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Taylor Swift: «Continuo a uccidere me stessa»

Dopo la frattura di 'Reputation', la più grande popstar americana prosegue la terapia e mette per la prima volta a nudo un'immagine di sé molto diversa da quella che le è stata cucita addosso. Dal rapporto con i fan e le critiche a quello con sua mamma, dalla faida con Kanye al disprezzo per i razzisti

Taylor Swift irrompe nella cucina della mamma, a Nashville, sorride e ha proprio l’aria alla Taylor Swift. (C’è pure il classico rossetto rosso). «Ho bisogno di qualcuno per tingere i capelli di rosa», dice, e qualche minuto dopo la sua chioma si abbina con lo smalto delle unghie, le sneakers e le strisce della sua button down. È tutto coerente con l’estetica pastello del suo nuovo album, Lover; la Taylor vestita di pelle nera del precedente ciclo discografico è tornata in panchina. Mentre mamma, papà e il fratello minore di Swift si aggirano attorno al cucinotto in granito nero, tutto sembra normale. I due cani di famiglia, uno molto piccolo e l’altro molto grande, piombano sui visitatori con l’aria affamata. Se non fosse per la follia che incombe nel salotto vicino, tutto avrebbe l’aria del classico weekend in famiglia di una 29enne.

In una terrazza luminosa 113 fan storditi, commossi, tremanti e ancora increduli aspettano l’inizio di una secret session, un rituale sacro nel regno di Taylor Swift. Suonerà tutto il suo settimo album, ancora inedito in questa domenica pomeriggio di inizio agosto, e ne commenterà le canzoni. Ha anche cucinato dei biscotti. Poco prima della session, Swift è seduta nello studio della madre per parlare qualche minuto. La stanza, circondata da muri neri, è decorata con classiche foto rock in bianco e nero, compreso un ritratto di Bruce Springsteen e, ovviamente, James Taylor. Ci sono anche scatti più recenti di Swift con Kris Kristofferson e i Def Leppard, la band preferita della mamma.

In un angolo c’è la chitarra acustica che Swift suonava da teenager. L’ha sicuramente usata per scrivere alcune delle sue canzoni più popolari, ma non si ricorda quali. «Sarebbe davvero strano finire un pezzo e pensare “e questo momento verrà ricordato per l’eternità!”», dice, ridendo. «Codesta chitarra è stata infusa dalle mie sacre composizioni!».

La secret session è, come suggerisce il nome, assolutamente segreta; possiamo confermare che Swift ha bevuto un po’ di vino bianco, le foto su Instagram lo dimostrano. Alla fine resterà con i fan fino alle 5 del mattino, chiacchierando e scattando una foto con tutti. Cinque ore dopo la nostra conversazione continua nel suo appartamento di Nashville, più o meno nello stesso punto in cui l’ho intervistata nel 2012. Non ha cambiato quasi nulla dell’arredamento eccentrico che ho visto 7 anni fa (ha aggiunto un tavolo da biliardo al posto del divano dove ci siamo seduti l’ultima volta), e camminando qui dentro sembra di essere appena usciti da macchina del tempo a tema Taylor Swift. In un angolo c’è ancora un enorme coniglio di muschio, nel salotto una gabbia per gli uccelli a dimensione umana. La vista, però, è cambiata: al posto delle colline verdi c’è un generico quartiere residenziale. Swift è scalza, indossa jeans chiari e una button down blu annodata alla vita; i capelli sono tirati indietro, il trucco minimo.

Come riassumere gli ultimi tre anni di Taylor Swift? Nel 2016, dopo le polemiche sul testo di Famous di Kanye West, Kim Kardashian fece del suo meglio per distruggerla, pubblicando registrazioni clandestine di una telefonata tra Swift e West. Nell’audio Swift sembra accettare il famoso verso “…me and Taylor might still have sex”, ma non la sentiamo mentre parla delle parole che l’hanno più fatta arrabbiare: “I made that bitch famous”. Come spiegherà tra poco, la sua versione della storia non è ancora completa. Il contraccolpo è stato travolgente. Non si è ancora placato del tutto. Più tardi, quello stesso anno, Swift decise di non prendere posizione nelle elezioni presidenziali, e la scelta non l’ha di certo aiutata. È in quel periodo che ha inciso Reputation – un disco di pop semi-industrial orgoglioso, brillante, pieno di canzoni d’amore bellissime – e organizzato un tour negli stadi di grande successo. Nello stesso periodo ha in qualche modo trovato il tempo per conoscere il suo attuale fidanzato, Joe Alwyn, e giudicando alcune delle canzoni di Lover la relazione sembra piuttosto seria.

Taylor Swift fotografata da Erik Madigan Heck a Londra il 1 agosto 2019. Grooming: Daniel Martin, Bryant Artists. Makeup: Andrew Gallimore, CLM Hair & Make-up. Unghie: Jenny Longworth, CLM Hair & Make-up. Styling: Leith Clark, Wall Group. Giacca e maglietta: Gucci.

