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Tedua: «Preparatevi, sta arrivando l’ItalDrill»

'Don't Panic' è una raccolta di sette freestyle ispirata dalla drill londinese. «Voglio dimostrare che a 27 anni spacco ancora». Prossima uscita: un album dedicato a Dante per «entrare nella leggenda»

Tedua

Foto press

Non è un album, non è un mixtape, non è un unico freestyle in senso stretto: Don’t Panic è un insieme di sette freestyle, della durata di meno di due minuti ciascuno, accompagnati da relativo video in cui Tedua si avvia verso le porte dell’inferno. Si tratta di un’ulteriore passo di avvicinamento all’album (già ampiamente annunciato e preceduto dal mixtape Vita vera – Aspettando la Divina commedia dell’anno scorso, e certificato disco di platino) che Tedua dedicherà a Dante e alla sua opera.

Non aspettatevi terzine incatenate di endecasillabi, però: trattasi di puro e semplice rap, di quello fatto per sfogo, per sfida, per dimostrare qualcosa. Oltretutto, su sonorità lontanissime da quelle che ci si potrebbe immaginare a musicare i tre canti del poema: il sound è smaccatamente drill, un sottogenere che Tedua ha dimostrato di apprezzare già in tempi non sospetti, ai tempi della sua prima crew Drilliguria. «Il rap è uno sport per giovani: quando i rapper crescono, spesso sentono l’istinto di cominciare a fare musica nazionalpopolare, a volte per una scelta di marketing», spiega Tedua al telefono. «Io sentivo l’esigenza di dimostrare di essere ancora un rapper. Far capire che spacco ancora arrivato alla mia età, che sono ancora rilevante, è importante».

È interessante sentirti fare questo discorso, perché spesso ai rapper più âgé si rimprovera l’opposto, ovvero di cercare di fare i ragazzini a tutti i costi per andare incontro al pubblico…
Hai detto una cosa giustissima, anche se forse ancora non mi riguarda, perché in fondo ho solo 27 anni. Sicuramente, però, non mi atteggio a ragazzino, anzi: la mia intenzione è quella di dimostrare che sto cominciando a diventare adulto, ma mantengo ancora salde le mie radici nell’hip hop. Un po’ come fanno Nas, Jay-Z o Lil Wayne, che hanno sempre continuato a fare sia album con forti contenuti artistici, che episodi più street in cui dimostravano – passami il machismo – di avere le palle come rapper. Per me questi freestyle sono soprattutto un esercizio di stile e anche un modo per continuare a rimanere rilevante. Non voglio passare solo come un rapper poetico, voglio dimostrare di essere capace di uscite a 360°. La poesia arriverà nell’album, questa dei freestyle è più una sorta di cimento sportivo, diciamo.

Hai voluto porre molto l’accento su un sottogenere del rap, la drill. Ti sfruttiamo per una piccola lezione di musica: se tu dovessi spiegare cos’è e come si riconosce?
È nata a Chicago, la città che l’ha resa celebre. Rispetto ad altri sottogeneri, come la trap, la drill è molto meno canticchiata e più rappata. Da Chicago si è spostata fino a Londra, dove è stata ripresa da molti rapper locali che l’hanno trasformata in base alle loro influenze, e poi si è spostata ancora a New York, che ne ha fatto una specie di sintesi. I temi sono principalmente roba cruda, schietta: se ascoltavi i primi pezzi drill sembrava quasi di leggere un articolo di cronaca nera. Poi, man mano che si è diffusa, si è rilassata un po’ e oggi la fa anche chi non è un criminale incallito, ma semplicemente ha vissuto la strada da testimone. Il beat è più cupo e le batterie sono sincopate, ma non andrei oltre con la descrizione, bisogna sentirla. Io mi sono ispirato principalmente a quella di Londra, che mi piace perché gli artisti tendono a rappare tanto, non semplificano come spesso si fa qui da noi. E poi nella loro si sente un sacco l’influenza delle sonorità giamaicane, visto che lì ci sono molti inglesi di origini giamaicane. Credo sia diventato virale perché giustamente, dopo un po’, la trap ha stancato, e il ricambio generazionale del pubblico ha fatto il resto.

