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System of a Down: «Non siamo tornati per fare arte o business: questo è attivismo!»


Litigi, false partenze, differenze inconciliabili: per 15 anni rimettere insieme i SOAD è sembrato impossibile. Poi è arrivata la guerra in Armenia e la paura di un altro genocidio

I System of a Down

Foto press

C’è voluta una guerra per far registrare nuova musica ai System of a Down. A settembre, dopo aver visto l’inizio del conflitto tra Azerbaigian e Armenia, i musicisti, tutti di discendenza armena, si sono precipitati in studio per registrare due canzoni, Protect the Land e Genocidal Humanoidz, con l’obiettivo di attirare l’attenzione sulla crisi nella loro terra d’origine. Il ricavato dei pezzi sarà dato in beneficenza. La band sta invitando i fan a effettuare donazioni a favore dell’Armenia Fund, un’organizzazione che si occupa dei soccorsi umanitari nella regione.

Sono passati quindici anni da quando il gruppo alt metal ha pubblicato l’ultimo album Hypnotize. Fu un successo istantaneo, il secondo disco dei System a debuttare al primo posto nel corso del 2005. A dispetto di questi risultati, però, la band non è più riuscita a trovare un accordo su che come fare. Il cantante Serj Tankian chiedeva un processo di scrittura più democratico – fino a quel momento faceva tutto il chitarrista Daron Malakian –, ma ogni discussione finiva in un nulla di fatto. I due hanno continuato a suonare in tour insieme, e sono anche rimasti amici, ma quel conflitto per il controllo creativo è rimasto insormontabile.

Un mese fa, però, la band ha messo tutto da parte dopo l’esplosione della guerra in Nagorno-Karabakh, la regione dell’Azerbaigian popolata principalmente da armeni che la chiamano Artsakh. È una zona montuosa di 2700 chilometri quadrati, con una storia lunga e sanguinolenta che ha segnato il popolo che la abita. Nel 1994 l’ultima guerra tra Armenia e Azerbaigian era finita con un cessate il fuoco e il controllo del territorio da parte degli armeni. Lo scorso settembre, però, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha reagito a una dichiarazione del presidente Nikol Pashinyan, che in primavera aveva definito la regione unicamente armena, e il conflitto è ricominciato. Russia, Francia e Stati Uniti hanno tentato di avviare una trattativa per il cessate il fuoco, ma i loro tentativi sono falliti.

L’Armenia, un piccolo paese di tre milioni di abitanti, è decisamente più debole dell’Azerbaigian, che ha 10 milioni di abitanti, un esercito più forte e il supporto della Turchia, nemico storico degli armeni dal genocidio commesso dall’Impero ottomano nel 1915. Il primo ministro dell’Armenia, con il sostegno della Russia, ha detto che l’Azerbaigian ha reclutato mercenari dalla Siria, ma il Paese ha smentito. Secondo Human Rights Watch, l’Azerbaigian avrebbe utilizzato armi vietate e bombe a grappolo (impiegate anche dall’Armenia). Il giornale britannico Morning Star ha raccontato la storia di un soldato azero che ha decapitato un armeno e deriso la sua famiglia tenendo in mano la sua testa mozzata. Le Nazioni Unite hanno avvertito che gli attacchi alla cittadinanza possono essere considerati crimini di guerra.

La band pensa che l’Azerbaigian abbia fatto in modo di far coincidere l’attacco con le elezioni americane e la seconda ondata del Covid, così da evitare l’attenzione dei media. E anche se i membri dei System non condividono tutti le stesse idee politiche – Tankian è un democratico, mentre il batterista John Dolmayan supporta Trump –, hanno messo da parte le loro differenze convinti che la crisi in Nagorno-Karabakh trascendesse la politica americana.

«Vorrei che Trump difendesse gli interessi degli Stati Uniti ma, allo stesso tempo, proteggesse i nostri valori e quello che rappresentiamo», dice Dolmayan a Rolling Stone. «C’è un’ingiustizia in corso. Non possiamo certo entrare in guerra per ragioni economiche. Capisco la necessità di pensare ai nostri interessi prima di fare qualcosa, ma dobbiamo fare un passo avanti e avviare una discussione. Non possiamo fare gli ipocriti».

«Sta succedendo roba pesante», spiega il bassista Shavo Odadjian. «È disumano. Non stanno mica dicendo: lasciate la nostra terra, vi aiuteremo trasferirvi. Li stanno massacrando e stanno compiendo azioni codarde e disgustose. E questa cosa ci tocca tutti da vicino».

«È una situazione tipo Davide contro Golia», aggiunge Malakian. «L’Armenia non può farcela da sola».

