Sviaggiare col produttore-sciamano Mace per immaginare un altro mainstream | Rolling Stone Italia
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Sviaggiare col produttore-sciamano Mace per immaginare un altro mainstream

È andato con 15 strumentisti nella campagna toscana. Scopo: tenersi alla larga dalla catena di montaggio delle canzoni e fare un disco come negli anni ’70. Il risultato è ‘Māyā’, un album ispirato tra le altre cose dall’uso di sostanze psichedeliche, ma anche «un’esperienza condivisa 24 ore su 24». L’intervista

Sviaggiare col produttore-sciamano Mace per immaginare un altro mainstream

Mace

Foto: Dubitante

Nel desolante panorama di uscite discografiche italiane, dove la tracklist di un disco primo in classifica, Tony Effe, è la quasi fotocopia del secondo in classifica, Kid Yugi, o del futuro numero uno, Baby Gang, e dove featuring, basi, mood e flow hanno differenze quasi impercettibili, più difetti di fabbrica che identità vere e proprie, arriva finalmente l’album di un produttore che ribalta la catena di montaggio del panorama urban dalle fondamenta. Non più dischi confezionati nella fabbrichetta-studio di registrazione con logiche fordiste, bensì fricchettonamente concepiti in una comune in campagna, condividendo tutto, non solo la musica; 15 strumentisti e tantissime voci, ben 28!, con uno spirito chiaro, l’emozione, e uno sciamano mezzo producer e mezzo psicologo a dirigere l’orchestra.

Māyā, terzo progetto di Mace, non è solo un gran disco di raffinato pop contemporaneo, ispirato tanto agli anni ’60 quanto al futuro, ma quasi un manifesto culturale (non dichiarato, come leggerete nell’intervista) contro l’appiattimento del mainstream a facili logiche di mercato e classifica. Ci sono i suoi compagni di strada da sempre, Venerus, Gemitaiz e Joan Thiele, le nuove leve Altea, Centomilacarie e Kid Yugi, big come Mengoni e Guè, tutti trasportati fuori dalla loro comfort zone, in un’universo psichedelico che, lo dice lo stesso Mace, non è facile descrivere a parole. Abbiamo comunque provato a farci raccontare da lui parte di questo viaggio, buona lettura.

Vorrei che mi raccontassi qualcosa della produzione del disco. So solo che sei andato nelle campagne toscane con 15 strumentisti…
Le registrazioni sono avvenute nell’arco di due anni, ma è tutto partito da San Gimignano in Toscana, da uno studio immerso nella campagna dove ho portato i miei più bravi musicisti e qualche artista con cui ho un rapporto intimo come Venerus, Joan Thiele, Gemitaiz, Izi, Frah Quintale e Marco Castello. Ci siamo chiusi lì dieci giorni senza mai uscire, senza aver idee musicali troppo chiare su cosa volessi raggiungere, era lo spirito che mi interessava. Volevo riunire queste persone speciali e far sì che la musica nascesse da un’esperienza condivisa, 24 ore 24. Di solito i dischi urban non si fanno così.

Lo stereotipo classico è quello del produttore nerd chiuso nella sua cameretta che manda file con le basi e riceve file con le voci…
Volevo che la mia musica fosse un’esperienza collettiva, mangiavamo e dormivano nello stesso posto. Avevo come riferimento la musica di fine anni ’60, primi anni ’70 e mi sono chiesto: come facevano i dischi in quel periodo? Perché un disco dei Funkadelic è così speciale, non solo a livello tecnico? Perché da come interagiscono gli strumenti tra di loro si capisce che hanno suonato tanto insieme e oggi questa cosa manca. Lavorando con polistrumentisti – chi suonava il sax o l’arpa, il sitar, il violino – spesso bastava che partissi da un giro d’accordi per sfociare in una jam dove si materializzavano le idee.

Ci sono tante voci, 28, e anche molto diverse tra loro – da Tony Boy a Mengoni – e di età ed esperienze diverse. Come hai lavorato con loro?
Con nessuno ho lavorato a distanza, o sono venuti nello studio in campagna o sono andato io da loro. Quando lavoro su un brano ho già l’idea di chi vorrei coinvolgere e quando faccio sentire a un artista la mia proposta musicale, anche se è molto lontana dalla sua comfort zone, è quasi sempre soddisfatto perché è come se istintivamente riuscissi a trovare il punto di contatto giusto. Magari è capitato che un artista registrasse una strofa di cui non era convinto perché molto lontana da quello che di solito fa, e io riuscissi a convincerlo che ha fatto una cosa bella.