È stata un’evoluzione naturale, insomma?
Diciamo che è una ruota che gira. Fino a qualche anno fa era la trap francese a prendermi tantissimo, ora invece penso che siano i londinesi i più forti del momento. Adoro il fatto che il rap abbia ripreso il sopravvento: prima si puntava a un sound un po’ patinato e con pochi versi, oggi invece la musica sta cambiando. Ovviamente, per portarla da noi ci vorrà una chiave italiana per farlo: non possiamo inventarci che Milano è Brooklyn, per dire. Io stesso, da piccolo, mi facevo quel viaggio lì: siamo stati bombardati da telefilm americani e ci immedesimavamo in quelli (l’album di debutto di Tedua, del 2007, si intitola Orange County California ed è ispirato alla serie tv The O.C., nda), ma crescendo capisci che la cosa giusta da fare è valorizzare la propria terra: sulla moda, sul cinema, sulle automobili abbiamo un immaginario che tutto il mondo ci invidia. Anche il modo in cui rappiamo piace all’estero: siamo dei mediterranei, degli italiani prima ancora che dei bianchi.

I tempi sono maturi perché arrivi davvero anche una italian drill con sonorità specifiche, dopo la UK drill?
Sicuramente sì, perché se il rap vuole fare sempre più numeri deve avere tanta varietà. Ci vorrà del tempo, perché una buona parte del pubblico si è avvicinata al rap da relativamente poco e quindi c’è meno cultura sull’argomento: i tempi sono maturi ma lo spirito critico deve ancora svilupparsi. Però è senz’altro un genere che ormai è diventato virale. Non è detto che da noi però verrà fatta dallo stesso tipo di personaggi: quelli che hanno reso famosa la drill a Londra hanno una grande credibilità di strada, qui non necessariamente sarà lo stesso.

A proposito di italianità, anche in questi freestyle anticipi il concetto di Divina commedia che poi svilupperai nel tuo prossimo album: il video che li accompagna si conclude con te che ti addentri metaforicamente nella selva oscura…
Esatto, è una sorta di antipasto. Ho pensato che la drill fosse il miglior sottogenere per anticipare l’inferno. Dante l’ho scoperto a scuola e, siccome anche allora amavo tantissimo scrivere in versi, il collegamento è nato dal fatto che tutti mi chiamavano “il poeta”. Ovviamente sono consapevole di non esserlo (o meglio, se lo sono me lo diranno quando sarò morto, non certo adesso), ma mi sembrava una bella idea, dopo un album come Mowgli, riprendere in mano un personaggio della letteratura per tracciare un percorso, avere uno sfondo a 360° di possibilità per sviluppare la mia creatività. La Divina commedia è un immaginario collettivo riconosciuto ovunque, tutti possono rivedercisi.

Dante ti avrebbe spedito all’Inferno, se foste stati contemporanei?
Probabilmente sì, perché avrebbe visto la scena rap come un ambiente capitalista e consumistico. Non so in che girone mi avrebbe mandato, però… Forse insieme ai narcisi? Dovrei studiarmela meglio. Questa domanda rifammela quando sarà uscito l’album, che avrò avuto il tempo di studiare meglio! (Ride)

Quest’estate, quindi, sarai chiuso in studio a lavorare all’album?
Se ci sarà la possibilità di fare date, ovviamente mi farebbe piacere suonare, ma sì, principalmente sarò chiuso in studio a perfezionare il più possibile l’album. Questi freestyle erano l’ultima uscita intermedia, da qui in poi si va dritti alla meta. Per me questo progetto è la prova del nove: se andrà come deve andare, entrerò nella leggenda. Il che mi mette addosso una pressione assurda, ovviamente. Ma mi rassicura molto il fatto che la gente abbia accolto così bene i freestyle: vuol dire che c’è voglia di roba di qualità, indipendentemente da tutto.

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