma adesso? A nessuno frega più niente delle chitarre, perché per qualche motivo oggi avere una rock band è super costoso, tra strumenti, sala prove e tutto il resto. Al contrario, fare musica con Garage Band e software del genere conviene. Alla fine è sempre una questione di soldi: in ogni epoca i più giovani vanno verso ciò che possono permettersi economicamente. Detto questo, mi sembra anche che le guitar band di adesso riprendano un po’ troppo il passato, solo St. Vincent è riuscita a usare la chitarra in modo futuristico e in un certo senso anche il prossimo album dei Kills sarà così. Sì, futuristico. Sto scrivendo molto senza chitarra, vivo in un luogo dove c’è molta natura, ma al tempo stesso sono immerso nella tecnologia, la scommessa è riuscire a tirar fuori della musica che unisca questi due estremi: il vecchio e il nuovo».

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