Tangerine Dream, giocare con la musica e con il passato, senza troppa nostalgia | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Tangerine Dream, giocare con la musica e con il passato, senza troppa nostalgia

Dopo la morte di Edgar Froese, la band è andata avanti e quest'anno ha pubblicato ‘Raum’, recuperando dagli archivi del leader alcune idee mai realizzate. Lo presenteranno a luglio all'Ortigia Sound System

Tangerine Dream

Foto: Katja Ruge

I Tangerine Dream sono stati tra i pionieri della musica elettronica. Negli anni in cui la Germania giocava un ruolo centrale nelle sorti della musica mondiale, furono tra i primi ad esplorare le possibilità concesse dai primi avveniristici sintetizzatori e sequencer, dando vita a un decennio di produzioni importantissime che va sotto il nome di Virgin Years, in riferimento all’etichetta che pubblicò i loro dischi dal 1974 a 1983, da Phaeda a Hyperborea. Il loro ruolo tra l’altro fu fondamentale nello sviluppo della Kosmische Musik, la cosiddetta musica cosmica d’origine tedesca.

Il progetto, fondato nel 1967 dal visionario musicista teutonico Edgar Froese, è forse uno dei più prolifici di sempre, avendo all’attivo più di cento pubblicazioni tra album, dischi dal vivo e colonne sonore (celebri, ad esempio, quelle di Risky Business, Sorcerer – Il salario della paura e Thief). Un’altra particolarità della band è la fluidità della sua formazione che in questi cinquant’anni ha visto ruotare una trentina di musicisti al fianco della figura portante di Froese.

Edgar Froese è venuto a mancare nel gennaio del 2015, ma come da sue volontà, la band ha continuato ad esibirsi e a pubblicare dischi sotto la guida di un suo fedelissimo, il musicista berlinese Thorsten Quaeschning. La nuova formazione, che comprende, oltre a Quaeschning, Hoshiko Yamae e Paul Frick, ha da poco pubblicato un nuovo e affascinante album, Raum, recuperando dagli archivi di Froese alcune idee mai realizzate.

In attesa di poterli assaporare live nella loro premiere italiana, questo 29 luglio all’Ortigia Sound System, l’affascinante festival siculo che da anni si distingue per la capacità di costruire line-up intriganti in un contesto paesaggistico unico come quello di Ortigia, abbiamo raggiunto Quaeschning e Frick in videochiamata per farci raccontare cosa significa essere i Tangerine Dream oggi.

Avete da poco pubblicato Raum, il primo album con questa formazione. Come vi siete approcciati alla scrittura del disco?
Paul Frick: Inizialmente abbiamo fatto un po’ di sessioni assieme, improvvisando. Non abbiamo pensato a strutture o a forme, ma solo a provare sequenze e parti di brani per vedere le nostre reazioni, ovvero le reazioni di tre persone nella stessa stanza che fanno musica assieme. Quando capivamo che qualcosa funzionava, costruivamo a partire da lì. A un certo punto bisogna però essere capaci di tornare a terra e concretizzare e così abbiamo fatto altre sessioni più definite e definitive, esplorando arrangiamenti e melodie che ognuno di noi portava, decidendo infine le varie direzioni dei brani.
Thorsten Quaeschning: Rispetto al mandarsi i file via Dropbox, seduti comodamente nel proprio studio, c’è tutto un’altra sensazione a far musica assieme nello stesso luogo. Quando fai musica con altre persone, cambia la tua percezione di ciò che stai facendo. Quando condividi uno spazio è normale chiedersi cosa stanno pensando le altre persone coinvolte nella tua performance. O almeno questa è la mia esperienza. C’è una sinergia differente quando si interagisce contemporaneamente su qualcosa.

E come interagite tra di voi, qual è la dinamica di questa formazione? Ognuno ha un ruolo specifico o vi lasciate libertà di movimento tra le varie strumentazioni?
Quaeschning: Idealmente possiamo fare tutto ciò che ci sentiamo, ma devo ammettere che per fortuna qui ognuno fa quello che sa far meglio, combinandolo con gli universi degli altri due componenti. Il vantaggio è che abbiamo differenti approcci e riferimenti, così non ci calpestiamo i piedi.