Lover è il suo album più adulto, perfetto per aprire il prossimo decennio della sua carriera; è anche un gradito ritorno alle atmosfere di Red, con canzoni che vanno dall’über-bop (con l’assistenza di St. Vincent) di Cruel Summer fino al country di Soon You’ll Get Better (con le Dixie Chicks) e l’arrangiamento alla Shake It Off di Paper Rings.

Taylor vuole parlare della sua musica, ovviamente, ma è anche pronta a spiegare, per la prima volta in maniera così approfondita, gli ultimi tre anni della sua vita. La conversazione non è delle più leggere. Negli ultimi anni si è costruita attorno un’armatura, ma il suo viso è l’opposto di una poker face: è impossibile non vedere tutte le micro-emozioni che l’attraversano mentre le fai una domanda, il naso che si arriccia semi-offeso di fronte al termine “pop star vecchia scuola”, i suoi splendidi occhi blu che si accendono di fronte ai temi più oscuri. Dei suoi momenti peggiori dice: «Ti senti come sopraffatto dalla risacca. Cosa puoi fare? Nuotare più forte? Oppure trattenere il respiro e sperare di tornare a galla? Io ho fatto così. E ci sono voluti tre anni. Fare questa intervista… non sono ricoperta di sudore solo perché ne ho fatte altre prima».

L’ultima volta che abbiamo parlato, 7 anni fa, tutto andava benissimo ed eri preoccupata che potesse succedere qualcosa di brutto.
Sì, sapevo che sarebbe successo. Mi sentivo come se stessi camminando su un terreno consapevole che prima o poi sarebbe venuto giù tutto e sarei crollata. Non puoi continuare a vincere e pensare che alla gente vada bene così. Alla gente piace il “nuovo” – ti innalzano come una bandiera, e sei lassù per un po’. Poi pensano. “Aspetta, questa nuova bandiera è quello che ci piace davvero”. Decidono che qualcosa di quello che fai è sbagliato, che non stai rappresentando quello che dovresti rappresentare. Diventi un cattivo esempio. Poi, se continui a fare musica, sopravvivi e continui a emozionare la gente, eventualmente ti riporteranno in alto, poi ti butteranno giù e così via. Nella musica succede più alle donne che agli uomini.

A te è successo anche agli inizi, non è vero?
Ho avuto molti alti e bassi nella mia carriera. Quando avevo 18 anni qualcuno ha detto: “Non può essere lei a scrivere quelle canzoni”. Ho scritto il mio terzo album come risposta a quei commenti. Poi, quando avevo 22 anni, hanno deciso che ero una seduttrice seriale, una mangia-uomini. Non sono uscita con nessuno per qualcosa come due anni. Poi, nel 2016, non c’era nulla di me che non sembrasse assolutamente sbagliato. Se facevo qualcosa di buono, era per le ragioni sbagliate. Se facevo qualcosa di coraggioso, non lo facevo nel modo giusto. Se alzavo la voce per difendermi, si alzava un polverone. E mi sono ritrovata intrappolata nella camera dell’eco dell’eterna contestazione. Insomma, ho un fratello più piccolo di due anni e mezzo, e abbiamo passato la prima metà delle nostre vite a cercare di ucciderci, mentre nella seconda siamo migliori amici. Hai presente quel gioco dei bambini? Quando dicevo “mamma, posso avere un po’ d’acqua?”, mio fratello rispondeva “mamma, posso avere un po’ d’acqua?”. Io dicevo “mi sta copiando”. E lui “mi sta copiando”, sempre con un’imitazione odiosa della mia voce. Nel 2016 mi sentivo così. Quindi ho deciso di non dire niente. Non è stata neanche una vera decisione. È stato completamente involontario.

Ma sono successe anche cose positive, in parte Reputation è anche questo…
In quell’album la mia vera storia è raccontata in canzoni come Delicate, New Year’s Day, Call It What You Want, Dress. Il trucco dietro Reputation è che parla di una vera storia d’amore. Racconta una storia d’amore nel mezzo del caos. Tutti i brani più metallici erano dedicati a quello che succedeva fuori. La battaglia che vedevo fuori dalla finestra… e poi c’era quello che succedeva nel mio nuovo mondo, il mio nuovo mondo quieto, confortevole, per la prima volta fatto come volevo. È strano, perché nei momenti peggiori della mia carriera, e della mia reputazione, ho vissuto alcune delle esperienze più belle della mia vita, la vita che avevo scelto per me stessa. Ho collezionato alcuni tra i ricordi più incredibili insieme agli amici, che mi volevano bene anche mentre tutto il resto del mondo mi odiava. Gli eventi negativi sono stati importanti e mi hanno fatto male. Ma le cose buone dureranno nel tempo. La lezione che ho imparato è che non puoi pensare di mostrare tutta la tua vita alla gente.

Cioè?
Ero come un golden retriever, mi avvicinavo a tutti scodinzolando. “Certo, sì, sicuro! Cosa vuoi sapere? Di cosa hai bisogno?”. Adesso, credo di essere più simile a una volpe.

