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Sum 41 in Italia: «Il rock non è in crisi»

«Se vengono a vederti 40 mila persone vuol dire che la musica che fai non è morta». Cone McCaslin spiega come va il tour che toccherà Milano e spiega perché hanno cancellato il concerto a Parigi dopo una 'esplosione'

Foto: Nathan Dobbelaere (@nateconcertphotography)

«È l’ordine del mondo a essere in declino: non sta girando dalla parte giusta, ed è molto triste». Cone McCaslin, bassista dei Sum 41, spiega così il titolo del loro ultimo album, Order in Decline. È al telefono da Düsseldorf, in Germania, una delle tappe del tour europeo che martedì 28 gennaio porterà la band canadese sul palco del Lorenzini District di Milano.

Il tour sta andando alla grande – «in alcuni Paesi non avevamo mai suonato in posti così grossi» – ma ha subito un’inaspettata battuta d’arresto proprio dopo la data migliore: «L’highlight finora è stato il concerto allo Zenith di Parigi», spiega Cone, «un pubblico meraviglioso, erano tanti anni che non andavamo in Francia, evidentemente ci aspettavano davvero». Dopo il concertone di venerdì 17 gennaio allo Zenith, un posto da 6 mila persone, i Sum 41 avrebbero infatti dovuto suonare uno show più intimo a Les Etoiles, un piccolo locale parigino, replicando la formula del No Personal Space Tour andato in scena negli Stati Uniti lo scorso anno. Ma il concerto è stato annullato proprio per via del mondo in disordine. «C’era una manifestazione piuttosto dura contro il loro Presidente», racconta Cone, «e qualcuno ha lanciato un petardo fuori dal locale. Noi eravamo ancora in hotel, ma i ragazzi della nostra crew erano al lavoro e si sono spaventati parecchio».

Lo show non è stato però cancellato per le proteste col botto, almeno non direttamente: «Il locale non aveva un’uscita di sicurezza, ma solo un ingresso dal quale la gente sarebbe dovuta sia entrare che uscire», spiega il bassista dei Sum 41. «Se fosse successa un’altra cosa simile a quella del petardo, sarebbe stato pericoloso. Non potevamo garantire l’incolumità del pubblico. Annullare un concerto è spiacevole, ma è stata la cosa migliore che potessimo fare per i fan».

 

Foto: Nathan Dobbelaere (@nateconcertphotography)

Tra le canzoni del  disco c’è 45 (A Matter of Time), un pezzo che parla anche di Trump: «L’album non è certo solo sulla politica americana perché abbiamo la fortuna di girare il mondo e vedendo tanti posti ci accorgiamo purtroppo che ci sono divisioni ovunque, e portano a proteste come quella di Parigi. Certo che non ci piace Trump, ma è una situazione diffusa». Meno pesante comunque in Canada, il Paese dei Sum 41 governato dal Primo ministro Justin Trudeau, da molti considerato un modello anti-Trump: «A me piace e la maggior parte dei canadesi è felice. L’unico vero problema che abbiamo dalle parti di Toronto sono le armi, ce ne sono un po’ troppe. Ma rispetto a personaggi come Trump, Trudeau è l’esatto opposto: è un politico che non divide, ma unisce».

I Sum 41 sono in giro da oltre 20 anni. Il loro album d’esordio, All Killer No Filler, li ha catapultati nella primissima fila della scena neo-pop punk dei primi anni 2000 con Blink-182, Fall Out Boy, Good Charlotte e compagnia bella. Ma non sono rimasti perennemente ancorati a melodie scanzonate e ritmi tupa-tupa, anzi, hanno sempre filtrato con altri generi musicali, metal in testa. «Non ho mai vissuto il metal come un guilty pleasure e non ci siamo mai considerati semplicemente un gruppo punk», spiega Cone, «anche se ci piace il punk rock e ci siamo cresciuti, abbiamo sempre fatto quello che volevamo». E guai a tirar fuori la vulgata comune del rock in crisi. «Se così fosse non ci sarebbero così tanti gruppi rock validi impegnati in tour per il mondo e non ci sarebbero neanche concerti rock con 40 mila persone tra il pubblico». Certo che i fan storici dei Sum 41 sono cresciuti con loro, ma non sono gli unici ad andare ai loro concerti: «Vediamo tanti quarantenni che ci seguono dall’inizio, ma ci sono anche tanti ragazzini di 14 anni che ci hanno conosciuto grazie a YouTube, grazie ai social network o grazie a band più giovani che ci citano tra le loro influenze».

Cone e gli altri Sum 41 – Deryck Whibley, Dave Baksh, Tom Thacker e Frank Zummo – amano le chitarre ed escludono categoricamente di farsi sedurre dall’elettronica come è successo ad altri loro colleghi. Per il bassista dei Sum 41, tutto è iniziato a metà anni ’90 con il grunge: «Quando sono esplosi i Nirvana è stato incredibile: era musica potente, ma molto semplice. Tutti possono farlo, mi sono detto: quindi anche io». Cone ha incontrato Dave Grohl la prima volta quando aveva 19 anni, ma non è riuscito a dirgli nulla. Poi si sono ritrovati a condividere gli stessi palchi: «E quando una delle prime volte ho visto che è andato dal mio batterista per parlare di cose da batteristi è stato davvero surreale».

 

Foto: Nathan Dobbelaere (@nateconcertphotography)

Dopo oltre 20 anni di carriera, 7 dischi e una manciata di hit radiofoniche, per i Sum 41 sono remoti i tempi di Fatlip e In Too Deep. A 40 anni, non sono stanchi di suonare questi pezzi adolescenziali? «No, affatto. Mi piacciono ancora, e mi diverto sempre a suonare live le vecchie canzoni, considerata soprattutto la risposta entusiasta del pubblico». Ed è proprio la risposta dei fan a determinare le scalette dei concerti: «Le canzoni cambiano a seconda del Paese in cui suoniamo. È dura fare la scaletta, ma ci sono certi pezzi che in alcuni posti sono più famosi: War, No Reason, Still Waiting… Alcune cose che funzionano negli Stati Uniti non funzionano in Giappone e viceversa. E quando capiamo che un pezzo non gira, il giorno dopo lo togliamo dal live. Poi alcune canzoni crescono anno dopo anno, i fan imparano ad apprezzarle con il passare del tempo». Parafrasando un loro disco, sempre e comunque solo bordate, neanche un riempitivo: All Killer No Filler.

E i fan italiani quali canzoni dei Sum 41 preferiscono? Cone non esita: «Sicuramente le prime cose». E allora questa è un’ottima occasione per tornare sui loro primi passi in Italia: «Mi ricordo quello che forse è stato il nostro primissimo concerto da voi», racconta Cone. «Al Transilvania di Milano, intorno al 2002. Mi hanno dato una bottiglia del loro vino rosso… Vino rosso Transilvania, una cosa che non avevo mai visto: l’ho conservata, ce l’ho ancora anche perché se la bevessi non so che effetti potrebbe avere».

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