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«Suonare in streaming è un dovere morale, noi artisti non abbiamo scuse»


Ben Gibbard, frontman dei Death Cab For Cutie, spiega perché i musicisti non possono permettersi di restare in silenzio e riflette su che cosa potrebbe accadere all’industria discografica dopo il coronavirus

Ben Gibbard

Foto: Greg Chow/Shutterstock

Ben Gibbard non usava granché i social media prima della crisi Covid-19. Poi il 17 marzo il cantante e chitarrista dei Death Cab for Cutie ha deciso di fare un tentativo e ha trasmesso in streaming un concerto di un’ora in cui ha suonato canzoni dei Death Cab, dei Postal Service e cover come Fake Plastic Trees dei Radiohead.

La performance ha raccolto più di 200 mila visualizzazioni e Gibbard ha cominciato a farne una al giorno. Ora inaugurerà un format settimanale, ogni giovedì alle 3 del mattino in Italia. Gli show sono a tema, dalle diverse fasi della sua carriera alle cover, e c’è anche una serata dedicata alle richieste del pubblico.

In più, Gibbard raccoglie ogni giorno donazioni per un’associazione diversa. All’inizio ha scelto Aurora Commons di Seattle: «Gestiscono uno spazio sicuro per i senzatetto», dice. «I sex worker che vivono nei motel possono andare lì e mangiare, o lavarsi i vestiti. È importante». Quando la struttura ha chiuso per ragioni di sicurezza, Gibbard ha chiesto ai fan di donare sacchi a pelo e tende per i senzatetto. «Nel giro di tre giorni hanno riempito tre camion», dice. «Le persone hanno voglia di fare. E se non possono permettersi una donazione economica, regalano la tenda da campeggio che hanno in garage e che non usano da anni. Sono coinvolte da una proposta semplice e altruista, si sentono utili».

È stato bello guardarti in streaming ogni giorno. Ricordo un commento: “Mi sento tranquillo per la prima volta in tre mesi”. Credo che usare i social media in questo modo stia aiutando le persone a superare l’emergenza…
È un piacere sentirtelo dire. Sta aiutando anche me. Dà uno scopo alle mie giornate. Non voglio dire che restare a casa ed essere un buon marito o lavorare alla mia musica non sia abbastanza, ma sai, in questi tempi così incerti mi ha fatto bene dal punto di vista della salute mentale. Quando sono le 4 del pomeriggio penso che devo fare qualcosa, che non posso deludere quelle persone, che devo accendere il computer e fare musica.

Sai, per uno della mia generazione fare queste cose dal vivo su internet è sempre un po’ terrificante. Ma l’esplosione di gioia e le sensazioni positive che sono arrivate da tutti quelli che hanno guardato sono state straordinarie. Mi piace pensare che sarebbe stato così in qualunque altro momento, ma verità è che la crisi che stiamo vivendo ci ha costretto a mettere da parte le cazzate, ci ha permesso di capire che stiamo affrontando questa cosa tutti assieme, indipendentemente dalle idee politiche.

La domanda che ci si fa non è più “Come stai?”, a cui si rispondeva con un falso “Bene, grazie”. Adesso la domanda è “Come stai affrontando questa cosa? E la tua famiglia?”. Spero che quando tutto questo sarà finito entreremo in una nuova era di empatia e capiremo che siamo esseri umani imperfetti che vivono le stesse esperienze.

Chi ha avuto l’idea di trasmettere ogni giorno?
Jorlan Kurland, il nostro manager, aveva proposto di fare uno show su internet e io gli ho detto che stavo già pensando di fare qualcosa del genere. Poi, per qualche motivo, ho aggiunto: “Lo farò ogni giorno per due settimane”. Non so perché ho scelto quella frequenza. Ma insomma, adesso ho sicuramente il tempo che serve.

Si è deciso definitivamente quando abbiamo capito che potevamo sfruttare l’idea per fare beneficenza. Gli show sono quasi interamente su richiesta. La settimana scorsa ho fatto un po’ di serate tematiche dedicate alle varie epoche della discografia della band. Sono stato categorico, volevo che ci fosse un elemento di beneficenza, perché credo che le persone nella mia situazione – musicisti che hanno avuto un po’ di successo e che possono aspettare la fine della crisi – hanno un obbligo morale a contribuire in qualche modo. E poi oggi come oggi farlo è incredibilmente semplice.

Non voglio sparlare della cover collettiva di Imagine. Ma se hai investito tutto quel tempo a cantare Imagine, allora puoi fare anche un Q&A in video o altro per raccogliere fondi. Si possono provare tante cose diverse. E sono sicuro che molti lo stanno facendo. Nessuno sta girando videoclip, nessuno sta registrando dischi: siamo tutti a casa.