Taylor Swift fotografata da Erik Madigan Heck per “Rolling Stone”. Vestito: Erdem. Orecchini: Jessica McCormack.

Tra i tuoi rimorsi c’è anche il modo in cui la “girl squad” (il suo gruppo di amiche nel mondo dello spettacolo, tra cui Selena Gomez, Cara Delevingne e Lorde, ndr) è stata percepita?
Sì, non avrei mai pensato che la gente avrebbe detto: “Quella è una nicchia che non mi accetterebbe mai, se volessi entrarci”. Merda, è come se mi avessero tirato addosso una montagna di mattoni. Mi dicevo: “Oh, le cose non stanno andando come pensavo”. Pensavo potessimo ancora stare insieme, come è concesso ai maschi. Il patriarcato permette agli uomini di stare in gruppo. Se sei un artista, è implicito che tu debba rispettare i colleghi.

Le donne, invece, sono costrette a litigare?
Tutti danno per scontato che ci odiamo. Anche se sorridiamo e veniamo fotografate insieme, è implicito che abbiamo un coltello nascosto nella manica.

Hai rischiato di pensarla così anche tu?
Il messaggio è pericoloso, sì. Nessuno è immune, perché siamo un prodotto della società, dei gruppi e ora anche di Internet. L’unico modo per imparare cose diverse è l’esperienza.

Una volta hai cantato di una star che “si è presa i soldi e la tua dignità, poi è sparita”. Nel 2016 hai scritto nel tuo blog che “l’estate è l’apocalisse”. Hai mai pensato di smettere?
Ci ho pensato parecchio, certo. Ho pensato che le parole sono il mio unico strumento per dare senso al mondo ed esprimermi, e tutte le parole che scrivo o dico venivano rivoltate contro di me. La gente ama le esplosioni d’odio. Sono come i piranha. Si sono divertiti un mondo a odiarmi, e non avevano bisogno di molte ragioni per farlo. Pensavo che la situazione fosse senza speranza. Scrivevo poesie aggressive, amare. Ho scritto articoli che sapevo che non avrei mai pubblicato, scrivevo di come ci si sente al centro di una spirale di vergogna. E non riuscivo a capire come trarne qualcosa di buono. Perché non capivo cosa ci fosse di così sbagliato in quello che avevo fatto. È stato davvero difficile, non sopporto chi non sa prendere le critiche. Quindi mi sono analizzata a fondo, anche se a volte è difficile e fa male, e ho cercato di capire come mai la gente non mi sopportasse. E capisco benissimo perché può succedere. Sai, non ho mai detto queste cose per insicurezza, e non ne ho dette altre mille volte peggiori.

Ora alcuni dei tuoi critici sono diventati amici, giusto?
Alcuni tra i miei migliori amici mi criticavano pubblicamente, poi abbiamo iniziato una conversazione. Hayley Kiyoko, in un’intervista, ha detto che nessuno critica i miei pezzi sulle relazioni etero come succede con i suoi su quelle tra donne. E ha ragione. Oppure Lorde: la prima cosa che ha detto di me in pubblico era una critica della mia immagine, o qualcosa del genere. Ma non posso rispondere dicendo: “Tu, in quanto essere umano, sei falso”. E se ti accusano di fare la vittima, allora non hai più la possibilità di dire come ti senti, a meno che non siano parole positive. Quindi ok, dovrei sorridere tutto il tempo e non raccontare mai cosa mi fa soffrire? Mi sembra davvero assurdo. Oppure dovrei essere onesta e reagire alle cose che succedono nella mia vita? Aspetta, questo è fare la vittima?

Come sei scappata da questa trappola mentale?
Quando avevo 15 anni, ogni volta che subivo una critica cambiavo qualcosa di me stessa. A un certo punto realizzi di essere diventata un’amalgama delle critiche che ti hanno vomitato addosso, e non una vera persona che ha fatto delle scelte. Quindi ho deciso di vivere una vita quieta, così da non alimentare discussioni o dibattiti. Non avevo capito che stavo invitando il pubblico a sentirsi in diritto di giocare con la mia vita come se fosse un videogame.

“La vecchia Taylor non può rispondere al telefono adesso. Perché? Perché è morta!”. Era una frase divertente (nel testo di Look what you made me do, contenuta nell’ultimo album, ndr), ma quanto dobbiamo prenderla sul serio?
C’è una parte di me che sarà sempre diversa. Avevo bisogno di crescere in tanti modi diversi. Dovevo mettere dei confini, capire cosa fosse mio e cosa del pubblico. La vecchia versione di me che condivideva tutto senza battere ciglio con un mondo inadatto a ricevere quelle informazioni? Credo che non tornerà più. Ma quel verso era solo un momento divertente in studio con Jack (Antonoff), volevo giocare con l’idea di una telefonata. Perché è così che è cominciato tutto, una stupida telefonata a cui non avrei dovuto rispondere.

Sarebbe stato tutto più semplice se avessi fatto davvero così.
Sì, sarebbe stato grandioso (ride).

