Taylor Hawkins, l’ultima intervista | Rolling Stone Italia

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Taylor Hawkins, l’ultima intervista

Giugno 2021, il batterista dei Foo Fighters invita Rolling Stone nella sua casa di Los Angeles per una lunga intervista. Eccola: il terrore del palco, il giorno in cui ha mollato la band, gli anni che passano e la fatica dei tour, i Nirvana e la paura di suonare la batteria nella band di Dave Grohl

Sul retro della proprietà di Taylor Hawkins a Los Angeles, giusto dietro la piscina, c’è una casetta per gli ospiti che il batterista ha trasformato in studio e piccolo club, un’idea che sembra uscita dai suoi sogni d’adolescente. Ogni centimetro quadrato, dal soffitto al pavimento, è coperto da oggettistica rock d’ogni tipo: poster, grancasse personalizzate, locandine di concerti, persino uno speciale di Rolling Stone sui Guns N’ Roses. «Mia moglie odia questo posto», diceva Hawkins ridendo.

Nel pomeriggio del 15 giugno 2021, poco prima di un concerto dei Foo Fighters in un club – la prima performance in pubblico dall’inizio della pandemia – Hawkins ci ha fatto entrare nel suo studio per quella che si rivelerà la sua ultima intervista in persona con Rolling Stone. Era scalzo, con addosso solo un paio di pantaloni corti giallo canarino, senza maglietta come sempre. Su uno scaffale sopra di lui era poggiato un adesivo per grancassa di Freddie Mercury e un logo vintage giallo di Tower Records con il motto “No music, no life” scritto in rosso.

Mentre parlavamo, Hawkins si è avvicinato alla batteria, ha messo le cuffie e ha suonato l’assurda parte di batteria di Alex Van Halen in Out of Love. «È così che faccio pratica», ha detto dopo aver suonato tutto il pezzo con l’intensità che di solito si riserva all’esibizione in un palasport. Parte di questa conversazione è stata inserita nella cover story sulla band dell’anno scorso. Qui c’è l’intervista completa.

Tuo figlio è un fan dei Nirvana, vero?
Lui adora i Nirvana. Io non li ho mai visti suonare. Che tristezza. L’ho scritto a Dave. Ovviamente non mi ha risposto. Gli ho scritto una cosa tipo: «Ora anche io posso tornare ad amare i Nirvana. Prima non potevo perché eri stato nella band e sarebbe stato strano. Come guardare i tuoi che fanno sesso, hai presente? È la tua vita, non voglio parlare di com’era prima che ci incontrassimo. Sarebbe strano». Insomma, sa che rispetto i Nirvana. Per me erano i Beatles del rock alternativo, punto. E ora posso guardare quei vecchi video con mio figlio e pensare: cazzo quant’erano fighi.

Come ti senti in vista dello show di stasera?
Sono nervoso perché è un pezzo che facciamo nulla. Speriamo vada bene. Ho ancora qualche problema a suonare certi pezzi.

Sul serio?
Eh sì. Soffro di panico da palcoscenico, tantissimo. Oggi sono più o meno all’inferno. Sono stato in tour per 28 anni e nell’ultimo anno e mezzo non ho fatto altro che vedere il mondo cadere a pezzi al telegiornale. Mi spiace dirlo, soprattutto per chi ha sofferto, ma ero felice di poter dare una mano alla mia famiglia e a tutti gli altri, assicurarmi che stessero bene. È stata una benedizione. Ma sono stato letteralmente in tour 28 anni e per un anno e mezzo non ho vissuto le sensazioni che provo adesso.

Eddie Van Halen ha detto che si faceva proprio per superare il panico da palcoscenico.
Era terrorizzato. Puro terrore. Neanch’io sto passando una bella giornata. Mi sembra che ci sia qualcosa di sbagliato in tutto il mio corpo. Sento la gamba strana, cose del genere. Ho una serie di psicosi assurde, faccio tutte quelle cose bizzarre che servono per prepararsi a suonare un concerto in un club.

Quali sono le canzoni più difficili da suonare?
Rope, perché devo anche cantare. Mi capita in un sacco di pezzi, ma spesso sono cori, mentre qui c’è quasi un duetto nelle strofe, e il groove è strano… Per qualche ragione, il mio cervello, la bocca, le gambe e le mani non comunicano come dovrebbero. Come un glitch nel computer. Devo andare al Genius Bar e farlo sistemare.

