Suzanne Vega: «Per essere libera non ho mai messo in mostra il mio corpo» | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Suzanne Vega: «Per essere libera non ho mai messo in mostra il mio corpo»

Torna in Italia per tre date e parla del rapporto fra musica e immagine sexy (non la pensa come le nuove popstar), del film sulla scrittrice Carson McCullers, del primo concerto che ha visto in vita sua. «Era Lou Reed, fece finta di bucarsi, non capii subito la sua forza»

Suzanne Vega nel 2022

Foto: Robin Little/Redferns

Antidiva, outsider, songwriter dallo spessore intellettuale, ma anche autrice di due canzoni di grande successo, Luka e Tom’s Diner, che negli anni ’80 la catapultarono nel mondo del pop mainstream, Suzanne Vega sta per tornare in Italia con un tour che farà tappa il 16 luglio al Teatro Capovolto di Trento, il 17 al Castello di San Giusto di Trieste e il 19 alla Casa del Jazz di Roma. Tre concerti che arrivano dopo che la songwriter americana, prima headliner donna a Glastonbury nel 1989, ha dovuto posticipare alcuni concerti in Europa causa Covid.

«Per fortuna ho avuto solo sintomi lievi, ora mi sento un po’ stanca, ma sto bene», confida in collegamento su Zoom prima di condividere qualche riflessione sulla pandemia che da oltre due anni sta costringendo artisti e promoter a uno snervante lavoro di continua riprogrammazione dei live. «Non avevamo mai sperimentato nulla del genere e questo mi ha portato a riflettere su vari aspetti della vita, a vivere un periodo di introspezione durante il quale, però, non ho scritto molto. Ero troppo nervosa; specie all’inizio a New York, come in Italia, c’era un’atmosfera di emergenza che mi rendeva ansiosa e a differenza di altri non ho mai vissuto il lockdown come un momento in cui potermi rilassare e lavorare alle mie canzoni. Sono stata molto preoccupata per un bel po’, ma ora sono contenta di essere tornata a suonare dal vivo».

Che valore hanno per te i concerti?
Ci ho pensato tanto nei mesi scorsi, quando mi sono ritrovata a fare dei live streaming, un paio da casa, uno da un club, e mi sono convinta che no, non c’è niente che possa sostituire le performance dal vivo. Ho iniziato a farne all’età di 16 anni, la mia vita è questa: stare su un palco. Se incido dei dischi è perché scrivo canzoni ed è bello che il pubblico le abbia in versione registrata in modo da poterle ascoltare in qualsiasi momento, ma il mio vero amore è il palcoscenico. Poterlo frequentare di nuovo dopo questa lunga pausa è meraviglioso.

Vai anche a vederne, di concerti?
Ho incominciato tardi, ho iniziato prima come performer e solo a 19 anni ho assistito al mio primo concerto da sotto al palco.

Di chi era?
Lou Reed.

Non male come inizio.
Già! Era alla Columbia University di New York e vederlo fu per me un grande insegnamento. Inizialmente non capivo che cosa stesse facendo, ma poi ho capito e mi è piaciuto moltissimo. E da lì ho cominciato ad andare ad altri concerti, ma mai per vedere cosa facesse questo o quell’artista e magari prendere spunto o imitarlo: sul palco ho sempre voluto essere solo me stessa.

Che cosa non capivi di Reed?
Lo trovavo poco attraente. Era nella sua fase punk-rock, durante Heroin fece finta di bucarsi sul palco e questo non mi piacque per niente. A quei tempi nel mio quartiere la tossicodipendenza da eroina era un problema serio, vivevo a East Harlem ed era pieno di ragazzi che morivano, per cui quel gesto mi sembrò orrendo, disgustoso, così come mi sembrarono orrende le sue canzoni. Ero perplessa. Ma poi ho colto un elemento teatrale in ciò che stava facendo, ho compreso che ci aveva pensato e che aveva messo in piedi quella provocazione per determinare una reazione da parte del pubblico. E ascoltando con attenzione le canzoni, i testi, mi sono resa conto di quanto fossero onesti, aderenti alla realtà, profondamente veri, e tutto ciò alla fine ha fatto la differenza.