In una precedente intervista, Thorsten, hai dichiarato che all’interno dei Tangerine Dream ci sono delle regole fisse. Cosa intendevi?
Quaeschning: Abbiamo ruoli e regole come fossimo un’orchestra. Questo dipende soprattutto del fatto che singolarmente usiamo strumentazioni di partenza differenti che vanno a indagare specifici range di frequenza, senza contare la personalità e il gusto del singolo, tra chi preferisce utilizzare i suoni in maniera più percussiva e chi invece predilige degli staccati inondati di riverberi.

Una caratteristica dei Tangerine Dream è sempre stata una certa fluidità nella formazione. Cosa deve possedere un musicista per entrare nel progetto?
Quaeschning: È una scelta che avviene su molti livelli, non solo musicali. Bisogna passare molto tempo con una persona, conoscerla. A volte suoni con i musicisti migliori al mondo, ma tutto si limita al palco e non c’è empatia dopo. Bisogna aver un certo feeling per entrare nei Tangerine Dream: è suonare per servire la musica, non non per un ritorno personale.

I Tangerine Dream sono sempre stati considerati un gruppo pionieristico per quanto riguarda l’utilizzo della tecnologia nella musica. Qual è il vostro rapporto con la tecnologia oggi?
Frick: Proviamo sempre ad essere pionieristici, a scoprire, studiare, imparare, cercando di trovare e provare cose nuove. Non vogliamo fare musica nostalgica e non siamo dogmatici nella scelta degli strumenti. In cinquant’anni di carriera il progetto ha sperimentato tantissimo su suoni e strumenti, sfruttando tutte le evoluzioni tecnologiche del suono.
Quaeschning: C’è una citazione di Edgar Froese degli anni ’80 su questo tema, che dice «non sono interessato al collezionare strumenti, sono interessato alle possibilità della tecnologia negli strumenti». Non è importante avere tutte le tastiere e i modulari del mondo, ma a far la differenza è la capacità di sfruttare tutte le possibilità tecnologiche che uno strumento possiede.

Da ciò che mostrano le vostre webcam possiamo vedere che i vostri studi sono pieni di magnifici sintetizzatori, di rack modulari e quant’altro. Quale strumentazione utilizzate oggi? Prediligete un approccio hardware o software?
Quaeschning: Il nostro sound è un mix tra hardware e software. La scelta dipende solamente da ciò che suona meglio, ciò che funziona di più in quel determinato brano. Io personalmente preferisco gli hardware perché mi piace poter manipolare il suono sui potenziometri o patchare il modulare nel modo ideale; è un contatto più diretto, un approccio che prediligo. Ma sta tutto nel trovare il giusto suono sullo strumento migliore per il brano su cui si sta lavorando.

Per Raum avete avuto la possibilità di accedere agli archivi di Edgar Froese. Come ci avete lavorato? Come siete riusciti a far convivere le sue parti nelle vostre composizioni?
Frick: Torniamo al rapporto con la tecnologia. Quando Thorsten ha lavorato al precedente disco dei Tangerine Dream, Quantum Gate, il primo senza Froese, non era riuscito a lavorare sul materiale d’archivio come voleva perché la tecnologia non era ancora abbastanza sviluppata per arrivare ai risultati che si era prefissato. In soli cinque anni, invece, è cambiato tutto e il software che usa Thorsten, Melodyne, ha implementato una serie di nuovi feature che ci hanno reso possibile interagire con quel materiale.
Quaeschning: Nel 2017 abbiamo comunque utilizzato del materiale di Edgar, ma lavorando in maniera orizzontale, componendo intro o outro, o verticale, aggiungendo melodie e suoni su quanto avevamo a disposizione. Questa volta invece abbiamo potuto recuperare alcune melodie di Edgar, ciò per cui era maggiormente famoso, adattandole – nel tempo e nella tonalità – a parti da noi arrangiate, integrandole come non avevamo mai potuto fare in passato. È incredibile, per una persona di cinquant’anni fa potrebbe sembrare una magia voodoo.