È strano, ne parlavo con Matt Cameron proprio stamattina. Mi ha detto: «Fai un concerto? Cazzo. Davvero?». E io: non lo so, in realtà ho paura. Alla fine mi piaceva non fare nulla. È stato bello essere un perdente per un anno e mezzo, davvero. Un tempo Dave impazziva in momenti del genere, ora non succede più. L’ha superato. Un tempo si innervosiva da morire. Ora beve (ride), il che aiuta, ne sono sicuro. Io non riesco a bere e suonare la batteria. È impossibile.

Devi essere per forza sobrio?
Sì, hai visto come suono. Per avere un buon risultato, per forza. Poi certo, c’è chi suona bene lo stesso.

L’erba cambia la percezione del tempo, su questo non ci sono dubbi.
Dio, sarebbe la cosa peggiore. Ho già fatto quell’errore, negli anni ’90. Quando sei al liceo ti chiudi a improvvisare con i tuoi amici, sei strafatto, fai un tiro di bong e suoni gli Zeppelin, i Jane o i Police. Scrivi pezzi e sei fuori di testa. Ma sul palco non puoi stare così. Non capisco come facciano alcuni, ma buon per loro. Fanculo a quella roba… comunque sì, al momento sono terrorizzato.

Foto: Griffin Lotz per Rolling Stone US

Sei così anche nella vita privata o solo prima dei concerti?
Preferisco non parlarne. Ho uno stile di vita molto sano, tutto qui. Ho provato quelle cose, è un lungo periodo della mia vita. Sembra quasi che la mia storia, e anche quella della band, si riducano al casino che ho combinato a Londra vent’anni fa (nel 2001, quando Hawkins ha avuto un’overdose ed è stato in coma due settimane, nda).

Credi che la gente abbia capito?
Non voglio parlarne. Non voglio che mio figlio legga queste cose. Vorrei solo dire a chi ha problemi, a quelli con la vita incasinata, che li capisco. La mia vita è stata così un sacco di volte. Non voglio che diventi l’aspetto centrale della mia storia.

Ma a prescindere da quello che fai o meno, ora stai bene.
Sono in salute. Ti sembro in forma?

Stai bene, sì.
Suonavo bene ieri? Cantavo bene?

Sì, certo.
Sto bene. Ho imparato la lezione, è stato molto importante. E sono fortunato. Sono fortunato perché l’ho imparata al momento giusto. Quindi sì, sto bene. Soffro seriamente di sinusite e il mio dottore mi ha appena detto che dalle analisi risulta che sono in gran forma, che ho il cuore grande perché faccio esercizio, come quello di un runner. L’unica cosa sono le apnee notturne. Mia moglie dice sempre che russo e faccio rumori assurdi.

Hai sempre sofferto d’ansia per i concerti?
Sempre. Sempre. Sempre.

Hai detto che il timore è deludere te stesso. Cosa intendevi dire?
Ho una certa idea di perfezione in testa, come dovrebbero essere le cose. La dinamica della band è cambiata parecchio nel corso degli anni. Faccio quel che dice Dave e mi sta bene. Ma quando eravamo più giovani io ero un continuo: dobbiamo essere i migliori, una rock band da arena, possiamo farcela. Dave ci era già riuscito con i Nirvana senza neanche provarci. I Foo Fighters c’erano quasi, ma per me era importante massimizzare il nostro potenziale di live band, inventare finali fighi e cose del genere.

Ma stavamo già diventando grandi. Dave era già a quel punto, ma io dicevo che dovevamo provare di più, esercitarci, avere luci migliori, questo e quello. Sono fatto così. Vengo dai Queen e dai Van Halen, dai Police. Anche Dave è così, ma in modo diverso.

Forse l’hai aiutato a tirarlo fuori.
Non so. Non mi prendo alcuna responsabilità. Dave è ovviamente una persona brillante, e una delle ragioni del nostro successo è proprio l’etica del lavoro.

Anche Pat e Nate mi hanno raccontato del periodo in cui dicevi che la band poteva migliorare…
Sì. E l’abbiamo fatto vedendo il video Queen Live in Montreal. Era durante il tour dei Chili Peppers (nel 2000, nda), mi chiedevano: come dovrebbero essere le luci? E io facevo vedere quel video. «Dovrebbero essere così». L’abbiamo proposto e i Chili Peppers sono stati molto carini, eravamo amici e ci hanno detto di fare come volevamo, noi avremmo avuto la nostra produzione e loro un’altra.