Parte dell’iconografia di Lover suggerisce il ritorno della vecchia Taylor.
Non credo di aver mai fatto così tanto affidamento, creativamente parlando, sulla vecchia me come in questo album. È davvero autobiografico. È pieno di momenti estremamente orecchiabili, e anche di momenti di estreme confessioni personali.

Dal tuo punto di vista hai fatto qualcosa di sbagliato nel gestire la telefonata con Kanye? Ti sei pentita di qualcosa?
Il mondo non ha capito il contesto e gli eventi che hanno portato a quel momento. Niente succede senza provocazioni. Sono successe delle cose che mi hanno portato ad arrabbiarmi quando mi ha chiamato troia. Non è stato un caso isolato. In pratica la dinamica tra noi due mi aveva stufato. E non dipende solo da quella telefonata o da quella canzone: è stata la reazione a una catena di eventi.

Cosa intendi?
All’epoca pensavo ci fossimo riavvicinati, ero felicissima: tutto quello che ho sempre voluto nella mia carriera era che Kanye mi rispettasse, e odio questa cosa di me stessa, mi dicevo: “C’è questo tizio che mi offende, e io voglio solo la sua approvazione”. Ma è così che mi sentivo. Poi siamo andati a cena e cose del genere. Ero davvero felice, perché diceva cose davvero carine della mia musica. Mi sembrava di rimediare a un trauma infantile, vissuto a 19 anni. Poi sono arrivati i VMA del 2015. Lui avrebbe ricevuto il Vanguard Award. Mi aveva chiamato qualche giorno prima – non l’ho illegalmente registrata, quindi non posso fartela sentire – e abbiamo parlato per un’ora. Mi ha detto: “Vorrei davvero che tu mi presentassi per il premio, significherebbe molto per me”, e mi ha spiegato tutto. Sa essere molto dolce, il più dolce di tutti. Io ero scioccata, non pensavo me l’avrebbe chiesto davvero. Quindi ho scritto un discorso, sono salita sul palco e poi lui ha strillato “MTV ha portato Taylor Swift sul palco per fare ascolti!”. (Le sue parole esatte: “Sai quante volte hanno detto che Taylor mi avrebbe dato il premio solo per fare più ascolti?”). Io ero nel pubblico abbracciata a sua moglie, e ho sentito un brivido lungo tutto il mio corpo. Ho capito che era un voltafaccia. Dietro le quinte vuole sembrare carino con me, ma in pubblico fa il figo e dice cose orrende davanti a tutti. Ero così arrabbiata. Dopo l’evento voleva che andassi nel suo camerino, ma non l’ho fatto. Poi, il giorno dopo, mi ha mandato un gigantesco mazzo di fiori per scusarsi. Io ho pensato: “Sai che c’è? Non voglio litigare ancora. Quindi va bene, andrò oltre”. Poi è arrivata la telefonata, e io ero commossa perché vedevo che voleva rispettarmi e be’, parlare di quel verso della canzone.

Intendi “…me and Taylor might still have sex”?
(Annuisce) Mi dicevo: “Ok, siamo di nuovo in buoni rapporti”. Poi ho sentito la canzone e ho pensato: “Ho chiuso. Se vuoi litigare ok, litighiamo, ma almeno sii reale”. Poi ha fatto esattamente la stessa cosa con Drake. Ha seriamente colpito la sua famiglia e le loro vite. È la stessa cosa. Si avvicina, guadagna la tua fiducia e poi ti distrugge. Non voglio parlarne più perché perdo la pazienza, e non voglio dire cose negative tutto il giorno. Ma è la stessa cosa. Guarda cosa dice Drake di quello che è successo. (West ha negato ogni coinvolgimento nella rivelazione di Pusha-T sul figlio di Drake, e si è scusato per aver inviato “energia negativa” al collega, nda).

Quando sei arrivata ai sentimenti che racconti nella traccia d’apertura di Lover, I Forgot That You Existed?
È stato durante il tour di Reputation, l’esperienza emotiva più sconvolgente della mia carriera. Quel tour mi ha portato nella fase più sana ed equilibrata di tutta la mia vita. Dopo quel tour le cose negative non mi toccano più come prima. All’epoca quello che è successo un paio di mesi fa con Scott (Borchetta) mi avrebbe buttato giù. Avrei avuto paura di alzare la voce. È successo qualcosa, in quel tour, che mi ha scollegato dalla percezione pubblica su cui basavo tutta la mia identità, un modo di pensare incredibilmente pericoloso.

Qual è stata la rivelazione?
Ora vedo più chiaramente che il mio lavoro è quello di intrattenere. Non è la cosa gigantesca in cui si trasforma nel mio cervello o nei media: un campo di battaglia dove moriranno tutti tranne uno, il vincitore. Ho iniziato a pensare: “Sai che c’è? Katy sarà leggendaria. Gaga sarà leggendaria. Beyoncé sarà leggendaria. Rihanna sarà leggendaria. Perché il lavoro che hanno fatto oscura la miopia di questo ciclo quotidiano di clickbait”. E in qualche modo ho capito questa cosa durante il tour, mentre guardavo le facce della gente. Stiamo solo intrattenendo il pubblico, e dovrebbe essere divertente.

