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Suonare nei TaxiWars è come entrare in un negozio di caramelle

Al terzo album, di solito le band entrano in crisi. La regola non si applica ai TaxiWars e Tom Barman, frontman felice e spensierato che il 6 settembre sarà in Italia coi dEUS

«Ciao, come stai? Tutto bene?». È sempre bello intervistare Tom Barman, ti accoglie ogni volta con il tono di chi è felice di fare due chiacchiere. Quando lo chiamo per chiedergli del nuovo disco dei TaxiWars risponde così, in italiano. «Sarà la prossima lingua che imparerò, ora sto studiando portoghese, purtroppo mi sembra difficilissimo», confida proseguendo in inglese, per poi spiegare di avere una casa a Lisbona dove trascorre parte dell’anno, lui che è di Anversa.

‪Il 6 settembre‬ il musicista, cantante e songwriter belga sarà ad Ancona per La Mia Generazione Festival con la sua storica rock band, i dEUS, ma già il giorno dopo la sua mente sarà altrove, visto che ‪il 6 settembre‬ è la data di uscita di Artificial Horizon, terzo album dei TaxiWars, progetto parallelo di Barman così come i Magnus, gruppo con cui si diverte a esplorare il mondo dell’elettronica. Qui, invece, è il jazz il punto di avvio, ma un jazz che si contamina con sonorità e suggestioni diverse. In particolare in Artificial Horizon Barman e soci – Robin Verheyen (sassofono), Nicolas Thys (contrabbasso) e Antoine Pierre (batteria) – sono partiti dall’amore per ‪Archie Shepp e Charles Mingus per confezionare dieci brani impreziositi da groove funk, beat pulsanti e da un’attitudine punk che rende il tutto molto divertente e contagioso. Come contagiosi sono i loro live, lo sa bene chi li ha visti dal vivo quando sono passati dall’Italia due anni fa e a breve ci saranno altre occasioni: il quartetto sarà in tour il 30 ottobre a Savona, il 31 a Terni, l’1 novembre a Pisa, il 2 a Milano, il 3 a Rimini. «Balleremo un sacco!», esclama Tom, 47 anni.‬

Con in testa orizzonti artificiali…
Sai da dove arriva il titolo Artificial Horizon? Sono fan di una serie di documentari tv dedicata ai disastri aerei, si chiama Air Crash Investigation. Ora mi è un po’ passata, ma per qualche strana ragione c’è stato un periodo in cui la guardavo di continuo ed è così che ho scoperto che il gergo che si usa nel campo dell’aviazione è pieno di metafore perfette per descrivere la vita, l’amore, qualsiasi cosa. E dato che mi piace usare parole fuori contesto per parlare di sentimenti ed emozioni, ho pensato di ricorrere a quell’espressione, “artificial horizon”, per l’album.

Con quale accezione?
Nell’aviazione l’orizzonte artificiale è uno strumento che indica al pilota l’assetto dell’aereo, è essenziale di notte e quando c’è poca visibilità e sostanzialmente ti dice se sei al sicuro o se andrai a sbattere. Nel disco dei TaxiWars è una buona metafora per indicare la capacità di orientarci che ci serve per affrontare le trasformazioni della società, quelle insite nei rapporti di coppia, nelle relazioni con gli altri e in noi. Perché anche noi invecchiando cambiamo il modo di vedere la vita: ci sono momenti in cui ci rendiamo conto che alcune certezze che credevamo di avere non sono più tali, altri in cui capiamo che non proviamo più dei desideri e vogliamo altre cose, per cui di fatto dobbiamo man mano ri-orientarci. Magari per conquistare qualche nuovo traguardo, chissà.

Riflessioni dettate dall’età che avanza?
Hanno più a che fare con la sensazione che ci manchi la terra sotto ai piedi, ma sì, anche se non vorrei passasse per un disco sulla crisi di mezza età, credo sia ovvio che chi ha più o meno i miei stessi anni potrà identificarsi in quello che ho detto. Personalmente penso che la mia sia un’età complicata ed è un peccato, perché è anche bellissima.

Rispetto ai precedenti TaxiWars e Fever c’è stata un’evoluzione, le melodie suonano più incisive e centrali nella struttura dei pezzi. Come avete lavorato sui nuovi brani?
Giunti al terzo disco avevamo voglia di provare nuove strade. Rispetto a quando abbiamo cominciato a suonare assieme io e gli altri TaxiWars adesso ci conosciamo molto meglio, siamo stati in tour, abbiamo condiviso tante esperienze e avuto modo di diventare una band a tutti gli effetti. Eravamo pronti per fare un passo avanti e quindi per scambiarci opinioni, concordare su alcuni aspetti e non su altri, discutere, scontrarci, tutte quelle cose che i gruppi fanno quando sono al lavoro su del nuovo materiale. In generale abbiamo sempre puntato sulle abilità di ciascuno; per esempio Robin è un ottimo pianista, ma è straordinario al sassofono, strumento che arricchisce il nostro sound.

Non vivete nella stessa città, tu stai ad Anversa, Robin a New York, Nicolas e Antoine a Bruxelles: come scrivete i pezzi?
Tutto inizia con Robin che scrive delle composizioni che non sono canzoni, non hanno una vera e propria struttura; ne ha scritte 30 o 40 per questo album. Poi sempre lui le suona con Nicolas e Antoine e io, una volta che ho le registrazioni in mano… Ah, questo è un lusso enorme per me, è come entrare in un negozio di caramelle.