I Chili Peppers erano gli headliner, ma noi aiutavamo a vendere qualche biglietto qua e là. Quando ci siamo presentati alla pre-produzione con quelle luci, erano sconvolti. Chad Smith mi guardava come se volesse dirmi: brutto figlio di… E io: vi ricorda qualcosa? «Sono i Queen, avete preso le luci dei Queen». Sì, l’abbiamo fatto. E poi c’era il ghiaccio secco durante Everlong, come i Rush. Facevamo tutto con ironia. Anche per i Queen era così. Poi mi sono evoluto e Dave continua a farlo in ogni modo possibile.

Come reagiva quando dicevi che potevate fare meglio?
Beh, eravamo giovani, c’era una conversazione. Oggi non la faremmo. Andavamo bene, ma non eravamo al punto in cui siamo ora, non potevamo suonare nei palazzetti. Non ci siamo riusciti fino a One by One (del 2002, nda).

Non è una conversazione rock’n’roll, no davvero. Nemmeno punk, anche se io non ho mai cercato di fare il punk… è una cosa che lascio agli altri. Sono bravi e possono vedersela loro. Va bene. Insomma, amo i Sex Pistols e amo i Clash. Amo i Bad Brains e i Jane’s Addiction. Amo anche il post punk, i Police, tutta quella roba. Ma non ero uno di quelli che si scambiava i dischi dei Black Flag.

Vieni da una cultura diversa, chiaro.
Sono cresciuto a Laguna Beach, tutti ascoltavano reggae. Io nascondevo i dischi dei Van Halen e dei Queen. Parliamo dell’era preppy, Orange County era tutto un campo di beach volley. I Police andavano bene. Amavo gli English Beat, i Madness, gli Specials, quel genere di cosa.

E come andavano quelle chiacchiere con Dave?
Non ricordo, era un sacco di tempo fa. Probabilmente mi diceva: ok, come vuoi tu. Sono come un fratello minore per lui, non credo prestasse troppa attenzione. Ma sul palco ci intendevamo con naturalezza. Io facevo lo scemo e lui pure, ci incitavamo a vicenda, tipo: saliamo di livello, vediamo fino a che punto riesci a tirare questa jam.

A volte, durante certe jam siamo come gli Who, come Keith Moon e Pete Townshend. Lui è alla chitarra e io alla batteria, facciamo delle battaglie epiche tra strumenti, anche se lui suona la chitarra come se fosse una batteria, e gli altri ci guardano come a dire: ok, vediamo dove vanno a parare. Sono momenti grandiosi. Quindi sì, mi capiva. Lui ama i Led Zeppelin. Ama tutte quelle cose. E i Queen. Ama tutte le cose che amo io, ma sai come vanno certe cose.

Anche in questo caso sembra che tu l’abbia spinto in una certa direzione.
Il nostro manager non sarebbe d’accordo. «Sai, a tutti piace il punk-rock, ma tu ascoltavi i Winger». Non è vero, stronzo. No, amo John Silva. È il migliore. Ma lui e Dave co-gestiscono la band, perché Dave… a volte la gente ci dice: dio, siete geniali con la promozione, dovete avere i migliori manager del mondo. Io rispondo: è vero, ma c’è anche Dave e la sua testa non si ferma mai. Mai e poi mai.

Foto: Jason Nocito per Rolling Stone US

È convinto che ogni disco possa diventare un evento, giusto?
Sì. Se ci pensi è iniziato tutto con i video. Ogni video era un evento, doveva essere divertente o interessante. Segnare un momento. Dave ama fare grigliate perché hanno un inizio, una fase centrale e una fine. E lui è uno che si concentra di brutto sulle cose che vuole fare. E così quando facciamo un album si presenta con schemi, idee di canzoni, demo e bla, bla, bla. Poi iniziamo a lavorarci su. È molto preparato, è tutto ragionato e costruito con attenzione. E vale lo stesso per quando prepara un barbecue per 75 persone, arriva anche a lavorarci per 30 ore di fila. Sta lì seduto, fuma sigarette, manda messaggi e controlla la carne ogni mezz’ora.

Non va a dormire per preparare un barbecue?
Eh no.

Ma com’è possibile?
Non lo sapevi?