È interessante guardare a questi album come a una trilogia. 1989 era un vero reset.
Sì, da tutti i punti di vista. Ho sempre detto che quella decisione era mia e mia soltanto, e ho incontrato molte resistenze. Anche interne.

Quando abbiamo capito che con l’ex-capo della tua etichetta, Scott Borchetta, non era tutto rose e fiori, è stato difficile non immaginare tante discussioni difficili, magari di natura creativa…
Molte delle cose migliori che ho fatto, creativamente parlando, le ho fatte dopo aver combattuto – e intendo aggressivamente – per farle accadere. Ma sai, io non sono come lui, non faccio accuse folli sul passato… Quando hai una relazione di lavoro con qualcuno per 15 anni, è normale che ci siano molti alti e bassi. Ma io ero convinta, legittimamente, che mi vedesse come la figlia che non aveva mai avuto. E anche se abbiamo passato brutti momenti e avuto molte divergenze creative, volevo preoccuparmi solo delle cose buone. Volevo essergli amica. Pensavo di sapere cosa fosse il tradimento, ma quello che è successo con lui l’ha ridefinito completamente, perché lo consideravo di famiglia. Passare da sentirsi come una figlia a pensieri grotteschi come “oh, ero come un manzo da ingrassare prima di essere venduto al macello”.

Ti ha accusato di aver rifiutato di partecipare alla marcia di Parkland (dopo il massacro alla Marjory Stoneman Douglas High School, ndr) e al concerto di beneficienza per Manchester.
Incredibile. Il punto è questo: tutti nel mio team sanno che non devono portarmi idee di Scooter Braun. Il fatto che quei due siano ancora al lavoro insieme dopo le cose che lui ha detto di Scooter Braun… è davvero difficile scioccarmi. Ma questa cosa mi ha scioccato molto. Sono due uomini ricchi e potenti, e usano 300 milioni di dollari altrui per comprare, per dire, le opere più femminili in commercio. E poi si mettono in posa per scattare una foto e bere un bicchiere di scotch. Perché mi hanno fregato e ci sono riusciti talmente bene che non mi sono accorta di nulla. E non potevo protestare.

In un certo senso, musicalmente parlando, Lover è il tuo album più “indie”.
È grandioso, ti ringrazio. È sicuramente un album stravagante. Mi sono presa la libertà di rivisitare temi di cui scrivevo in passato, magari guardarli con occhi diversi. E volevo tornare su vecchi strumenti, vecchi nel senso che li usavo tempo fa. Quando lavoravo a 1989 ero ossessionata dall’idea di un album pop anni ’80, sia dal punto di vista della produzione sia dei temi: volevo questi grandi ritornelli, senza compromessi. Poi è arrivato Reputation, un disco altrettanto senza compromessi, ma commerciale. È strano, perché quello è l’album che ha avuto bisogno di più chiarimenti. Nelle secret session di quel disco ho dovuto dire ai miei fan: “So che stiamo facendo qualcosa che non abbiamo mai fatto prima”. Non avevo mai interpretato dei personaggi. Per molte pop star è un trucco divertente, si inventano un alter ego. Io non l’avevo mai fatto. È molto divertente. Ed è stato fantastico giocarci durante il tour: con l’oscurità e le esagerazioni e l’amarezza e l’amore, gli alti e i bassi di un disco così emotivamente travagliato.

Foto: Erik Madigan Heck per “Rolling Stone”. Vestito: Louis Vuitton. Orecchini: Jessica McCormack

Daylight è una canzone bellissima. Poteva essere la title track.
Ci è andata vicina. Ma mi sembrava troppo sentimentale.

E forse un po’ prevedibile…
Giusto, sì, decisamente prevedibile. Questo è quello che ho pensato: nella mia testa quell’album si è chiamato Daylight per un po’. Ma Lover, per me, è un titolo molto più interessante; nella mia testa è un concetto più coerente, più elastico. È per questo che You Need to Calm Down ha senso solo insieme a quel titolo, parla di come molte persone non possono vivere le loro vite senza essere discriminate per chi amano.

Per quanto riguarda i brani più organici dell’album, come Lover e Paper Rings, hai detto che immaginavi di suonarli con una band da matrimoni. Succede spesso che un’immagine influenzi la produzione di una canzone?
A volte ho queste strane fantasie, posti in cui le canzoni dovrebbero essere suonate. Per Lover e Paper Rings immaginavo una band da ricevimento, ma degli anni ’70, così che non potessero suonare strumenti che non erano ancora stati inventati. Ho la testa piena di immagini così. Per Reputation era una città avvolta nella notte. Non volevo nessuno strumento acustico. Immaginavo vecchi capannoni abbandonati, ex fabbriche, edifici industriali. Per questo la produzione doveva evitare strumenti fatti di legno. Lover, invece, è il contrario, è ambientato in un rifugio con tende strappate che si muovono con la brezza, campi di fiori e… velluto.

