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The Killers, storia dell’addio e del ritorno di Dave Keuning: «Stavo impazzendo»

«Non avevo le forze fisiche e mentali per andare in aeroporto e fare un altro tour di due anni», racconta il chitarrista che è tornato a far parte della band per registrare un nuovo album

Foto: Diana Trippe

Il chitarrista Dave Keuning ha fondato i Killers nel 2001, rispondendo a un’inserzione su un giornale di Las Vegas. È una figura creativa centrale del gruppo. Ha scritto classici come Mr. Brightside, Somebody Told Me e When You Were Young. Nel 2017, però, era sfinito e ha lasciato il gruppo per passare più tempo con la famiglia. La band continuava a indicarlo come membro dei Killers, ma è diventato difficile crederle dopo che l’assenza si è prolungata anche alle session di Imploding the Mirage, l’album uscito nel 2020. Nelle interviste promozionali del periodo, la band ha iniziato a parlare di lui al passato (hel 2016, anche il bassista Mark Stoermer non andava più in tour con i Killers, ma ha comunque partecipato alle session del disco).

«Non voglio lavare i panni sporchi in pubblico, ma sono anni che Keuning non è una parte produttiva di questa band», ha detto il batterista Ronnie Vannucci Jr. a maggio 2020. «Ed è terribile. Dobbiamo abituarci, speriamo di trovare un modo per andare avanti. Se vuole, può tornare. Dipende da lui».

All’inizio di quest’anno, i Killers hanno pubblicato un video in cui li si vede lavorare al nuovo disco. Dopo una dozzina di secondi, la telecamera passa davanti a un uomo con la mascherina, che è chiaramente Keuning. A quel video, però, non è seguita alcuna comunicazione ufficiale e il team del gruppo non ha risposto alle richieste di chiarimento.

Abbiamo intervistato Keuning per il suo nuovo disco solista, A Mild Case of Everything, e ci ha finalmente spiegato che cosa sta succedendo.

Ti mancano i concerti?
Sì e spero di farne qualcuno, da solo o con i Killers, quando sarà possibile. Ma ero stanco dei tour, delle altre 22 ore al giorno che passi lontano dal palco. Mi ero stufato dei viaggi, degli hotel, del bus che ti porta da uno show all’altro. L’ho fatto per un sacco di tempo. Non tutti lo capiscono, ma siamo tutti diversi, abbiamo situazioni differenti a casa e abbiamo livelli diversi di sopportazione. Mi chiedevano: «Ma perché non vuoi andare in tour?». E io: «Non voglio starmene in giro undici mesi all’anno. Devo fornire una spiegazione dettagliata? A te è mai successo di stare via per tanto tempo?».

La mia sensazione è che Brandon e Ronnie vivano per queste cose.
Tutti hanno motivazioni e situazioni personali diverse. I concerti mi mancano. Mi manca suonare, i fan, quelle cose. Ma l’ho fatto per dieci anni. Avevo voglia di provare qualcosa di diverso. Avevo una casa, ma non c’ero mai. Volevo finalmente viverci e avere una vita normale.

Che effetto ti ha fatto vedere qualcun altro suonare le tue parti sul palco? È stato strano?
Sì. Non sapevo cosa provare, non lo so neanche adesso. Ma è andata così. Qualcuno doveva farlo, altrimenti non sarebbero andati in tour. Era un compromesso, ma è stato strano. Quando la gente suona le mie cose di solito mi sento onorato, stavolta avevo emozioni contrastanti. Cerco di affrontare la cosa razionalmente.

Ho visto lo show al Madison Square Garden, nell’ultimo tour. È stato divertente, ma sembravano gli Stones senza Keith Richards.
Grazie. Sono un grande fan degli Stones e anche di Keith. E mi sembra che la gente non capisca le dinamiche interne alle band. Parlando di Stones, adoro l’epoca in cui c’era Bill Wyman. Non sono più stati così forti.

Come mai non hai suonato in Imploding the Mirage? 


Non lo so. Avevo bisogno di staccare. La schedule di quel disco era complicata come quella di un tour di dieci o undici mesi. C’è voluto un sacco di tempo per registrarlo, forse un anno e mezzo. Lo sanno di preciso solo loro, ma mi sembra sia andata così.