Sapevo che organizzava grigliate, non che restasse in piedi tutta la notte.
Sono davvero 30 ore di fila. Sta in piedi senza nessuna droga. Beh, c’è la nicotina, ma nient’altro. Forse un po’ d’alcol ma no, è una cazzo di bestia. Una bestia. Non c’è competizione. È impossibile vincere con Dave. Vince sempre lui.

L’hai imparato sulla tua pelle?
Sì. Ero un ragazzino che straparlava, convinto di avere un sacco di belle idee. A un certo punto sono scoppiato e gli ho detto: «Sai che c’è? Le idee migliori sono sempre le tue. Quando ne vorrai una mia, fammelo sapere». Come nell’ultimo album. Ha detto: «C’è questo pezzo, Sunday Rain. Voglio che Paul McCartney suoni la batteria, ma voglio anche che tu la canti e scriva la parte di voce. Ecco la musica e un’idea di melodia, se ti interessa». L’ho fatto. Sul disco dei Foo Fighters c’è una canzone dove canto un mio testo, con tanto di armonie alla Eagles e Queen, con Paul McCartney alla batteria. È il mio pezzo dei Wings e tutto grazie a Dave.

Ho capito che questo è il modo migliore di lavorare con lui. Anche quando scriviamo canzoni cerco di parlare il meno possibile. Non voglio stargli tra i piedi. E quando penso di avere un’idea o quando vedo che si è impantanato – succede raramente – magari faccio un tentativo. A volte le mie idee passano, a volte no. Va bene così, non me la prendo più di tanto, vado avanti e torno nella mia villa vicino a quella dei Kardashian, faccio dischi con i miei amici scemi di cui non frega niente a nessuno.

Quanto c’è voluto per arrivare a questa serenità?
Eh, è stato un bel momento. È successo quando abbiamo suonato al Coachella e lui era con i Queens of the Stone Age.

È il vostro famoso litigio.
Sì, esatto, quella roba lì. È stato un momento centrale per la carriera della band, decisivo. Non avevamo ancora finito One by One, non stava andando tanto bene. Io stavo ancora uscendo dalla nebbia di Londra ed ero ancora convinto che nella band vigesse la democrazia. Eravamo al Coachella e abbiamo litigato, io facevo il sapientone ed ero convinto di avere ragione. Poi lui ha detto: «Sai che c’è? Ora ti dico la verità. Le cose stanno così. È la mia cazzo di band. Se non ti piace, vattene». E io gli ho detto che me ne sarei andato.

Ma dovevamo ancora fare il Coachella. Lui mi guardava come a dire: come no, vediamo se te ne vai davvero. Il giorno dopo sono tornato dicendo che avrei mollato il gruppo. E lui: «Ok, faremo lo show al Coachella e poi quest’altra cosa, poi dobbiamo chiudere dei pezzi. Dobbiamo finire All My Life e scrivere un altro paio di cose. Ho una settimana a Washington. Faremo tutto questo e poi partirò in tour con i Queens of the Stone Age. Tutto dopo il Coachella». Mi sono presentato al concerto, ho finalmente visto il suo con i Queens, pensavo volesse trasformarli in una grossa band. Ed era così. E dovevo anche superare il fatto che su quel palco ci fosse di nuovo il miglior batterista del mondo.

Di nuovo al suo strumento…
E io ero un povero stronzo che deve fare quel che gli si dice, che cerca di suonare Everlong come lui ma non ci riesce. Poi l’ho visto suonare con i Queens, significava molto per lui. All’epoca non lo sapevo, ma l’ha detto. Non a me, non facciamo certi discorsi, sarebbe strano e imbarazzante. Ma credo che significassero molto per lui. Magari avrà un’opinione completamente diversa della cosa, ma nella mia testa è andata così. La sera dopo abbiamo suonato, lui era il frontman e abbiamo spaccato.

Siamo stati grandiosi. Abbiamo aperto con All My Life, che nessuno aveva ancora sentito. Dopo lo show, siamo andati a fare due passi e mi ha detto: «Torniamo in Virginia. Finiamo questo disco e torniamo in tour, saremo una band. Sarà grandioso. Un’altra settimana con i Queens of the Stone Age. Le cose stanno così. Facciamolo». Siamo tornati in Virginia, io e Dave abbiamo registrato il disco in cinque giorni. Poi è arrivato Nate. Dave è andato in tour, Nate ha rifatto il basso. Chris Shiflett ha aggiunto le parti soliste e altre cose di chitarra. Io ho registrato delle percussioni mentre era ancora in tour. Così è nato One by One, e lo sai, quello è il disco di una band che cerca di restare viva.