Potrei dire che non ci sono scuse per non trovare un minimo di un’ora ogni due settimane per esporsi e suonare qualche canzone, fare un Q&A, leggere storie, farsi intervistare dal vivo da qualcuno. Si possono fare tante di quelle cose. Abbiamo capito che, anche se molti sono in difficoltà economiche, se 10 mila persone connesse donano un dollaro, ne raccogliamo 10 mila.

È una grande chance di essere altruisti. In tanti cercano un modo per dare un contributo. Solo non sanno come iniziare o cosa fare.

Chi è nella mia condizione ha anche il vantaggio di avere un pubblico, e un team che li aiuta a mettere a punto le cose. Nel giro di due settimane abbiamo trovato 12 organizzazioni meritevoli d’aiuto. Moltissime persone hanno donato piccole cifre. Non voglio esagerare, ma penso che chi è nella mia situazione abbia l’obbligo morale di aiutare gli altri.

Come strutturi le performance? Hai una memoria straordinaria, ricordi tantissime canzoni…

Beh, devo ammettere che una delle ragioni per cui passerò da uno show quotidiano a uno settimanale è perché passo tutto il giorno a preparare lo spettacolo. E non voglio essere insensibile, ma devo lavorare anche ad altre cose.

Anche se sembra che io sia lì a suonare un’ora di musica senza alcuno sforzo, in realtà passo un sacco di tempo a prepararmi. Il pubblico chiede pezzi che non suono da 16 anni, e non voglio farmi vedere mentre li studio. Ho troppo rispetto per il pubblico per fargli sprecare del tempo.

Che musica ascolti in questo periodo? 

Ascolto molto il nuovo album di Eluvium. Non so se lo conosci, è un compositore ambient di Portland, si chiama Matthew Cooper. Se vuoi iniziare ad ascoltarlo, ti consiglio Talk Amongst the Trees, è uno dei miei album preferiti. È bello come la musica di Brian Eno: sembra che sia trasmessa direttamente dal paradiso.

Ascoltarlo riempie lo spazio intorno a me, mi permette di pensare, leggere, cucinare e tutto il resto senza darmi direttive emotive, diciamo così. Ha senso?

Cosa pensi succederà all’industria discografica dopo il Covid-19?

Se ci fosse un incidente, una fuga di gas che causa un incendio nel ristorante sotto casa, sarebbe una tragedia circoscritta e si potrebbe facilmente alleviare le sofferenze delle persone coinvolte e rimettere in piedi quel posto nel più breve tempo possibile. Ora invece è come se ci fosse una fuga di gas in tantissimi posti diversi nello stesso momento. Le persone soffrono tutte alla stessa maniera. Temo che arriverà una fase in cui dovremo classificare la sofferenza della gente e stabilire delle priorità.

Quando penso alla mia industria, so che gente come me che ha un po’ di soldi in banca può semplicemente aspettare che il momento passi. Ma il tizio che ha un club non può farlo. Così come il tizio che porta gli strumenti o il tecnico della chitarra. Sta succedendo la stessa cosa in tutte le industrie del mondo.

Come puoi immaginare, non sono un fan del presidente Trump, per usare un eufemismo. Quando girava l’idea assurda di riaprire il Paese prima di Pasqua ero furioso, scoraggiato, affranto. E arrabbiato. Adesso Trump sta finalmente iniziando a capire e ad affrontare la cosa, anche se lo fa solo per la sua sopravvivenza politica. A questo punto non mi importa, voglio che se ne vada il prima possibile. Ma se ora ascolta gli esperti solo per salvarsi il culo, posso accontentarmi.

Penso che l’unico modo per superare questa cosa è seguire le indicazioni che persone come il Dr. Fauci ci comunicano ogni giorno. Non possiamo far ripartire l’economia – o le piccole imprese del turismo o quelle che pubblicano dischi – finché non avremo abbattuto la curva e arrivati al punto in cui le persone di tutto il mondo potranno uscire di casa.

Se cediamo all’impazienza finiremo per prolungare questo periodo di isolamento. Vorrei avere un piano strategico per risolvere il problema. Ma sai, l’unica cosa che possiamo fare per superare questo momento è aspettare, non andare da nessuna parte.

Ripeto: le persone nella mia posizione, o addirittura chi esercita un’influenza ancora più grande, hanno l’obbligo morale di fare il possibile per sfruttare il loro ascendente. Non importa se si tratta di pagare l’affitto a un amico o fare questi concerti apparentemente insignificanti che, con mia grande soddisfazione, hanno raccolto parecchio denaro.

Non sappiamo per quanto tempo la gente continuerà ad essere sensibile ai bisogni degli altri. Se la cosa dovesse durare altri due mesi, le persone si impoverirebbero sul serio e potrebbero diventare più egoiste. Per ora sembra che la maggior parte delle persone siano sensibili verso chi soffre. Dobbiamo sfruttare al meglio questa opportunità.

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