In quanto a me, eravamo in una situazione di stallo. Adesso le cose si sono smosse e sto partecipando alle session del prossimo disco. Sono tornato quando erano a metà dei lavori, ma ci tenevo a suonare la chitarra e rendere le canzoni più fighe possibile. Ne abbiamo anche scritte un paio insieme, con i miei accordi e cose del genere.

Due anni fa hai detto che eri frustrato perché le tue canzoni finivano «in fondo alla lista». I fan pensavamo che avessi lasciato anche per questo, non solo per i tour.
Sì. Insomma, non avrei dovuto essere così specifico, i fan criticano tutto quello che dico ed è difficile non… Non riuscivo ad andare in tour, non ce l’avrei fatta neanche se avessi voluto. È difficile parlarne. Come ho detto, nessuno prova empatia per una cosa del genere, ma non avevo le forze fisiche e mentali per andare in aeroporto e fare un altro tour di due anni. Era impossibile. Stavo impazzendo.

Non sono un drogato, niente del genere, ma capisco perché le rock star del passato si facessero. Lo capisco al 100% perché in tour ci si annoia molto. Ti manca casa. Ti manca la famiglia. E che fai tutto il giorno? Ero stanco di sentirmi in colpa per essere sempre lontano da casa e da mio figlio. Avevo tutti questi pensieri per la stesa. Mi serviva un po’ di equilibrio. Ripartire in tour era fuori discussione. Scrivere, invece, è un altro paio di maniche. Ma come ho detto, se avessero registrato a San Diego forse avrei potuto esserci. Per un anno e mezzo non mi sentivo pronto a lavorare a Las Vegas o nello Utah.

Un anno fa Ronnie ha detto: «Non voglio lavare i panni sporchi in pubblico, ma sono anni che Keuning non era una parte produttiva della band».
Me lo ricordo, mi ha dato fastidio. Ma vado d’accordo con Ronnie. Non voglio rovinare tutto (ride). Ma… eravamo una band. Perché siamo diventati una band? Perché eravamo d’accordo su tutto. Andavamo alla grande. Volevamo fare tutti la stessa musica. Poi il tempo passa e si vogliono fare cose diverse. Le cose cambiano. Non mi sono escluso per scelta. Ho cercato di contribuire. (Sospira) Voglio rispondere pesando le parole: era una tempesta perfetta. Non avevo controllo creativo. Non potevo entrare in studio e dire: ecco, questo pezzo sarà nel disco. In più, avevo dei problemi personali ed era difficile dedicarmi al 100% alla scrittura.

Credo che la pausa mi abbia fatto bene. Ne avevo bisogno. Negli ultimi cinque anni mi sono sentito molto creativo. Ma quando le mie idee venivano scartate una dopo l’altra, avevo due possibilità: lottare oppure tenerle per un progetto solista che avrebbero ascoltato in pochi, ma che mi avrebbe dato qualche soddisfazione. E sono felice che alcune di quelle canzoni abbiano visto la luce del giorno.

Come sei tornato nella band? 


È molto semplice. Avendo cancellato il tour per la pandemia, mi hanno contattato. Visto che avevano tanto tempo a disposizione, stavano lavorando a un disco e mi hanno chiesto di partecipare. Ho risposto che ci avrei provato. Non è stato facile ritrovarci tutti in una stanza, a causa della pandemia, ma abbiamo ricominciato a parlare e registrare assieme.

Abbiamo tutti fatto il tampone prima delle session, soprattutto all’inizio. C’era sempre qualcuno, anche tra i fonici, i produttori e i proprietari dello studio, che voleva che tutti fossimo testati. Ci siamo assunti un rischio, perché l’ultimo anno e mezzo è stato spaventoso. Non è stata una passeggiata, anche solo per la logistica. Ma ce l’abbiamo fatta ed è così che siamo tornati a parlarci. Ora la situazione è più tranquilla, forse perché non c’è granché su cui litigare.

Stai scrivendo? Usano le tue canzoni?
Qualche mia idea finirà sul disco. Ce ne sono almeno due. Molte canzoni erano già state scritte. Non voglio dire di più, sarebbe ingiusto per gli altri che dovranno raccontare il disco nelle interviste… ma è una sorta di concept. Di conseguenza, il materiale doveva avere un senso in quel contesto. Stiamo già parlando del successivo, sarebbe pazzesco se i Killers facessero tre dischi in tre o quattro anni. Mai successo prima.