C’e stato un dialogo costante tra te e i cantanti?
Sono mezzo psicologo e mezzo compositore. Mi piace parlare molto con gli artisti prima di registrare, un po’ perché la parte bella del lavoro è conoscersi e un po’ perché quello che ci diciamo influenza il loro lavoro sui testi. Penso a Iako, Rares, Altea. O a Centomilacarie: lui è del 2004, gli piacciono i Led Zeppelin e canta con quella voce roca straordinaria quando i suoi coetanei vogliono solo trappare. L’ho sentito e ho pensato: wow, allora c’è speranza! Uno che cerca un suo percorso, mettendo a nudo le proprie emozioni mentre la maggior parte dei ragazzi vuole solo flexare allo stesso modo, ha tutto il mio rispetto.

C’è qualcuno con cui ti sei sentito particolarmente in sintonia?
Quello che mi ha dato più gioia è stato lavorare con gli emergenti, hanno più entusiasmo degli artisti affermati per cui spesso diventa solo lavoro.

Come raccontavi il tuo progetto a chi volevi lavorasse con te?
Quelli che sono venuti in Toscana sono stati scaraventati nel mio mondo. Anche per artisti già affermati come Izi e Gemitaiz quell’esperienza totalizzante è stata unica, non l’avevano mai fatta. Il 90% delle produzioni che ascoltiamo oggi è registrata in studi asettici, in un mood lavorativo professionale, mentre noi eravamo una comune di amici un po’ fricchettoni che si divertivano a suonare insieme. Se alle 3 di notte avevi un’idea di un giro di chitarra bastava schiacciare rec e si concretizzava. Ne è valsa la pena, è così che voglio fare musica.

Hai avuto voce in capitolo anche nella scrittura dei testi?
No, ma è il mio disco quindi se non mi piace te lo dico. Il fatto di creare una sintonia parlandosi serve: invito sempre a scrivere una cosa che, riascoltata tra cinque anni, ci dovrà ancora piacere, una cosa pensata per rimanere. Non deve essere tutto conscious o filosofico, anche la cosa zarra può essere espressa in modo stiloso. Tony Boy ad esempio scrive in modo pazzesco, è figo nella forma ma anche nel contenuto e quando vuole spacca creando immagini inaspettate.

Foto: Dubitante

Hai portato molti rapper in territori lontani da loro. Penso al funk di Praise the Lord con Gué, Noyz e Tony Boy o Lumière con Ernia e Digital Astro…
Il rap è il genere di maggiore successo in Italia, sarebbe stato facile farlo uguale, ma volevo distinguermi tracciando una nuova via.

Sembra quasi una battaglia culturale, non far appiattire gli artisti sui flow modaioli…
Non è proprio così, cerco l’emozione e l’istinto. Per me è solo quello l’obiettivo. Mi ha molto colpito Izi, che nell’album ha tre strofe diverse: ha fatto un lavoro straordinario per urgenza e impatto.

Ci sono pezzi che ricordano i Beatles (La guerra) o Santana (Ossigeno), ci sono molta Motown, soul, funk e rock americano psichedelico. C’è qualche riferimento italiano?
No, gli unici italiani che ascolto sono Battisti e alcuni dischi di Battiato. In Māyā c’è molto sound design degli anni ’60 con effetti analogici.

Il disco ha un concept più ampio, al di là del suono?
Sì, perché è frutto di una mia esperienza non solo musicale, ma anche spirituale e delle mie escursioni nell’utilizzo di sostanze psichedeliche, di cui oggi grazie alla ricerca accademica si sta iniziando a parlare in maniera approfondita. Non ci sono pezzi che parlano di questo perché non volevo banalizzare la psichedelia, manca ancora un lessico per raccontare una cerimonia di ayahuasca o un viaggio col Bufo Alvarius, che è il rospo, in stati alterati di coscienza. Terence McKenna fa l’esempio dell’uomo delle caverne scaraventato a Times Square che torna nella caverna e deve raccontare cosa ha visto. È difficile, ed è lo stesso per i viaggi psichedelici. Spero che la mia musica, come quel tipo di viaggi, ti conduca altrove e ti faccia viaggiare lontano, emozionandoti visceralmente.

Ti ho visto campeggiare e ballare a festival di musica elettronica più o meno sperimentale come il Terraforma e il C2C. Quanto hanno influito queste esperienze nella tua musica?
Ci vado sempre per sentire musica d’avanguardia. Questo mi aiuta a non uniformarmi, ad avere un faro che illumina regioni inesplorate nella musica mainstream. Sentire gente visionaria mi dà lo stimolo di fare cose diverse.

Cerchi di uscire dalle logiche di mercato stando dentro al mercato?
È quello che provo a fare. Non per paragonarmi al sommo maestro, ma è stato molto illuminante studiare la vita di Morricone: ha sempre fatto pop pur venendo dalla musica sperimentale. Il modo in cui arrangiava le canzoni e poi le colonne sonore sintetizzava quel mondo d’avanguardia in una musica più accessibile. È il mio obiettivo.

Pensi mai «questa è una hit» quando scrivi un pezzo?
Sì, però non sempre ci becco.

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