In fondo è questo che fanno i grandi artisti: anche quando nel privato si comportano in un modo che non ci piace, regalano alla gente una verità, la loro verità.
Sono d’accordo. E poi nel caso di Reed c’era il lato glam, quella prima volta in cui lo vidi in concerto era il ’79 e in quella fase lui aveva i capelli biondi, si truccava… E questo contrasto mi intrigava: cantava pezzi pieni di verità portando in scena una sorta di personaggio di fantasia. Il che era incredibilmente affascinante, ne fui conquistata e nonostante l’esitazione iniziale non potei più farne a meno: dopo quella volta tornai a vederlo dal vivo diverse altre volte.

Tu hai sempre puntato su un’estetica semplice, acqua e sapone: poco trucco, look sobrio…
Sono segretamente attratta dalle figure un po’ glam ed è qualcosa che ho espresso, per esempio, nella canzone Marlene on the Wall. Nel video di quel brano io rappresento due personaggi: da un lato, una donna semplice, avvolta in un completo dal taglio maschile; dall’altro, una donna con un abito molto femminile, elegante. Anche se forse non era così adatto a trasmettere quello che sto dicendo, ma giuro che ho fatto del mio meglio. Ciò detto, la verità è che ho sempre voluto essere come i miei eroi, come Bob Dylan, come Leonard Cohen. Ho amato molto Cohen, perché nascondeva il suo corpo, aveva un aspetto sobrio, eppure i suoi testi erano estremamente rivelatori. Ho sempre desiderato essere così, come donna: guardami in faccia, non guardarmi il culo, non mi interessa mostrarti il mio corpo, non è così rilevante per me. E dire che quando ero giovane, negli anni ’70, tutti volevano vederlo, il mio corpo, ma per me era talmente stupida questa cosa, pensavo che avrebbe distolto l’attenzione da ciò che ritenevo importante. Così mi sono abituata a non metterlo in mostra, perché volevo essere libera.

Quanta determinazione ci vuole per non cedere a ciò che viene richiesto da quel tipo di sguardo maschile?
A me è venuto naturale, a certe richieste che arrivavano da più parti il mio manager rispondeva che non avrei cambiato immagine per nessuno motivo e… Non si è trattato di fare a meno della mia femminilità, semplicemente ho tracciato una linea da non superare. Il punto era: se mi trovi sexy bene, ma non farò mai la sexy per vendere i miei album.

Adesso sei in tour, ma non hai un album nuovo da promuovere.
In effetti il disco che ho pubblicato più di recente è il live album del 2020 An Evening of New York Songs and Stories, registrato al Café Carlyle a New York.

Però so che c’è un film…
Sì, si tratta dell’adattamento cinematografico della mia pièce teatrale Carson McCullers Talks About Love, one woman show da cui è nato il mio album del 2016 Lover, Beloved: Songs from an Evening with Carson McCullers. È un film indipendente e visto che al momento il mercato cinematografico americano indipendente è piuttosto ristretto, devo ancora trovare una distribuzione. Hanno tutti paura di un flop, per cui davanti a qualsiasi prodotto un minimo sperimentale si tirano indietro. Che posso dire? Spero che un giorno possa essere visto da un pubblico.

Interpreti il ruolo della scrittrice Carson McCullers come nella pièce teatrale?
Esatto, mentre il regista è Michael Tully. Abbiamo lavorato con una crew fantastica e lo abbiamo presentato in anteprima al SXSW lo scorso marzo, da qualche parte dovresti trovare il trailer

Che cosa ti ha spinto a realizzare anche un film su questa scrittrice americana che per te è stata di grande ispirazione, come hai raccontato in più occasioni?
Visto non so se la pièce andrà ancora in scena, mi è venuta voglia di fissarla nel tempo in qualche modo e quando ho confidato a un amico che avevo questa fantasia in testa mi ha detto che ci avrebbe messo volentieri dei soldi, così eccoci qua.