Partirai in tour con loro, quando sarà possibile? 


Mi piacerebbe, sì (ride). Rispetto il fatto che tu me l’abbia chiesto, ma si tratta di questione che attiene al gruppo. Ma ne abbiamo parlato e credo di sì. Niente annunci però. Non voglio menare sfiga. Ma sì, mi manca suonare dal vivo.

Sei disposto a fare 100 concerti, a passare tutto quel tempo in tour? 


Cento? Non è niente. Mi prendi in giro? Sì, farei 100 concerti. La gente non sa che abbiamo fatto tour anche di 200 concerti in un anno. Era l’epoca di Sam’s Town e Hot Fuss.

Ci sarà anche Mark in tour? 


Non posso rispondere. E non lo so. Non sono Mark. Sono felice di essere tornato nel giro. Vivo alla giornata.

I fan andranno fuori di testa. Per fare un’altra analogia, era come gli U2 senza The Edge. Non è la stessa band senza il chitarrista.
Grazie, apprezzo che tu lo dica (ride). Sono d’accordo.

Se The Edge volesse prendersi una pausa, gli U2 lo aspetterebbero, credo. Non prenderebbero un sostituto.
Non voglio mentire, l’ho pensato anch’io. Ma non avevo scelta. Non potevo chiedere loro di fermarsi, anche se so che non l’avrebbero fatto. Non c’era modo di uscirne. Era una situazione difficile, coi fan che non capivano. Mi chiedevano perché non fossi sul palco, e io: “So che mi odiate, ma almeno potete vedervi i concerti dei Killers, non so che dirvi”.

Sei diventato senza volerlo un mistero. Per fare un’altra analogia, sei un po’ come Izzy Stradlin nei Guns N’ Roses, uno dei fondatori, che ha scritto dei brani chiave ed è sparito senza troppe spiegazioni.
Dieci o quindici anni fa non avrei mai pensato a mollare. Al contrario, avrebbero dovuto fermarmi con la forza. Adoravo andare in tour. Ricordo che da ragazzino non riuscivo a capire perché i musicisti mollassero le band. Rispetto tantissimo i gruppi che resistono e mi chiedo ancora come mai alcuni musicisti lascino. È difficile capire certe situazioni finché non le vivi. Sfortunatamente, a me è successo.

È sempre difficile lasciare tutto. Io sono stato nel gruppo dal primo giorno e mi piace suonare le hit dal vivo. Non mi stancherò mai di vedere la reazione della gente, non importa se ho suonato quei pezzi migliaia di volte. È sempre una grande sensazione.

Non ti è mai capitato di pensare «questa l’ho suonata migliaia di volte», neanche durante Mr. Brightside? 


No. Magari per un momento, ma va e viene. Nella maggior parte dei casi è divertente.

Se tornerai in tour con i Killers, suonerai i pezzi di Imploding the Mirage?
Preferirei… (pausa) Sì, li suonerei. Se saranno in scaletta, li suonerò.

È stato strano ascoltare un disco dei Killers senza averci suonato?
Sì. Non sapevo cosa pensare. Quando non giochi più in una squadra, tifi per loro o contro di loro? Non lo so. Se sei parte di un team, in un certo senso lo sarai per sempre. Oppure lo odi perché non ci sei più? Poi magari ci torni… è un casino (ride).

Quando sono andato via abbiamo usato la parola “pausa”. Ci siamo presi la briga di speigare le cose, diversamente da altre band che non lo fanno. Dopo Day & Age ci siamo presi un anno di pausa. Se non avessimo detto nulla, non credo che la gente se ne sarebbe accorta, è una cosa normale che fanno molte band.

Il tempo passa velocemente e se un gruppo aspetta quattro anni tra un disco e l’altro, nessuno se ne accorge. Poi, all’improvviso, tornano. È un tipo di vita che non tutti riescono a sopportare, ognuno ha una sua soglia di sopportazione e io non potevo più vivere il ciclo tour-disco. Non potevo continuare all’infinito.

Non ti biasimo per aver mollato, ma sono felice che tu sia tornato. Sono poche le band con tutti i membri fondatori ancora sul palco. Speriamo che le cose restino così per più tempo possibile.
Sfondi una porta aperta (ride).

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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