Thorsten, tu hai avuto la fortuna di entrare nei Tangerine Dream quando Edgar era ancora vivo. Che ricordo hai di lui? Cosa ti ha lasciato?
Quaeschning: Quando ho conosciuto Edgar, una ventina di anni fa, non ero molto dentro al mondo dell’elettronica. Ho così avuto la fortuna di poter imparare tantissimo da lui, da come programmare le sequenze midi a come patchare un sistema modulare. Abbiamo anche vissuto assieme, a tempi alterni. Era una persona molto strutturata nella sua vita, con una forte visione. Lavorava tantissimo, tanto che non era raro che mandasse nuovo materiale anche alla vigilia di Natale. Parliamo pur sempre di una persona che è sempre stata avanti coi tempi, di uno che ha vissuto con David Bowie e Iggy Pop. Era un personaggio incredibile, da cui si poteva imparare tanto, anche se non era una persona facile. Ma penso che i migliori maestri siano quelli più rigidi.

Come convivete con la pressione di portare avanti il nome dei Tangerine Dream?
Frick: Come ultimo arrivato nel gruppo posso dirti che è normale che ci sia pressione. Qui c’è un’eredità e una storia di cui devi essere cosciente. Ma una parola più corretta sarebbe responsabilità. Dopo gli show, parlo spesso con i fan e molti mi raccontano di quanto sia stata importante nella loro vita la musica dei Tangerine Dream. Sentire questa responsabilità ti fa venir voglia di dare il massimo possibile per onorare questo progetto. Per me è un privilegio essere in questa band e continuare questa storia, anche se ti ammetto che all’inizio pensavo solo «cerca di suonare bene, non far errori, non far cazzate». Anche per questo disco ero molto nervoso, ma a un certo punto, quando ho capito che stavamo facendo qualcosa di veramente bello, mi sono rilassato.
Quaeschning: È comunque una situazione fortunata perché, sai, la musica dei Tangerine Dream è una continua evoluzione, da Electronic Meditation (del 1970) a oggi, e il nostro pubblico si è abituato a mantenere una mentalità aperta sulle nostre scelte.

Negli ultimi anni c’è stato un grande ritorno agli anni ’80. Penso ad esempio al successo di Stranger Things che voi stessi avete omaggiato in passato con una vostra versione del main theme pubblicata sul vostro Souncloud. Qual è il vostro rapporto con la nostalgia?
Quaeschning: Abbiamo registrato la nostra versione della sigla di Stranger Things qualche anno fa, nella pausa tra due concerti. Era un periodo in cui Ulrich (Schnauss, ex componente della band, nda) viveva nel mio seminterrato. Avevamo gli strumenti nel tour bus parcheggiato fuori da casa mia e così decidemmo di prenderne alcuni e suonare. Sai, quella sigla è molto Tangerine Dream e reinterpretarla ci sembrava un modo per distruggere lo spazio-tempo. Online ci sono due versioni perché quella notte la linea internet andava malissimo e il primo upload ha avuto dei glitch. Siam grati che prodotti come Stranger Things, Black Mirror: Bandersnatch e GTA 5 abbiano introdotto la musica dei Tangerine Dream a un pubblico giovane.
Frick: La nostalgia è un sentimento molto soggettivo, ma uno show come Stranger Things porta molte persone a recuperare il suono di quegli anni. Noi cerchiamo un po’ di evitare il fenomeno nostalgia, anche se ogni tanto ci giochiamo su.

Quest’estate suonerete all’Ortigia Sound System, e noi saremo lì a gustarci il vostro concerto. Cosa dobbiamo aspettarci da un live dei Tangerine Dream, oggi?
Quaeschning: Per lo sviluppo tecnologico e i metodi con cui sono state composte, noi possiamo suonare tutto ciò che è stato pubblicato da Phaedra (1974) in avanti. Quel che è stato pubblicato prima non funziona con le nuove tecnologie. Solitamente suoniamo brani che vanno da un periodo tra il 1974 e il 1988, poi saltiamo appieno gli anni ’90 e ripartiamo dalla musica uscita negli ultimi dieci anni.
Frick: C’è tantissimo da scegliere e in genere cambiamo la scaletta a ogni concerto scegliendo tra una cinquantina di brani. Ognuno di noi ha i suoi brani preferiti. Sarà un concerto lungo, intenso, emozionante.

Altre notizie su:  Tangerine Dream