Perché hai scelto la metafora della vita al liceo per raccontare la politica in Miss Americana & the Heartbreak Prince?
Quella canzone ha molte influenze diverse. L’ho scritta qualche mese dopo le elezioni di metà mandato, e volevo raccontare la politica attraverso una metafora. Ho pensato alla tradizionale high school americane, dove ci sono tutti questi eventi sociali che fanno sentire la gente alienata. E ho l’impressione che nel panorama politico molte persone si sentano così, come se dovessimo rifugiarci e trovare un modo per sistemare le cose.

Leggendo il titolo è impossibile non pensare alla tua passione per i Fall Out Boy.
Adoro i Fall Out Boy. Il loro stile di scrittura mi ha influenzato molto, soprattutto per i testi, forse più di chiunque altro. Riescono a rivoltare le frasi come vogliono. “Loaded God complex / Cock it and pull it?”, quando ho sentito quel verso mi sembrava di sognare.

Canti di “storie americane che bruciano prima di me”. Quando pensiamo a cos’è l’America, ci illudiamo?
Quello che pensavo dell’America prima che il panorama politico diventasse quello attuale era un’illusione, un’ingenuità. La canzone parla anche delle persone che vivono in America, di chi vuole solo vivere la sua vita, guadagnare qualche soldo, mettere su famiglia, amare i propri cari… ho visto quelle persone perdere i loro diritti, oppure sentirsi fuori posto a casa loro. Ho scritto “vedo uomini cattivi che si danno il cinque” non solo perché alcuni concetti orribili, razzisti, stanno diventando la norma nel nostro contesto politico, ma anche perché le persone che rappresentano quei concetti e quel modo di vedere il mondo stanno festeggiando. È orribile.

Sei in una strana posizione: sei una popstar bionda e con gli occhi azzurri, e finché non hai appoggiato pubblicamente alcuni candidati democratici tutti pensavano che fossi dalla parte dei politici di destra, o peggio.
Non credo succeda più. Sì, è stato scioccante, e non ne ho saputo nulla finché non è stato troppo tardi. Devi sapere che per un lungo periodo di tempo ho tolto Internet dal telefono, il mio team e la mia famiglia erano preoccupati perché non stavo passando un bel periodo. Hanno affrontato molte cose senza dirmi nulla. Non è mai più successo nella mia carriera. Sono sempre ai posti di comando, cerco di guidare l’aereo nella direzione in cui voglio che vada. Ma c’è stato un periodo in cui ho dovuto alzare le mani e dire “ragazzi, non ce la faccio. Non posso farcela. Ho bisogno che prendiate il mio posto, devo sparire”.

Parli del periodo in cui un sito di suprematisti bianchi diceva che fossi dalla loro parte?
Non lo sapevo. Ma sì, se è successo, ed è disgustoso. Non c’è letteralmente niente di peggio del suprematismo bianco. È rivoltante. Non dovrebbe avere posto nel mondo. Davvero, cerco di imparare più che posso della politica, e ora ne sono ossessionata, ma prima vivevo una sorta di ambivalenza, perché la persona che votavo ha sempre vinto. La presidenza Obama è stata fantastica, perché il resto del mondo ci rispettava. Eravamo entusiasti di avere una persona dignitosa alla Casa Bianca. Ho votato per la prima volta per lui, poi ho votato per rieleggerlo. Credo che ci siano tante persone come me, gente che non pensava che tutto questo potesse succedere davvero. Ora, però, sono concentrata sulle elezioni del 2020. Sto cercando di capire come posso contribuire senza essere un ostacolo. Non voglio fare qualcosa di controproducente: le celebrità coinvolte nella campagna di Hillary sono state usate contro di lei in molti modi diversi.

Tu non ti sei fatta coinvolgere, e ti hanno attaccata molto. Ti sei pentita di non aver detto chiaramente per chi avresti votato?
Assolutamente. Sì, sono pentita di molte cose di quel periodo. Pensarci è come un rito quotidiano.

Eri convinta che un endorsement sarebbe stato usato contro di te?
Sì, esattamente. Sì. Pensare legittimamente che tutti ti odino è una sensazione potente. Nel mio caso era addirittura quantificabile. Non sto facendo la drammatica. Lo sai.

Sì, ma negli stadi del tuo tour c’era tanta gente…
È vero, ma erano già passati due anni… Penso che il partito dovrebbe fare squadra. Guarda i Repubblicani, se indossi quel cappellino rosso sei parte del gruppo. Se vogliamo fare qualcosa per cambiare quello che sta succedendo, dobbiamo farlo insieme. Dobbiamo smettere di vivisezionare chi è dalla nostra parte. Non dobbiamo pensare ai “Democratici giusti” e ai “Democratici sbagliati”. Dobbiamo dire: “Sei un Democratico? Fico, entra in macchina. Andiamo a fare spese”.

