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Temi crudi e sorrisi in faccia. L’intervista a Colombre

«Non volevo fare come il marinaio del racconto di Buzzati», dice Giovanni Imparato, che ha debuttato con "Pulviscolo"

Giovanni Imparato, in arte Colombre, è al suo primo disco solista.

Giovanni Imparato, in arte Colombre, è al suo primo disco solista.

Giovanni arriva accaldato con la chitarra in spalla. È in giro a Milano perché ha un paio di concerti in città, uno come spalla di Le luci della centrale elettrica e uno come solista. Colombre è il suo nuovo progetto (dopo aver vissuto qualche anni con i Chewingum) con cui ha pubblicato il suo disco d’esordio, Pulviscolo. È un lavoro diretto, di belle canzoni pop – più o meno – scritto d’istinto e con il sorriso in faccia nonostante i temi crudi. Il nome arriva da un racconto di Dino Buzzati, in cui un mostro, il Colombre, all’apparenza cattivissimo in realtà regala gioie e felicità.

Cosa ti ha spinto a buttarti su un progetto solista?
Era una necessità, qualcosa che mi frullava nella testa da sempre. Anche quando ero con i Chewingum le cose erano gestite in parte da me, a livello di produzione. Mi piace fare gli arrangiamenti, scrivere i pezzi, quindi, a un certo punto, ho deciso che era arrivato il momento di buttarmi da solo. È stata una sorta di evoluzione rispetto a quello che facevo prima, abbastanza naturale. Avevo bisogno di incasellare le canzoni che stavano uscendo in un mondo diverso, dare un tono diverso. Ho sentito il bisogno di scrollarmi di dosso l’implacabilità di una drum machine. (Ride)

È una questione di libertà, quindi?
Sì, esatto. Ho suonato i pezzi tenendo sempre buono uno dei primissimi take, quello che succedeva succedeva. È una sorta di liberazione positiva, legata anche ai testi. È molto più naturale, i testi sono anche più diretti. È come se banalmente mi guardassi allo specchio per parlare di questioni personali. Prima c’erano più allegorie, adesso ho fatto tutto senza vincoli.

Ma è successo qualcosa in particolare che ti ha portato a questa svolta?
A volte succedeono cose strane, sono le canzoni che te lo chiedono. I testi che stavano venendo fuori per un certo tipo di tema avevano un’urgenza molto diversa, sono venuti fuori in un pomeriggio. Avevano un effetto vitale che mi interessava mantenere. È come nel racconto di Buzzati, non volevo fare il marinaio e continuare a fuggire dal mostro. Avevo bisogno di affrontarlo, di fare tutto faccia a faccia.

Il primo singolo estratto è Blatte, in featuring con Iosonouncane. Anche con lui è andata così?
Ci conoscevamo da un po’ di anni, ogni volta che ci incontravamo in giro parlavamo di musica, di questa voglia di fare qualcosa insieme. Mi sono trovato con un po’ di pezzi pronti e ho deciso di farglieli ascoltare: lui si è innamorato di Blatte. È un territorno che è anche suo, si è preso bene e gli ho lasciato carta bianca. Ha un focus eccezionale, ha fatto un lavoro bellissimo, aggiungendo questi cori che allargano il pezzo. È andato tutto liscio, senza forzature.

C’è una sensazione di “terra” che lega te a Vasco Brondi (per cui ha aperto alcuni concerti, ndr), si parla di cose semplici, di piccole cose…
Gozzoniane quasi, se posso fare il letterato. (Ride) Se ci pensi anche Iosonouncane ha fatto un disco con 15 parole rovesciandole come se fosse un puzzle. Vasco ha delle visioni, vaga, accumula delle cose, le racconta… Mi sono trovato nella situazione di non volere più dire cazzate.

Ma è più dura?
Beh, già hai la maschera di tuo. Se ne aggiungi un’altra, ci manca solo una spruzzata di panna sopra!

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