C’è poco da discutere, All My Life e Times Like These sono tra le nostre canzoni migliori. Non è il nostro disco col suono migliore, si fa fatica ad ascoltarlo, all’epoca aveva tutto un volume esagerato. Te lo ricordi? I mastering degli anni Zero.

Dopo quel disco e il primo concerto da headliner al Reading abbiamo cominciato a divertirci. È con quell’album che ho capito come essere me stesso in un disco dei Foo Fighters. Ho registrato tutte le parti di batteria. In Nothing Left to Lose (1999) solo metà. Stavo ancora capendo come fare.

Come avete lavorato a quel disco?
Te lo racconto, è una storia completamente diversa. William Goldsmith aveva cercato di registrare le batterie del disco, ma si sapeva che non avrebbe funzionato, per una serie di ragioni. Non era ancora pronto. Però Dave non l’ha licenziato. Voleva che restasse nella band. Lui non ha voluto, ha deciso così. Dave si sente in colpa per com’è andata, l’ha detto un milione di volte. Ma mi spiace che lui si becchi le… non dovrebbe essere demonizzato, faceva il possibile per tenere viva la band. Sapeva però che quella versione non era sufficientemente buona. Io ero terrorizzato prima di registrare Nothing Left to Lose. Avevo paura della luce rossa (che dà inizio alla registrazione, ndt).

Beh, perché avevi visto cosa poteva succedere…
Perché il tizio prima di me aveva… Insomma, come avrei potuto farcela? Non sapevo come. Il produttore, Adam Kasper, pensava che avrebbe dovuto essere Dave a registrare la batteria. Glielo leggevo in faccia. Voglio dire, è un tipo a posto, ma in studio c’era Dave Grohl. Probabilmente pensava: «Ma perché sto lavorando con un ragazzino che sta imparando a suonare col click? Finiamo ‘sto disco». A un certo punto ho anche detto a Dave che non ce l’avrei fatta. All’epoca stavo ancora combattendo con i miei demoni, ero terrorizzato.

Lui ha detto, mi commuovo a pensarci: «Tu suonerai la batteria in questo disco». (Hawkins arriva al punto di piangere, nda) E ho registrato la metà, ma solo perché lui mi ha tenuto per mano, come un fratello maggiore o il tuo migliore amico. È andata così. È per questo che siamo qui oggi, perché sapeva che mi voleva con lui come amico, famigliare, fratello minore, uno che può stuzzicare quando vuole, che lo ammira e vuole renderlo felice. E sapeva anche che sul palco succedeva qualcosa. Lo so anch’io.

In alcuni dischi devo lavorare duramente, dimostrare cosa so fare alla batteria. Nella maggior parte dei casi, però, sono le demo di Dave e io mi limiti a registrarle a un certo livello, e va bene così. Non è la mia cosa preferita, ma se ha una cosa nella testa lo faccio senza problemi. E quando il disco è pronto e partiamo per suonarlo dal vivo, portiamo sul palco il sudore, l’anima, il sangue, i dolori al collo e alla schiena, la tendinite, tutto per chi è venuto a vederci.

È stata una soddisfazione essere riuscito a fare metà Nothing Left to Lose?
Mi ha sorpreso esserci riuscito.

Non è che ti sei chiesto: vabbè, ma l’altra metà?
No. Ho pensato: o mio dio, sono su metà del disco, di un disco coi controcoglioni. Che bello. Il pezzo che abbiamo fatto ieri, Aurora, è uno dei preferiti fra quelli che ho registrato.

Uno dei migliori.
E ci suono io. È stata una delle prime volte in cui ho fatto quella cosa col rullante che lui non fa e che mi ha spinto a fare: «Sii te stesso e fai pure quella roba tipo marcetta che ti piace tanto e che hai imparato ascoltando i Big Country o chissà quale altra roba». I Big Country e gli U2, quand’avevo 12 o 13 anni. Insomma, comincio a suonare così e si capisce che non è Dave, si capisce che sono io. È stato il mondo in cui…

Beh, lui non è uno che fa molte prove, no?
È un batterista unico, un musicista unico. Siccome non sarei mai arrivato al suo livello, ho scelto di fare le cose a modo mio. Perché Dave ha un suono tutto suo quando siede alla batteria. Mi ha incoraggiato ad essere me stesso, si è assicurato che avessi spazio per crescere e diventare un musicista.