Una domanda difficile. In quanto fan, cosa pensi del finale di Game of Thrones?
Oh, mio Dio. Ci ho pensato un sacco di tempo. Clinicamente il nostro cervello reagisce alla fine di una serie che amiamo come alla fine di una relazione. L’ho letto da qualche parte. Non c’era un modo giusto per concludere la serie. Non importa cosa è successo in quella puntata, la gente si sarebbe comunque arrabbiata perché era il finale.

Mi ha fatto piacere scoprire che il verso su una “lista di nomi” era un riferimento diretto ad Arya Stark.
Mi piace farmi influenzare da film e serie tv, libri e altre cose. Amo scrivere di personaggi. E non è detto che la mia vita sia intricata come quelle dei personaggi della tv.

Una volta era così.
È incredibile…

Pensi che se la tua vita diventerà meno drammatica sarai costretta prendere ispirazione altrove?
Non mi sento ancora così. Forse sarà così quando avrò una famiglia. Se avrò una famiglia (fa una pausa)… Non so perché l’ho detto! Ma questo – dicono gli altri artisti, per proteggere le loro vite personali – hanno cercato ispirazione altrove. Ma ancora, non so perché l’ho detto. Non so che direzione prenderà la mia vita. Ma scrivere non è mai stato semplice come in questo periodo.

Hai detto che la gente si preoccupava troppo di capire a chi si riferisse ogni singola canzone dell’album. Capisco cosa volevi dire, ma non è un gioco a cui hai giocato anche tu?
Ho capito piuttosto in fretta che non c’era niente che potessi fare per impedirlo. Quando capisci le regole del gioco a cui stai giocando e il modo in cui ti può influenzare, allora non ti resta che pensare a una strategia. Allo stesso tempo, scrivere canzoni non è mai stato un elemento strategico della mia carriera. Adesso, però, non ho più paura di dire quello che penso su alcune cose, come la strategia di marketing di un album. E sono stanca che le donne non possano dire di avere menti adatte al business: gli artisti maschi possono farlo. E sono stanca di far finta di non essere io la mente dietro al mio business. In ogni caso, quando scrivo uso una parte diversa del mio cervello.

In realtà sei a capo della tua azienda da quando sei una teenager.
Sì, ma ho anche cercato – e anche questa è una cosa di cui mi sono pentita – di convincere la gente che non fossi io a tirare le fila, che non partecipassi a riunioni di marketing ogni settimana. Per molto tempo ho pensato che la gente non riuscisse a pensare a una donna musicista se non come a un felice, talentuoso incidente. Siamo costrette a comportarci come se pensassimo “oh, diamine, è successo ancora! Sto ancora andando bene! È grandioso”. La merda che si è presa Alex Morgan dopo aver esultato per un gol al Mondiale è un esempio perfetto. Non ci è concesso festeggiare o rivelare che “sì, be’, è merito mio. Ho pensato io a queste cose”. Credo sia davvero ingiusto. La gente ama le nuove artiste perché riesce a spiegarsi il successo. È una traiettoria facile da concepire. Guarda al finale di Game of Thrones. La storia di Daenerys mi ha colpito molto, perché rappresenta quanto per le donne sia più facile conquistare il potere che mantenerlo.

Be’, ha ucciso…
È una metafora! Non volevo certo che Daenerys diventasse quel tipo di personaggio. Ma se penso a quello che quella storia voleva trasmettere, allora forse era un modo per spiegare quanto sia difficile per una donna restare in cima alla scala del potere. Per me è stato così, i momenti in cui ho rischiato la follia sono sempre arrivati quando cercavo di far sì che la mia carriera tornasse al punto in cui ero quando sono diventata famosa. È più facile conquistare il potere che mantenerlo. È più facile arrivare la successo che restare popolare.

Sono felice che nel 2016 tu non avessi un drago a disposizione.
(Con l’aria seria) Ti ho detto che non mi è piaciuto quello che ha fatto Daenerys! Ma insomma, guardando lo show… forse quella storia è un riflesso di come trattiamo le donne potenti, di come cospiriamo contro di loro e le portiamo al limite, alla follia. Poi ci diciamo “ma cosa le è successo?”. Io sono arrivata a quel punto almeno 60 volte nella mia carriera. Pensavo: “Ok, l’anno scorso vi andavo bene. Cosa è cambiato? Credo che cambierò ancora così da farvi divertire, ragazzi”.

Una volta hai detto che da bambina tua madre non poteva punirti, perché lo facevi già da sola. Quest’idea di cambiare di fronte alle critiche, questa ricerca di approvazione – vuoi solo essere una brava persona, giusto? –, qualunque cosa significhi, sembra che tu ci tenga molto.
Sì, è molto perspicace da parte tua. La domanda che mi facevo era: se continuo a fare cose buone, ma tutti le vedono in maniera cinica e pensano che io le faccia in malafede, allora devo continuare a comportarmi così? La risposta è: sì. Le critiche costruttive sono importanti per la tua crescita. Le critiche gratuite, invece, vanno eliminate.

