The Dub Side of the Spoon: intervista doppia a Britt Daniel e Adrian Sherwood | Rolling Stone Italia
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The Dub Side of the Spoon: intervista doppia a Britt Daniel e Adrian Sherwood

Il produttore e discografico della On-U Sound ha riletto in chiave dub 'Lucifer on the Sofa' degli Spoon, che è così diventato 'Lucifer on the Moon'. I due raccontano la loro collaborazione e commentano i remix di alcuni grandi del dub e non solo, dai Clash a Lee "Scratch" Perry strafatto in studio

Gli Spoon e Adrian Sherwood

Foto: Oliver Halfin (1), Harry Borden (2)

Britt Daniel degli Spoon adora i trucchi da studio di registrazione. Eppure per l’album della band Lucifer on the Sofa uscito a inizio 2022 ha deciso di partire da voce e chitarra ritmica. È venuto fuori un disco fortissimo, uno dei migliori degli Spoon.

Quei riff racchiudevano il germe di un album molto decisamente strano e cervellotico. Poco dopo aver terminato le session di Lucifer on the Sofa, la band ha contattato il leggendario produttore dub britannico Adrian Sherwood per remixare un paio di tracce. I risultati sono stati talmente buoni che Sherwood è andato avanti fino a rielaborare l’intero disco e trasformarlo in Lucifer on the Moon, che uscirà il 4 novembre.

«Collaborare con Adrian è stato bello e per la prima volta si è molto lavorato sui pezzi in studio», spiega Daniel. Agli Spoon sono sempre piaciuti i remix (e non solo perché il mostro dell’industria discografica li esige), purché realizzati con cura. Uno dei motivi che li hanno spinti a contattare Sherwood, spiega Daniel, è che cercavano qualcuno che non si limitasse a creare un remix restando nelle rigide gabbie imposte da Pro Tools: «Volevamo vedere cosa si poteva fare inserendo nell’equazione la variabile umana, magari unendo dei nastri o aggiungendo una echo box. Volevamo qualcuno che adottasse un approccio più umano».

Per farlo, Sherwood ha recuperato le registrazioni originali multitraccia e ha modificato i ritmi, lavorato sulle parti strumentali, tagliato le tracce vocali e riportato alla luce cose nascoste (come la voce del chitarrista Gerardo Larios che parla in spagnolo durante una take di The Devil and Mr. Jones). Ha anche aggiunto elementi nuovi, disseminando il disco di parti di melodica e ingaggiando il bassista Doug Wimbish e il batterista Keith LeBlanc (da tempo turnisti della label di Sherwood, la On-U Sound) per ricostruire da zero alcune sezioni ritmiche.

«La sfida consisteva nel mantenere un groove sexy e belle melodie, infondendo nuova vita al tutto», spiega Sherwood. «Ho tentato di dare ancora più carattere a brani che erano di per sé costruiti in modo intelligente. In tante canzoni di Britt c’è un elemento di humor. Ecco, ho cercato di spingere su quello».

Lucifer on the Moon ha un bell’impatto, è allo stesso livello del disco precedente, anche se ha un taglio radicalmente diverso. Si inserisce nel solco di una lunga tradizione di crossover fra dub e rock che include classici moderni come Dub Side of the Moon (del 2003), in cui una band di sessionmen battezzata Easy Star All-Stars rifaceva i pezzi dei Pink Floyd.

In una chiacchierata con Rolling Stone, Daniel e Sherwood hanno raccontato il processo di creazione di Lucifer on the Moon e commentato una selezione di remix dub classici (alcuni creati da Sherwood) e di brani più vicini al rock, ma con suggestioni dub.

Britt, come hai reagito ascoltando i primi remix che ti ha inviato Adrian?
Britt Daniel: I primi due che ho ricevuto sono stati The Devil and Mr. Jones e Astral Jacket. Mi hanno letteralmente sconvolto. Mi sono fatto venire a prendere da un amico in auto, mi sono piazzato sul sedile posteriore e abbiamo alzato il volume al massimo, girando per Austin. C’erano ancora alcune restrizioni per via della pandemia, ma si poteva girare in auto ed è l’ che ho ascoltato più volte i pezzi. Poi li ho mandati al resto della band e ho chiesto ad Adrian: «Ti andrebbe di farne altri?». O forse l’idea è partita da te…
Adrian Sherwood: Forse sì. Di sicuro avevo manifestato l’intenzione al mio team. Non prendo mai un impegno se non sono certo di fare un bel lavoro. In questo caso la faccenda era più personale. Persino alla mia ragazza il disco piace un sacco e ti assicuro che non succede spesso… Amici che non ascolterebbero mai gli Spoon, perché sono fanatici di reggae e non sentono altro, hanno apprezzato tantissimo questo lavoro. La cosa mi rende parecchio orgoglioso.

