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Tamino, un principe tra Mozart e l’Oriente

Ha iniziato a suonare il pianoforte con John Lennon nelle orecchie e ora debutta con ‘Amir’, dove unisce le sue origini a un'orchestra di rifugiati

Di persona, Tamino non assomiglia affatto a come te lo immagini ascoltando il suo album di debutto, Amir. Quella voce calda, profonda, di una malinconia straziante, che intona liriche ipnotiche ed evocative, sembra non appartenere davvero al ragazzo altissimo, magrissimo, giovanissimo e sorridente che ci troviamo davanti in un assolato pomeriggio di inizio autunno a Milano. Anche in questo caso, però, la semplicità con cui si presenta è solo apparente, perché è senz’altro uno degli artisti più complessi (in senso buono, ovviamente) dell’ultimo periodo.

Nato ventun anni fa da madre belga e padre egiziano, Tamino Fouad ha un destino di musicista già scritto nelle stelle: sua mamma lo ha chiamato così in onore del protagonista del Flauto Magico di Mozart, e suo nonno paterno, Moharam Fouad, è stato uno dei cantanti e attori più famosi del cinema egiziano. Polistrumentista e compositore, oltre che cantante, tra i suoi fan vanta Colin Greenwood dei Radiohead, che ha fortemente voluto collaborare a uno dei brani del suo primo EP, Indigo Nights. La sua musica è un ammaliante mix di suggestioni orientali – grazie anche alla partecipazione dell’orchestra arabo-belga Nagham Zikrayat, che lo ha accompagnato nelle registrazioni – e songwriting di stampo europeo, ed è davvero difficile non restarne stregati.

Le tue canzoni sono molto mature per la tua età…
È vero, sono più maturo dei miei coetanei. Quando avevo diciassette anni mi sono trasferito ad Amsterdam per studiare musica: prima vivevo in un paesino del Belgio e non avevo mai vissuto in una grande città. Ho dovuto crescere in fretta per non perdermi, e stando molto per conto mio ho avuto un sacco di tempo per ragionare sulla vita. Tutto questo ha causato una piccola rivoluzione in me. In realtà, però, credo che le mie canzoni ora come ora siano un misto: per certi versi sono molto adulte, per altri molto giovanili. C’è ancora molta ingenuità e romanticismo nel mio modo di scrivere, e va benissimo così, perché voglio catturare l’essenza della mia vita di ventenne.

In effetti i testi dei tuoi brani sono estremamente poetici ed evocativi. Come ti escono?
So che non è molto romantico da dire, ma è soprattutto questione di duro lavoro! (ride) Personalmente scrivo soprattutto di notte: ci sono meno distrazioni e l’atmosfera è migliore, con il buio. E ho un mio metodo. La gente spesso pensa che un artista debba essere colpito dall’ispirazione, prima ancora di mettersi a faticare. Io, invece, penso che funzioni al contrario: prima bisogna mettersi all’opera, e solo dopo arriva l’ispirazione, perché se hai già cominciato a predisporti mentalmente è più facile che le sensazioni e gli stimoli esterni ti influenzino nella maniera giusta. Se oggi avessi cominciato a lavorare su una canzone, per esempio, queste belle foglie autunnali avrebbero potuto ispirarmi, ma siccome non l’ho fatto ora vedo solo delle semplici foglie, non c’è niente di magico. Detto questo, chiaramente non è così semplice. Per citare Leonard Cohen, “Se sapessi da dove arrivano le belle canzoni, andrei in quel posto molto più spesso”.

C’è un motivo per cui il mood è sempre così struggente e malinconico? Non scrivi mai canzoni allegre?
Non saprei, mi escono così! Dipende dai miei gusti, credo, ma anche dalle sensazioni del momento. Ma per me esternare tristezza e malinconia non è un male. Nei media la tristezza non esiste proprio, è bandita, soprattutto quando si tratta di musica. Se ascolti le canzoni che passano in radio, sembra che tutto sia sempre favoloso, come se tu non potessi trattenerti dall’esclamare “Oh, yeah!” ogni trenta secondi. È davvero strano, perché è come dire alle persone di nascondere i propri sentimenti e fare finta che non esistano momenti no. È una cosa davvero insana da fare, ed è una delle principali cause di depressione e ansia. Insomma, se uno scrive canzoni malinconiche non è necessariamente una persona tormentata, anzi, al contrario, perché vuol dire che affronta le sue angosce guardandole dritte negli occhi, e poi riprende a vivere la sua vita in maniera più consapevole.

Tamino non è un nome d’arte, anche se molti lo pensano. Come mai ti chiami come un personaggio creato da Mozart?
Mia madre è una grande appassionata di musica classica, in particolare dell’opera. Quando era incinta di me andò a una replica del Flauto Magico, sentì un’aria di Tamino e capì che era il nome perfetto per me. O almeno così racconta!