E ora dopo averlo visto in azione per tutti questi anni sono in grado di venire qui con un fonico e registrare un cazzo di demo tutto da solo. Dovrei farti sentire quello che ho fatto l’altro giorno. L’ho imparato da Dave. Ho messo giù la traccia di batteria, una chitarra merdosa, un basso Steinberg. E poi la voce e le armonie vocali.

Foto: Jason Nocito per Rolling Stone US

Bevi un sacco d’acqua adesso.
Assumo quanta più acqua possibile. Bevo acqua, faccio flessioni, sollevo pesi. I muscoli si affaticano, io no perché l’adrenalina ti porta via metà dell’energia che hai e non ti torna se non nella seconda metà del concerto. Chissà come ci sentiremo dopo il concerto di stasera, sarà una cosa pazzesca. Abbiamo fatto quel concerto, quello delle vaccinazioni, e non avevamo provato granché. Sapevamo di poter fare di meglio. Abbiamo avuto due settimane e mezzo per provare prima di questo. Ci abbiamo dato dentro.

Era da un pezzo che non provavate così duramente, giusto?
Beh, sì. Non ce n’era il tempo con tutti i progetti di Dave, si è sempre di corsa per finire le cose. E poi abbiamo dei figli che vanno a scuola. E insomma bisogna trovare il tempo per provare a sufficienza e arrivare alla forma giusta in modo che a metà tour la memoria muscolare faccia il suo lavoro.

Ma anche quando ci arrivi, è comunque stancante. Lo dicevo a Matt oggi: «Mi sa che abbasso piatti e rullante, in modo che sia più facile». Ma sai, sembro ancora spastico, ma sto cercando di capire come mantenere l’intensità giovanile nel corpo di un cinquantenne, che non è facile. Non mi lamento, ma facile non è. Dico solo che ci vuole del duro lavoro.

È una delle cose a cui la gente non pensa. Pensano che ce ne andiamo in giro per il mondo, cosa che facciamo, stiamo in begli hotel, vero, abbiamo backstage piene di cibo e gente che ci assiste. Tutto vero. Ma resta il fatto che devi spaccare il culo per due ore e mezzo. E non siamo gente che lo fa senza metterci tutto l’impegno del mondo. Non abbiamo mai imparato a farlo svogliatamente. Non so come facciano gli altri, proprio non so.

Ne abbiamo viste di band che continuano a suonare nonostante l’età che passa, ma è anche vero che la musica che fai tu è più fisica e impegnativa del tipico classic rock.
Guardo i Metallica e mi sento male per le canzoni che devono suonare e che hanno scritto quand’eravamo giovani.

Qual è la differenza principale fra il tuo stile e quello di Dave?
Per metterla giù semplice: se lui è figlio di John Bonham, io sono figlio di Stewart Copeland. È una semplificazione. Diciamo che io spingo di più, non che Dave sia molle, ma lui…

Sta indietro rispetto al beat?
Un po’ di più. È più simile al profilo del batterista da studio, in un certo senso.

E tu puoi cambiare e stare un po’ più indietro?
Nelle canzoni lente non ci sono problemi. Ma non sono mai stato particolarmente bravo a suonare mid-tempo. Tendo a spingere finché non sono più mid-tempo. Suonare come Dave non è mai stato il mio obiettivo. Mi piace come suona e vorrei avere alcuni dei suoi talenti, come sta indietro sul beat, la roba gigantesca che fa, e insomma nessuno riesce a suonare i Nirvana come lui. E come ho detto, quando devo suonare le canzoni dei primi due dischi, non le faccio come lui e va bene così. Le suono come se fossero state registrate ai tempi di One by One o giù di lì. E va bene per il tipo di band che siamo, specialmente dal vivo.

La cosa buffa è che quando Dave imbraccia la chitarra non sta indietro sul beat, né spinge per velocizzare. Ha uno stile chitarristico più tranquillo rispetto a quando suona la batteria. Un’altra cosa bella è che lascia che le cose arrivino a un certo livello e poi dice: «Ok, ora basta».

Siamo una band molto naturale, live, compatta, libera. Come i nostri preferiti: Queen, Led Zeppelin, Rush, Van Halen. Ecco, ascolta le registrazioni dei Van Halen prese dal mixer: non sono perfetti. Nulla è perfetto.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.