«Sono stato due volte in Artsakh», spiega Tankian. «Ci sono campagne splendide ed è una tristezza vedere tanta distruzione e la gente che va via. Sono persone incredibili. Sono gli antichi armeni. Vivono su quella terra dal 500 a.C. Sono forti, belli e divertenti. E non si spaventano facilmente. Hanno già visto cose del genere, è assurdo».

Dolmayan ricorda che vedere le immagini della guerra gli ha dato il voltastomaco. «Ero furioso, ma mi sentivo impotente. Ho pensato a come dovevano sentirsi i miei antenati durante il genocidio». Dopo tante di delusioni con i System of a Down, aveva accettato l’idea che non avrebbero più registrato insieme. Ma l’orrore che vedeva l’ha convinto ad alzare il telefono e, alle 10 di sera della prima domenica di ottobre, ha sentito i compagni della band.

«Ho mandato un messaggio agli altri tre: “A prescindere da cosa avete pensato l’uno dell’altro in passato, dobbiamo mettere tutto da parte, andare in studio e scrivere una canzone per la nostra gente, dobbiamo puntare un faro su questa situazione e coinvolgere le forze del bene sparse per il mondo”. Hanno detto tutti sì».

Il sì di Odadjian era scontato. Anche lui leggeva le notizie della guerra e provava le stesse cose. Anzi, stava per mandare un messaggio agli altri membri del gruppo.

Tankian ha deciso che valena la pena abbassare la guardia per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla guerra. «Non lo sto facendo per me stesso, i System of a Down o per qualcuno della band; lo sto facendo per la nostra gente», dice. «Non è una decisione creativa o di business. Questo è attivismo, e per noi ha la precedenza su tutto».

«Lo possiamo fare solo noi, non ci sono altre grosse rock band armene», dice Malakian. «Non ci sono grandi celebrities armene disposte a fare qualcosa. È un nostro dovere. Siamo tornati insieme perché il nostro Paese ne ha bisogno, non necessariamente perché siamo eccitati di fare una canzone dei System of a Down. La nostra gente aveva bisogno di noi».

Malakian ha inviato agli altri del gruppo Protect the Land, un brano potente che aveva tenuto da parte per il prossimo album del suo gruppo, gli Scars on Broadway. Agli altri dei System è parsa perfetta per raccontare quel che stavano provando. Si apre con un riff di chitarra, Malakian e Tankian armonizzano e ci chiedono cosa faremmo se qualcuno cercasse di cacciarci dalle nostre case. «Resterai e prenderai posizione?», chiedono. «Prenderai in mano le armi? Proteggono la terra». Per rafforzare il messaggio, quando ripetono il ritornello, Malakian muove le mani sul manico della chitarra per simulare il suono delle bombe.

Il chitarrista l’ha scritta un anno e mezzo fa, dopo un’altra canzone dedicata alle tensioni in Artsakh. Si chiamava Lives ed è uscita nel disco del 2018 Dictator. «L’abbiamo usata per raccogliere denaro per mandare kit di primo soccorso in Artsakh, avevo sentito che civili e soldati ne avevano bisogno», dice. «È così che ho pensato al tema di Protect the Land, la gente e i soldati dell’Artsakh erano nei miei pensieri».

L’hanno registrata una settimana dopo il messaggio di Dolmayan e Odadjian ha subito iniziato a lavorare al video in segreto: ha filmato diverse generazioni di discendenti armeni senza dire loro che stava lavorando a un documentario sulla diaspora che li ha sparsi nel mondo dopo il genocidio. «Ho coinvolto gente di tutte le età», dice. «Ci sono bambini, i miei due figli, l’alto sacerdote di Los Angeles, dottori, tassisti e soldati. Ci sono anche riprese dal fronte in Artsakh che fanno vedere cosa sta succedendo. Il messaggio è chiaro: siamo a migliaia di chilometri di distanza, ma siamo con i nostri soldati e supportiamo questa causa, perché siamo armeni». Il video mostra le immagini dei soldati al fronte, e altre immagini proiettate sui volti dei musicisti come succedeva nel video di Toxicity.

Il manager della band era convinto che Protect the Land rendesse bene l’importanza del momento, ma li ha convinti a registrare subito un altro pezzo più duro per accompagnarla. Tre o quattro anni fa, Malakian, Dolmayan e Odadjian si sono incontrati per una jam da cui sono venute fuori diverse canzoni, poi il progetto è saltato perché Tankian non voleva impegnarsi per un album intero. Uno dei brani migliori era Genocidal Humanoidz, scritto da Malakian: è un pezzo veloce, che fa l’occhiolino al punk e parla di combattere il diavolo. Questa volta tutti e quattro i membri hanno accettato di registrarla. “La persecuzione finisce adesso”, canta Malakian a metà pezzo, poi trasforma la chitarra in un fucile e travolge il brano con un vortice di riff black metal. Tankian invece chiede: “Indovina chi viene a cena? I genocidi umanooooooidi”. È un’atmosfera completamente diversa, che richiama l’imprevedibilità spasmodica dei migliori brani della band.