Morta nel 1967, McCullers ha avuto una vita difficile. La sua figura risulta particolarmente attuale, oggi, per il romanzo del 1941 Riflessi in un occhio d’oro, in cui ha affrontato con coraggio, vista l’epoca, il tema dell’omosessualità repressa.
È dai tempi dell’università che studio la sua opera e la sua vita, e sono stati 40 anni di gioia, di passione. Perché era una donna tormentata, ma così brillante e moderna, un’antesignana. Parlò della sua bisessualità anche se era sposata con un uomo, aveva una visione molto ampia dell’umanità e per me è stato un piacere infinito darle voce.

I diritti non sono mai conquistati per sempre, possono sempre essere rimessi in discussione, quest’epoca ce lo sta mostrando ampiamente. Che cosa pensi di quanto accaduto negli Stati Uniti rispetto al diritto all’aborto?
Ultimamente sono profondamente delusa dagli Stati Uniti, dal 2015 a oggi sono successe cose che mai mi sarei immaginata potessero accadere e non so come. Sto provando a capire, tutta una parte di americani sta tentando di capire chi sta facendo in modo che le cose vadano sempre peggio. Chi sta spingendo in questa direzione? Chi sono i nostri vicini di casa? La recente sentenza della Corte Suprema è una tragedia, molte donne soffriranno e ciò che mi spaventa è che a essere contrari all’aborto sono anche persone più giovani di me, individui che non provano alcuna empatia nei confronti delle donne e nemmeno delle donne più povere, per le quali decidere di non fare un figlio può essere una questione di sopravvivenza. È un discorso complesso e del resto non è solo questo che mi ha spezzato il cuore, ci sono anche altre ragioni per cui mi sento così delusa dal mio Paese. Per esempio, com’è possibile che la gente arrivi a usare le pistole per esprimere le proprie emozioni? Perché è questo che sta avvenendo. Dovremmo tutti utilizzare l’arte per esprimere i nostri sentimenti, non le armi, motivo per cui auspico si metta sempre più enfasi sulla cultura, sulla letteratura, sulla musica, sul cinema, sulla pittura, sulla scultura, sulla danza. Le pistole servono a uccidere e basta. So che non me lo hai chiesto, ma ci tenevo a dirlo.

Figurati, mi fa piacere che qualcuno non abbia paura di esporsi su certi argomenti. Aggiungerei che le armi servono a fare le guerre.
Le guerre si sono sempre fatte, anche prima che ci fossero armi e pistole. Ma è per questo che abbiamo la cultura, per sublimare, per trascendere. Purtroppo negli Stati Uniti non si parla di questo, si pensa solo ai soldi, mentre è proprio la priorità che si è data al denaro il problema alla base di tutto.

Il tuo rapporto con l’arte è iniziato dalla poesia, credo perché il tuo padre adottivo era uno scrittore, o sbaglio?
Già, era uno scrittore, ma è importante sapere che suonava anche la chitarra. Aveva una bellissima chitarra acustica e la sera, dopo cena, ci intratteneva con delle canzoni folk e blues, brani di Peter Seeger, ogni tanto di Bob Dylan… Così anche se, come dicevo prima, non andavo ai concerti, avevo lui in casa che suonava ed è stato molto importante per me. La cosa incredibile è che quando ho potuto incontrare il mio padre biologico ho scoperto che era un musicista e che anche i suoi genitori lo erano, mia nonna era una batterista e mio nonno un trombettista. È stato sorprendente scoprirlo, ma al tempo stesso è stato come chiudere un cerchio: alla fine la musica era qualcosa che avevo dentro, che mi scorreva nel sangue.

