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The Cinematic Orchestra: «Il jazz è una filosofia contro ogni mainstream»

La band di Ninja Tune torna dopo 12 anni con un album che nasce come critica ai tempi che stiamo vivendo, una via alternativa per ritornare a pensare la musica e ciò che ci circonda

Cinematic-Orchestra

Foto di Eddie Alcazar

Sono passati dodici anni da Ma Fleur, l’ultimo gioiello firmato dai Cinematic Orchestra, istantanea in cui era richiuso il nucleo di uno stile sonoro prezioso, che dal jazz trasportava all’elettronica infrangendo a testa bassa qualsiasi classificazione di genere. Dodici anni in cui il sentiero tracciato dalla band inglese fondata da Jason Swinscoe nel 1999 ha fatto scuola, diventando stella fissa per un movimento artistico che da Kamasi Washington porta alla collaborazione tra Ólafur Arnalds e Floating Points, passando per Badbadnotgood, Sons Of Kemmet, dalle contaminazioni in rima di Kendrick Lamar e da generazioni di artisti per cui il termine “genere musicale” ha perso significato.

Nel frattempo il mondo è cambiato radicalmente, dalla scomparsa della scena club di Londra da cui avevano preso le prime ispirazioni, fino al vortice social network, populismo, fake news, Brexit, Trump e via dicendo. Con il loro nuovo album, To Believe, i Cinematic Orchestra raccontano di questi dodici anni, dello strascico che ne consegue e della necessità di credere che una via d’uscita ci sia. Insieme allo storico collaboratore Dominic Smith, Swinscoe ha composto un disco concepito come una risposta a questa esigenza, intitolato appunto To Believe. Un ritorno tanto atteso quanto curato fin nei suoi tratti più sottili, dal parterre de rois di ospiti – Moses Sumney, Roots Manuva, Heidi Vogel, Grey Reverend, Dorian Concept e Tawiah – fino alle pennellate conclusive, firmate dal produttore Tom Elmhirst (già al lavoro con David Bowie, Frank Ocean, Adele) dietro il banco degli Electric Lady Studios che furono casa di Jimi Hendrix.

Jason, cosa ha ispirato questo titolo?
Il titolo è uno sguardo critico sulla situazione culturale e sociale in cui stiamo vivendo. Come band abbiamo sempre apprezzato chi, attraverso l’arte, cerca di lanciare un messaggio, chi cerca di diffondere idee diverse dal mainstream, che vadano oltre la superficie delle cose, e questo è ciò che vogliamo comunicare con il titolo. Viviamo in un’era in cui tutte le nostre convinzioni stanno crollando, in cui nessuno cerca più di comprendere ciò che succede intorno a noi. Crediamo, quindi, che sia necessario cercare di cambiare le cose, trovare un modo per riuscire di nuovo a conoscere il mondo oltre per tornare a conoscerci l’uno con l’altro.

To Believe esce dopo dodici anni dal vostro ultimo album, Ma Fleur. Come mai così tanto tempo?
Ci vuole sempre molto tempo per creare buona musica (ride). Parlando seriamente, siamo sempre stati molto attivi su tanti progetti diversi, in particolare per la colonna sonora realizzata per Disney per il documentario The Crimson Wing (Il mistero dei fenicotteri rosa nella versione italiana, nda). Inoltre avevamo bisogno di tornare a riflettere sul nostro percorso come musicisti per capire quale fosse il nostro posto nella musica contemporanea, soprattutto – come dicevamo prima – nel clima sociale e culturale in cui stiamo vivendo, in modo di riuscire a tornare con qualcosa che fosse veramente significativo.

Quanto è durata la gestazione di questo disco?
Abbiamo lavorato a To Believe per gli ultimi cinque anni ma non è stato un processo lineare, abbiamo creato tantissimo materiale di cui la maggior parte non è stata ancora pubblicata. Per questo motivo il prossimo album uscirà in tempi molto più brevi rispetto alla distanza tra Ma Fleur e To Believe.

Foto di B+

In questi dodici anni il vostro jazz ‘spurio’ ha preso sempre più piede, influenzando generazioni di artisti fin quasi a contagiare il pop.
Credo che la parola “jazz” sia usata quasi sempre a sproposito, per indicare in maniera generica la musica ritenuta elitaria e poco accessibile. Con il termine “jazz” noi intendiamo intendiamo invece la possibilità di superare la divisione in generi, la possibilità di creare nuove strade e nuovi linguaggi sonori. Il jazz è una filosofia, una via per esplorare la musica in tutte le sue sfumature che noi abbiamo sempre cercato di rendere percorribile a tutti, anche ai più giovani, ‘filtrandolo’ attraverso l’elettronica e la dance music.

Tuttavia quando è iniziata la vostra carriera nel ’99, il vostro stile che dal jazz portava all’elettronica era quasi un rischio
Non abbiamo mai considerato la nostra musica in termini di rischio ma è uno stile che ci è venuto naturale. Fin da subito abbiamo pensato fosse stupido dividere la musica per genere e che fosse data un’importanza enorme a questa divisione. La musica è musica, classificare significa delimitare dentro confini imposti. Noi volevamo creare un linguaggio che potesse comunicare in maniera trasversale, che unisse il cinema al jazz, il jazz all’elettronica, e l’elettronica allo sviluppo tecnologico, parte fondamentale del nostro processo creativo.

To Believe infatti sembra molo più influenzato dall’elettronica rispetto agli album precedenti. Forse questo è il vostro lavoro più accessile.
Probabilmente il fatto che ci siano più parti cantate rispetto ai dischi precedenti può far si che il disco risulti più accessibile, ma è stata una decisione premeditata. Volevamo pubblicare un lavoro più ‘commerciale’ rispetto al passato, che legasse la storia della band con la musica contemporanea e per questo ci siamo concentrati molto di più sul sound design.

In che modo?
L’obbiettivo era di creare musica ‘tangibile’, in cui ogni suono fosse il più definito possibile seppur inserito dentro un arrangiamento stratificato. Per questo abbiamo lavorato moltissimo sulla produzione del suono, partendo da zero con i sintetizzatori senza mai usare l’infinità di preset che si trovano nei migliaia di strumenti virtuali che ci sono oggi sul mercato. Ormai trovi tonnellate di suoni preconfezionati che hanno appiattito la musica contemporanea dentro standard riconoscibili. Niente di più lontano da quello in cui abbiamo sempre creduto, e in cui continuiamo a credere.

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