«Quella canzone si accompagna davvero bene a Protect the Land», dice Malakian. «Il testo originale era molto simile a quello che abbiamo registrato. All’inizio diceva: “I terroristi stanno arrivando, non ci fermeremo mai”. La parola “umanoidi” mi è venuta in mente grazie a Bobby “The Brain” Heenan, il manager del wrestling. La usava per parlare del pubblico, per dire quanto fossero idioti. Ho cambiato davvero poco del testo, non è servito molto per adattarlo al messaggio che vogliamo mandare adesso».

Anche se non suonavano tutti assieme in studio da più di dieci anni, le registrazioni sono state rapide e sono andate lisce. Pochi giorni dopo aver deciso di registrare la canzone, i musicisti hanno lavorato all’arrangiamento delle loro parti in remoto – Tankian ha sviluppato le armonie di Protect the Land in Nuova Zelanda, dove vive per parte dell’anno –, poi l’11 ottobre il cantante è arrivato a Los Angeles per incontrare gli altri in studio. Quella settimana hanno chiuso le registrazioni.

«Questa cosa è più grossa di tutti i problemi che abbiamo avuto nei System», dice Odadjian. «Abbiamo messo tutto da parte e ci siamo detti: “Dobbiamo tornare insieme. Se prendiamo parola dopo 15 anni la gente ascolterà”. Sapevamo che il pubblico si sarebbe chiesto come mai eravamo tornati insieme».

Tutti i membri della band temono che l’Azerbaigian, uno stato a maggioranza musulmana, consideri alla stregua di una guerra santa il conflitto con l’Armenia, che è un Paese cristiano. Hanno paura che il conflitto possa degenerare in un altro genocidio. Attirando l’attenzione sulla guerra sperano che i loro fan possano contattare i rappresentanti del loro governo e chiedere loro di intervenire. «Fate sentire la vostra voce e parlate di questa ingiustizia, chiedete sanzioni per Turchia e Azerbaigian», dice Tankian. «I colpevoli devono essere puniti. Non servono soldi o soldati, ma pressione economica su quei Paesi. Solo così faranno un passo indietro, sono aggressori».

I System of a Down sperano anche di inviare aiuti umanitari in Nagorno-Karabakh e in Armenia. «Lo stiamo facendo per la diaspora della comunità armena, ma abbiamo bisogno di aiuto perché i nostri avversari hanno petrolio e gas naturale, e spendono miliardi di dollari nelle forze armate», dice il cantante. «Abbiamo bisogno di aiuti economici per aiutare la nostra gente chiusa nei rifugi antibomba dell’Artsakh, le famiglie con i figli che non vanno a scuola. E c’è anche un’impennata dei contagi di Covid, è spaventoso e pericoloso. È una catastrofe umanitaria che deve essere affrontata».

Foto: Armen Keleshian

Dolmayan è contento di aver rimesso insieme la band per una buona causa, ma dice ai fan di non aspettarsi altra musica o un album. «Se dipendesse da me ne farei uno ogni tre anni», dice. «Ma non è così. Sono alla mercé del mio team, e anche se ci ho provato per anni, ho accettato la situazione per quello che è. Abbiamo cinque dischi e ora due nuove canzoni. Abbiamo avuto una carriera ricca di successi. Se questa è la fine, pazienza».

Tankian, che ha messo da parte l’EP solista Elasticity in programma per l’autunno, non ha intenzione di lavorare a nuova musica, con i System o chiunque altro, fino alla fine del conflitto. «Non riesco a pensare a nient’altro. Né alla mia musica, né a quella dei System. Mi interessa solo la guerra e prego perché cessino il fuoco, così da iniziare i negoziati. È una questione di vita o di morte».

Gli altri della band, però, sono ancora convinti che i System possano tornare insieme in futuro. «Sono orgoglioso di aver fatto questa cosa», dice Odadjian. «Vorrei che potessimo farlo più spesso. Forse queste canzoni ci convinceranno a tentare, forse no. Io sono sempre stato ottimista».

«Mai dire mai», dice Malakian. «Non mi aspettavo queste canzoni. Ero pronto a far uscire il prossimo disco degli Scars. È successo tutto all’improvviso, quindi chissà. Se non registreremo più insieme continuerò per la mia strada e lo stesso faranno gli altri. Ma è stato bello». Più di ogni altra cosa, è felice che i musicisti della band abbiano messo da parte i loro problemi per il bene della loro terra. «Non sono un soldato, ma sono coinvolto. Il mio modo di contribuire sono le canzoni».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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