Anche tu hai ascoltato molta musica classica crescendo, giusto?
Anche in questo devo ringraziare mia mamma, che mi ha bombardato di moltissimi stimoli diversi: dalla musica classica a quella araba, dai Beatles a Tom Waits. Cerco di non pensare alla musica in termini di generi, però. Mi piace conoscere la sua storia e le sue tradizioni, ma come ascoltatore non percepisco veri confini: semmai solo una timeline in cui alcuni artisti sono arrivati prima e altri dopo. E anche quando scrivo i miei brani, mi ispiro a un sacco di cose completamente diverse le une dalle altre.

Suoni anche moltissimi strumenti: qual è stato il primo, quello che ti ha trasformato in un musicista?
Sicuramente il pianoforte. Quando ho visto le prime immagini di John Lennon, seduto al piano mentre cantava Imagine, ho capito che avrei voluto fare la stessa cosa. Cantavo già da prima, ma non in maniera consapevole: mi limitavo a canticchiare quando sentivo una bella canzone alla radio.

Un altro strumento a cui sei molto legato è la chitarra di tuo nonno paterno…
È una vecchia chitarra resofonica creata da un artigiano, un pezzo unico: apparteneva a un suo caro amico che secondo tutti era il miglior chitarrista d’Egitto. Fu lui a regalargliela, ma poco dopo morì in un incidente d’auto, cosa che la rese un ricordo di valore inestimabile per mio nonno. E ora lo è per me.

Hai avuto occasione di conoscere bene tuo nonno o ne hai solo sentito raccontare?
L’ho incontrato quando ero molto piccolo, ma è morto quando avevo cinque anni, perciò non lo ricordo bene. Però so che la prima volta che ho cantato con un vero microfono è stato nel suo studio. Per fortuna posso ancora guardare i suoi film e ascoltare i suoi dischi, e pur non avendo avuto modo di conoscerlo la sua influenza è ancora molto presente.

È per lui che hai cominciato a integrare la musica mediorientale nelle tue canzoni?
All’inizio non sapevo bene quello che stavo facendo: scrivevo delle canzoni e, in qualche misteriosa maniera, finivano per suonare come suonavano. Poi ho cominciato a studiare la musica araba e a suonare l’oud, e a capire qualcosa in più su quelle armonie. Quando ho lavorato all’album ero molto più consapevole di ogni decisione che ho preso, ed è proprio per questo che ho deciso di lavorare con un’orchestra araba, la Nagham Zikrayat. Era molto importante per me, perché se avessi lasciato che fossero degli occidentali a suonarla non sarebbe suonata allo stesso modo.

Molti dei componenti di questa orchestra sono dei rifugiati…
Quando l’ho scoperto, la loro musica mi è sembrata ancora più speciale. Ho un’ammirazione immensa per queste persone che hanno perso le loro case, le loro famiglie, le loro vite e nonostante tutto riescono ad andare avanti. Nei loro paesi natali avevano delle carriere musicali già molto avviate, alcuni erano parecchio famosi, e ora devono ricominciare da capo. È molto triste, ma loro non sembrano affatto tristi: anzi, sono orgogliosi del loro retaggio. E questo mi ha fatto capire molto della cultura araba.

In Italia, in questo momento, divampa un feroce dibattito sul tema rifugiati, dopo la chiusura dei porti dell’estate scorsa: tu che hai avuto occasione di lavorare così a stretto contatto con alcuni di loro, cosa ne pensi di queste polemiche?
Purtroppo quello che sta succedendo in Italia succede un po’ in tutto il mondo, ormai, ed è davvero brutto. Dal mio punto di vista di artista, e credo di poter parlare anche per la Nagham Zikrayat, non faccio musica spinto da motivazioni politiche, ma credo che neanche Bob Dylan lo facesse, almeno non consapevolmente: ha affermato spesso di non essere un cantautore politicizzato, nonostante i temi delle sue canzoni. Se però la mia musica potesse aiutare a fare luce, anche in minima parte, su cosa significhi davvero vivere da rifugiato oggi, e a far sì che i due fronti opposti possano imparare a dialogare, sarebbe un risultato straordinario. Ma onestamente non sono sicuro che la musica da sola possa cambiare le cose: può solo contribuire a creare consapevolezza, forse.

L’album si intitola Amir. Cosa significa questo nome per te?
Amir in arabo significa “principe”, ed è il mio secondo nome. È un modo per spiegare che in quest’album c’è davvero tutto di me, ma c’è anche un significato nascosto: un principe non sceglie di esserlo, lo nasce, e allo stesso modo io non ho scelto di essere un musicista, lo sono sempre stato. Sia chiaro, non vuol dire che io mi senta un membro della nobiltà o della famiglia reale: la mia carriera è appena cominciata e ho i piedi ben piantati per terra, so di avere ancora molto da imparare!

Se dovessi farti da solo un augurio per l’inizio di questa tua carriera, quale sarebbe?
Spero solo che quest’album arrivi davvero alle persone, che si riconoscano in quello che dico, che sentano quello che sto cercando di trasmettere. Spero di poter entrare a far parte delle loro vite attraverso la mia musica.

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