Partiamo coi pezzi. Che mi dite di One More Dub dei Clash feat. Mikey Dread, del 1980?
Sherwood: Conosco i Clash dagli inizi, ai tempi di Ladbroke Grove. Sono stato in tour con loro nel 1979 e ho aperto qualche loro concerto con la mia band, i Creation Label. Ho anche lavorato con Mikey Dread. Quel che fecero all’epoca è interessante, i Clash non erano una band reggae, ma erano ovviamente influenzati dal genere. Con One More Dub hanno sdoganato ciò che stava accadendo intorno a loro in Gran Bretagna. Per cui, massimo rispetto: i Clash hanno fatto avvicinare tante persone a una musica che loro per primi apprezzavano.
Daniel: Mi è piaciuta la loro idea di far sentire questo pezzo subito dopo la versione originale. Mi sono divertito a sentire le differenze. Ho parlato un paio di volte con Mikey Dread quando abbiamo utilizzato alcuni suoi campionamenti in Ga Ga Ga, per Finer Feelings. Dev’essere stato un anno o due prima che morisse. Non gli piaceva avere a che fare con gli avvocati, per cui è stato piuttosto difficile sistemare tutti gli aspetti legali della cosa. Voleva davvero farlo e gli stavo simpatico, ma non sopportava proprio gli avvocati, per cui le cose sono andate per le lunghe.

Reggae, rock, funk e dub stavano già iniziando a meticciarsi prima di Sandinista!: voi pensate che One More Dub abbia avuto un’importanza speciale?
Sherwood: Si può analizzare la faccenda col senno di poi, ma non credo che i Clash avessero davvero idea di creare qualcosa di storicamente rilevante, facevano quello che li ispirava. C’erano anche i Ruts, che sono stati molto influenti: erano una band di bianchi, ma uscivano per un’etichetta di artisti di colore, la Misty Roots. Erano duri, facevano dub chitarristico. Forse loro andrebbero citati prima di tutti gli altri, in ordine d’importanza.

Che mi dici di Medium Medium e di Hungry So Angry, che hai prodotto nel 1981?
Sherwood: Ho solo curato il posizionamento dei microfoni e l’equalizzazione, non ho avuto alcuna parte nella concezione della struttura del pezzo o dell’arrangiamento. Ma il sound è tutta farina del mio sacco: il lato B del singolo, in particolare, è molto dub (Further Than Funkdream, nda).
Daniel: Com’è che sei finito a collaborare con loro? Eravate amici?
Sherwood: Ai tempi lavoravo soprattutto con artisti giamaicani o inglesi di colore. Loro hanno sentito delle mie cose e mi hanno chiamato. Mi piacevano. Ho lavorato con loro in un altro paio di occasioni, in uno studio che si chiama Berry Street. Sempre lì, ho aiutato Derek Birkett per il primo disco degli Sugarcubes, microfonando tutto. Non sono un fonico (ride). Non so far funzionare le apparecchiature moderne. All’epoca, comunque, sperimentavo coi microfoni, registravo le parti e poi le processavo facendo passare il suono attraverso tubature o corridoi: il sound che ottenevo era buono. Ed è così che, piano piano, hanno iniziato a offrirmi dei lavori.

Hungry So Angry è un pezzo post punk/rock. Pensi che sia stato una specie di punto di partenza che ti ha fatto arrivare a collaborare con band come i Nine Inch Nails, una decina d’anni dopo?
Sherwood: Direi che quello è merito del lavoro fatto con Daniel Miller e i Depeche Mode. Conoscevo Dan dai tempi in cui viveva con la madre e mi ha coinvolto nella lavorazione di un paio di dischi dei Depeche e da lì le cose hanno iniziato a girare bene per me. Hanno avuto successo e alla gente nulla piace più del successo. Però mi hanno sempre chiesto di realizzare le versioni strambe dei loro pezzi: nessuno si è mai fidato a farmi fare altro (ride).

E hai mai avuto voglia di fare le versioni meno bizzarre dei pezzi?
Sherwood: Ma io non pensavo che le mie versioni fossero strambe. Mi piaceva molto quello che facevo. Comunque è così che è andata e mi sta bene, non mi lamento.

La cover di Grace Jones di Love Is the Drug dei Roxy Music era già uscita nel 1980, ma non ha avuto successo finché non è arrivato il remix di Paul Smykle nel 1986. Cosa pensi che abbia di speciale questa sua versione?
Sherwood: Succede che certi pezzi siano troppo avanti per il momento in cui vengono realizzati, o almeno è così che funziona con la musica strana. Pensa a molti grandissimi dischi jazz, quelli della Blue Note, che sono usciti dieci anni dopo essere stati incisi e poi, a 50 anni di distanza, sono arrivati a esssere considerati capolavori.
Daniel: Smykle ha lavorato al pezzo, ma non troppo: ha aggiunto del riverbero al sequencer, ha modificato un po’ la batteria, tagliato delle piccole parti strumentali. Il brano non è molto diverso dall’originale, ma è piuttosto cool. È un remix con un sound mooolto pop anni ’80, secondo me. In quel periodo compravo molti 12” di questo tipo.