È un discorso sensato. È frutto della terapia o dell’esperienza?
No, non sono mai stata in terapia. Parlo molto con mia madre, perché mia madre è l’unica che ha visto tutto. Dio, ci vuole davvero tempo per aggiornare qualcuno sui miei 29 anni di vita, mentre mia mamma ha visto tutto. Sa esattamente da dove vengo. E parliamo continuamente. C’è stato un periodo in cui stavo davvero, davvero male, passavamo intere giornate al telefono, ore e ore a parlare. Scrivevo quello che volevo dire, e invece di postarlo lo leggevo a lei.

Mi sembra che tutto questo abbia a che fare con il testo di Daylight.
Sono davvero felice che ti sia piaciuto. Ogni volta che guardo indietro, realizzo di aver sbagliato qualcosa, e mi infastidisce molto. A volte sono persone che erano nella mia vita e ora non ci sono più, e non posso farci niente. Non puoi aggiustare le cose, non puoi cambiarle. L’altra sera ho detto ai fan che a volte, nei miei giorni peggiori, mi sembra che la mia vita sia una montagna di merda fatta di titoli offensivi, errori che ho fatto e cliché, rumor, cose orrende che la gente ha pensato di me negli ultimi 15 anni. Il video di Look What You Made Me Do parla di questo: ci sono pile di “vecchie me” che lottano tra loro. Comunque quel pezzo parla della mia difficoltà ad accettare che nella vita si commettano errori. A volte fai la chiamata sbagliata, o prendi la decisione sbagliata. Dici la cosa sbagliata. Ferisci nel persone anche se non volevi. E non sai come sistemare le cose.

Non per fare il “signor Rolling Stone”, ma mi è venuto in mente un verso di Springsteen: “Ain’t no one leaving this world, buddy / Without their shirttail dirty or hands a little bloody”.
È molto bello! Nessuno ne esce indenne. Nessuno vive senza perdere qualcosa. Credo che per molta gente sia difficile accettarlo. So che è stato difficile per me, perché sono cresciuta pensando “se sono carina e cerco di fare la cosa giusta, sai, forse potrei cavarmela”. Ho scoperto che non è così.

Ora mi viene in mente I Did Something Bad (terza traccia di Reputation, ndr)
È interessante che tu abbia pensato a quel pezzo. Negli ultimi anni ho dovuto fare i conti con il “complesso della buona”. Ho sempre cercato di essere una brava persona. Ce la mettevo tutta. Ma a volte ti camminano addosso. E come reagisci a chi ti cammina addosso? Non puoi solo sederti, mangiare la tua insalata e lasciare andare tutto. I Did Something Bad parlava di fare qualcosa che andava contro tutto questo. Katy e io parlavamo dei nostri segni zodiacali… (ride) Certo che ne parlavamo.

Credo sia la frase migliore di sempre.
(Ride) Ti odio. Parlavamo dei nostri segni perché all’epoca avevamo lunghissime conversazioni. Ricordo che mi ha detto “se bevessimo un bicchiere di vino, adesso, finiremmo per piangere”. Parlavamo di come non riuscissimo a comunicare con alcune persone, non solo tra di noi. Lei diceva “io sono scorpione. Gli scorpione colpiscono quando si sentono minacciati”. E io rispondevo “be’, io sono un sagittario. Noi stiamo da parte, consideriamo la situazione, solleviamo l’arco e facciamo fuoco”. Sono due modi completamente diversi di affrontare il dolore, la confusione, gli errori. E a volte ho capito che qualcosa mi aveva ferito solo più tardi, con il tempo. Capisci cosa voglio dire? Ho realizzato perché molte persone della mia vita mi hanno detto “wow, non pensavo ti sentissi così”. Ho bisogno dei miei tempi.

Succede anche nella tua vita artistica?
Guarda il video dei VMA… Mi sono immobilizzata, letteralmente congelata. Sono rimasta lì, ferma. È così che affronto ogni dolore. Mi fermo e mi paralizzo. Poi, cinque minuti dopo, capisco come mi sento. Ma sul momento potrei avere reazioni esagerate, anche quando dovrei stare tranquilla. Poi mi fermo a riflettere, e se dopo cinque minuti è passato tutto mi dico, “stavo esagerando, è tutto a posto. Posso farcela. Sono felice di non aver detto niente di sbagliato sul momento”. Quando qualcosa di davvero brutto mi ferisce, lo capisco solo dopo. Perché mi impegno davvero tanto a ripetermi “non è quello che pensi davvero”. Devo lavorarci ancora su.

Potresti impazzire.
Sì, senz’altro. Ho vissuto molte situazioni in cui se avessi detto la prima cosa che mi passava per la testa la gente avrebbe pensato “oh, wow!”. Sarei passata dalla parte del torto. Per questo, un paio di anni fa ho iniziato a lavorarci su, a rispondere alle mie emozioni diversamente. E mi ha aiutato molto. Ha aiutato molto perché a volte capita di discutere. Ma il conflitto sul momento è molto meglio delle battaglie a fatto compiuto.

Be’, grazie.
Mi sembra di aver fatto una seduta di terapia. Da persona che non ha mai fatto terapia, posso dire con sicurezza che questa è stata la migliore.