Cosa?
A quel punto io mi piazzo in una stanza, mi siedo su una sedia, mi accendo una sigaretta e ascolto tutti i brani dicendo, man mano, “questo sì”, “questo no”, “questo sì”, “questo no”, “questo no”. Ma davvero così! Poi con le composizioni che mi convincono vado in studio e le trasformo in canzoni, scrivendo testi e melodie del cantato, ma anche aggiungendo delle parti e altro ancora. È magnifico! Gli altri TaxiWars arrivano dal jazz, hanno passato la loro vita a perfezionare il modo in cui suonano i loro strumenti sviluppando una tecnica che sinceramente mi fa pisciare addosso per quanto mi intimidisce. Perché io sono un musicista rock, con un background diverso dal loro. Quello che si crea è uno scambio ed è entusiasmante.

Il risultato è un coinvolgente miscuglio di jazz, funk, rock, ma anche hip hop, vedi il singolo Sharp Practice, in cui tra l’altro si sentono delle voci femminili.
Sì, avevo in mente questa canzone di ‪The Roots‬, When The People Cheer, le influenze hip hop e l’uso di due vocalist che si sono unite a noi in studio per incidere il pezzo arrivano da lì. È stato molto divertente, mi è venuta l’idea e via, una decisione presa al volo. Il bello con i TaxiWars è questo, è tutto molto più immediato che con i dEUS, si fa tutto più velocemente, c’è un’estrema freschezza. Senza contare che i tour sono più agili, giriamo in van e io nei TaxiWars non suono la chitarra né altri strumenti, canto e basta, per cui sul palco sono più libero di muovermi, di ballare. Non è meglio, è solo diverso e mi serve, mi rinvigorisce.

Vi rivolgete a un pubblico jazz o rock?
A tutti! C’è un pregiudizio tra chi non ascolta jazz, si pensa sia un genere noioso, ma quello che facciamo noi non è noioso per niente. Anzi, con la nostra musica si balla, chi ci ha visti dal vivo se ne sarà reso conto. Definirei Artificial Horizon un album jazz per chi non ascolta jazz! Dopodiché quando sono sul palco adoro divertirmi con il pubblico, scatenarmi, fare casino, condividere quello che provo e che metto nella musica.

Tra i vostri riferimenti ci sono gli americani ‪Morphine‬, gruppo alternative rock che ci ha ammaliati con i suoi pezzi intrisi di blues in cui il sax giocava un ruolo importante. Il frontman ‪Mark Sandman‬ è morto proprio in Italia, a Palestrina: era il 3 luglio 1999 e si accasciò sul palco durante un concerto per il festival “Nel Nome del Rock”, aveva 46 anni.
Oh, Mark era mio amico, lo conoscevo sin da quando eravamo ragazzini, mi commuovo a pensare a lui, mi provoca ancora reazioni molto forti anche se è morto tanto tempo fa. Era un songwriter eccezionale, scriveva testi con poche parole con cui creava immagini potenti e incisive, mi ha ispirato soprattutto da questo punto di vista. È spesso nei miei pensieri, sarebbe stupendo averlo ancora nella mia vita, ci sentivamo sempre, uscivamo a cena, andavo da lui a Boston e lui veniva a trovarmi in Belgio, è stato anche un po’ un mentore per me, ci legava una bellissima amicizia. Ma a volte la vita va così, questa cazzo di vita.

Già… Certo che sei uno e trino, tra i tuoi side-project ci sono anche i Magnus, in autunno sarai nel nostro Paese con i TaxiWars, ma ‪il 6 settembre‬ hai una data con i dEUS ad Ancona per “La Mia Generazione Festival”.
Vero, è una data del tour per i vent’anni di Ideal Crash, ma è quasi finito e a brevissimo ci metteremo al lavoro sul nuovo album. Sono già passati sette anni dall’ultimo disco, ma i fan dei dEUS possono stare tranquilli, torneremo. In più sto lavorando a un film, il mio secondo lungometraggio (il primo, del 2003, è Any Way the Wind Blows; ndr), ma stavolta non firmerò la regia, solo la sceneggiatura.

Dai l’idea di essere uno che mette passione ed energia in tutto ciò che fa, è sempre stato così o hai avuto qualche momento di crisi?
C’è stato un momento in cui non avevo tutta questa energia, poi ho capito che non c’era motivo di stressarmi così tanto. È stato attorno al 2008, l’anno di Vantage Point: il tour di quel disco mi ha stressato un sacco, ma poi ricordo una specie di clic nella testa che a un certo punto, dopo che abbiamo registrato Keep You Close e ancor più con Following Sea, mi ha spinto a dirmi “ok, Barman, piantala di entrare in ansia e goditi la vita!”. Per cui, sì, per un periodo non ho sorriso molto, ma quel periodo è finito.

Una curiosità che mi venuta leggendo il titolo Artificial Horizon: che ne pensi dell’Intelligenza Artificiale applicata alla musica fino al punto da dar vita a intere composizioni scritte da un algoritmo?
Sono aperto a tutto, un brano può essere bello anche se composto da un computer, ma se si parla di competizione macchina-uomo, beh, quel che posso dire è questo: io non faccio musica solo per gli altri, la faccio innanzitutto per me stesso, per cui anche se un aggeggio tecnologico dovesse battermi in bravura continuerei lo stesso a fare quel che faccio.

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