Adrian, hai accennato al jazz. C’è un’intervista a Smykle in cui dice che artisti dub come Lee Perry e King Tubby inizialmente erano dei fanatici del jazz. Credi ci sia una connessione fra dub e jazz, un genere in cui improvvisazione e reinterpretazione sono centrali?
Sherwood: È la libertà. Penso che il jazz dia più libertà ai musicisti, mentre il dub è davvero il campo di gioco dell’ingegnere del suono. Dopo che i musicisti sono andati a casa o comunque hanno finito il loro lavoro e se ne stanno lì seduti in studio, scocca l’ora di chi fa i mix. È lì che dai la tua interpretazione della canzone.

Adrian, so che hai un bell’aneddoto in proposito del remix di Lee “Scratch” Perry di Sign Your Name, il pezzo del 1987 di Sananda Maitreya/Terence Trent D’Arby.
Sherwood: Oddio, chi te l’ha detto (ride)? Comunque, il discografico che era un mio amico mi fa: «Terence Trent D’Arby sta andando benissimo e mi piacerebbe che Lee facesse una versione di Sign You Name. Gli ho spiegatoche Lee non faceva remix e non toccava un mixer da anni. «Tu però fammi questo favore, chiediglielo». L’ho fatto e Lee ha accettato. In quel periodo Lee beveva moltissimo. Quando sno andato in studio l’ho trovato steso sotto al mixer, con un bottiglione di vino vuoto da due litri e uno spinello quasi finito in mano; aveva microfonato un rubinetto nel bagno e da una cassa usciva il suono dell’acqua che scorreva, dall’altra un po’ di basso e di charleston. Ogni tanto si sentiva la frase “You’re my baby Terry, you’re my baby” e qualche frammento di voce di Terence (ride). Se avessero pubblicato quella roba invece della versione che è uscita, che non era malaccio, sarebbe stato geniale. Sembrava una specie di Blackboard Jungle degli Upsetters andata a male. A un certo punto è entrato il tipo della casa discografica ed è scoppiato a ridere. Lee ha pure chiesto altri soldi e loro glieli hanno dati, ma non è stato un problema, perché la canzone poi è andata benissimo.
Daniel: Mi piacciono sia questa versione che l’originale. È quasi come se nel remix si sentisse il suono di quel rubinetto, quanto mi piacerebbe ascoltarlo così com’era quando sei arrivato tu in studio, Adrian. Mi sa che alla fine è stata imboccata una direzione molto differente, ma qualcosa di quell’idea iniziale mi pare sia lì che aleggia.

Che ne pensi del remix di Radiation Ruling the Nation a nome Massive Attack x Mad Professor, 1995?
Sherwood: Credo che Neil [Mad Professor] abbia fatto un bel lavoro qui. Anche se penso che io avrei fatto meglio (ride). No, scherzo, Neil è un amico. So che non aveva idea di chi fossero i Massive Attack prima di lavorarci assieme ed è rimasto sorpreso dal successo del disco. Neil allora era in formissima e tutto è stato inciso live. Ancora una volta, si tratta di una reinterpretazione totale dell’originale, quindi una cosa non molto diversa da quel che abbiamo fatto con Lucifer on the Moon.

È un bell’aggancio per parlare delle ultime due canzoni: JU-87 e Living Dub, da Echo Dek, il remix totale dell’album dei Primal Scream Vanishing Point che hai realizzato nel 1997. Come si differenziano i remix degli album interi dai remix di singole tracce?
Sherwood: Se faccio il remix di un singolo pezzo per qualcuno, lo faccio perché penso di poter fare un buon lavoro. E, in tutta onestà, di solito partono dicendo «facciamogli fare un remix bizzarro che ci aiuti a entrare in classifica» o qualcosa del genere. E io lo faccio, perché è un lavoro, perché mi pagano, ma ovviamente mi piace anche a livello artistico. Ma quando fai una cosa come quella degli Spoon il coinvolgimento è totale. E non è certamente la regola. Ho fatto molti remix di cui vado fiero e altri che col senno di poi ritengo buoni, ma si capisce quando c’è un vero coinvolgimento: i risultati sono migliori rispetto ai lavori che, semplicemente, ti commissiona una casa discografica.

Lavorare a Lucifer on the Moon ti ha ricordato i tempi di Echo Dek?
Sherwood: A un certo punto, mentre lavoravamo a Echo Dek, io e il chitarrista dei Primal Scream, Andrew Innes, non facevano che parlarci, siamo diventati buoni amici. Credo che quel disco sia ottimo, monumentale. Ne vado molto fiero e so che anche a lui piace. È stato come lavorare a Lucifer on the Moon: c’è stata collaborazione totale. Andrew è stato coinvolto in ogni aspetto, proprio come Britt. Se qualcuno mi chiedesse quali sono stati i miei lavori più completi e organici, citerei questi due album. Ho realizzato dei buoni remix di successo, ma questi due sono lavori completi.
Daniel: Conoscevo Echo Dek, ma l’ho riascoltato quando ho iniziato a lavorare con Adrian. È fantastico. Non so se sia giusto fare paragoni, ma credo che mi piaccia più del disco originale.

Tradotto da Rolling Stone US.

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