Però fino a un certo punto la tua aspirazione è stata quella di diventare una ballerina, no?
Vero, ma veniva tutto dall’amore per la musica. Oggi posso dire che lo studio della danza mi ha dato il senso della presenza scenica. Perché quando sali su un palco serve un’intenzione, qualunque cosa tu voglia fare. Quando frequentavo la High School of Performing Arts a Manhattan, c’erano tanti studenti che sul palco si esprimevano in maniera drammatica, alzando la voce eccetera, mentre io ho sempre avuto una natura introspettiva. Però volevo essere vista e lì ho imparato a comunicare con il corpo indipendentemente dal movimento, a trasmettere a una platea che avevo qualcosa da dire anche stando ferma.

Scrivi ancora poesie?
Di continuo. Penso per immagini, per cui ogni volta che scrivo delle mie emozioni, di ciò che provo, il risultato è sempre qualcosa con un ritmo, delle rime, delle figure retoriche. La poesia è il linguaggio più vicino alla mia interiorità.

Chi sono i tuoi poeti preferiti?
T. S. Eliot, amo le atmosfere soft di alcune sue opere, il senso di alienazione che comunica e che sento affine, e mi piace anche perché descrive un mondo antico fatto di cavalli, di lanterne. Poi Sylvia Plath, per il suo linguaggio duro e intransigente. Ed E. E. Cummings, per il suo spirito giocoso e al contempo inclusivo.

E tu cosa cerchi nella scrittura di canzoni?
Uno squarcio di verità. Che di solito trovo riflettendo sui problemi del mondo, sulle difficoltà esistenziali. Mi piacerebbe scrivere anche canzoni più allegre, ma non sono così brava in quello (ride, nda). Oltre a questo amo giocare con il ritmo, con l’allitterazione, e scovare di volta in volta il senso della melodia, ma sempre ricercando un po’ di sorpresa, perché se mentre stai ascoltando un pezzo puoi intuire come si svilupperà significa che non è così interessante.

Sei stufa di cantare Luka e Tom’s Diner dal vivo?
Assolutamente no, non lo sono mai stata. So che ci sono fan che macinano chilometri per venire a sentire quei due brani dal vivo e li canto sempre con tutto il cuore. Tom’s Diner, tra l’altro, rappresenta un momento pieno di gioia alla fine dei miei concerti, quando la canto è come se lo show si trasformasse in una grande festa.

Luka tratta di abusi sui minori: ti aspettavi potesse riscuotere così tanto successo?
Per niente! Per me era una canzone triste, parlava di questo ragazzino abusato dai suoi genitori, la sentivo come la mia canzone alla Lou Reed. Il mio manager, invece, era convinto sarebbe diventata una hit, quando me lo disse risposi «ma figurati!», ma lui replicò che affrontava un tema delicato, ma importante, e che con una produzione pop sarebbe sicuramente piaciuta alle radio. Accettai a patto che non si cambiasse nulla del testo e della melodia, e finì che… Insomma, aveva ragione lui. Il bello è che molti captarono anche di cosa parlava, incluse tante persone che avevano vissuto sulla loro pelle esperienze di abusi, non importa fossero americani, coreani, europei. Divenne un successo mondiale molto rapidamente. All’epoca ero giovane, più di quanto pensassi in quel momento, ma quel successo mi ha regalato la libertà, mi ha permesso di vivere di arte come desideravo e di farlo a modo mio.

Qualche tempo fa hai ri-registrato parte della tua discografia e hai ripubblicato il tutto con la tua etichetta: come mai?
Ho aperto la mia etichetta dopo essere stata scaricata dalla A&M e successivamente dalla Blue Note, e questo nonostante l’album che ho fatto con loro fosse andato bene, tra l’altro. In quel momento mi sono resa conto che avrei fatto molta fatica a recuperare i miei master, che non sarebbe stato possibile, e infatti… Così ho inciso delle versioni acustiche delle canzoni, che ho poi pubblicato anche in vinile con ottimi risultati in termini di vendite: una scelta che mi ha permesso di promuovere i miei pezzi, di licenziarli, di pubblicarli sulle piattaforme guadagnando io per il mio lavoro ed evitando che il profitto derivante dallo stesso vada nelle tasche di altri. Perché è giusto così.

Altre notizie su:  Suzanne Vega