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Suede: «Tutta l’arte è autofiction»

E proprio ‘Autofiction’ s’intitola il nuovo album della band. Ne abbiamo parlato con Brett Anderson: lo spirito quasi punk, la narrazione rock fatta di fatica-successo-eccessi-disintegrazione, il ruolo dei fan, i richiami alle origini. E la vita «prevedibile e fragile» di un uomo di 55 anni

Suede

Foto: Dean Chalkley

Con l’uscita del loro nono album in studio, gli Suede tagliano contemporaneamente il traguardo dei trent’anni di vita discografica. The Drowners, il loro primo singolo, arrivò nei negozi nella primavera del 1992, seguito circa un anno più tardi dall’album di debutto. Per Autofiction, disponibile a partire da venerdì 16, la band è tornata ad avvalersi della collaborazione di Ed Buller, produttore di quelle prime, memorabili prove. Definito punk sui materiali stampa e in più di una dichiarazione da parte della stessa band, il nuovo album verrà presentato dal vivo durante una dozzina di appuntamenti nei negozi di dischi inglesi, in programma per i prossimi giorni. Il tour vero e proprio, che al momento non prevede date nel nostro Paese, inizierà invece ai primi di ottobre con due date all’Electric Ballroom di Londra.

«Dopo il concerto dello scorso novembre in un posto grande come l’Alexandra Palace, ci sembrava che un locale dove si possa sentire il sudore nostro e del pubblico fosse più adatto al nostro nuovo disco», ci ha detto Brett Anderson in collegamento dalla sua casa di campagna nel Somerset, rassicurandoci allo stesso tempo sull’intenzione degli Suede di tornare a suonare anche in Italia nei prossimi mesi.

Prima di She Still Leads Me On, il primo brano del nuovo album, si sente il feedback di una chitarra che viene collegata all’amplificatore. È un richiamo alla musica live che per tanto tempo vi e ci è mancata?
Quando fai un disco vuoi che quel disco sia unico. In questo caso volevamo un disco disordinato, spinotti che si collegano, spinotti che si scollegano… Volevamo mettere l’ascoltatore nella stanza con la band. A volte si tende a levigare troppo le cose e a rimuovere troppo le imperfezioni. Volevamo che Autofiction fosse un disco grezzo e punky. Anche il tour sarà così. Molto semplice, solo noi che suoniamo le nostre canzoni. In The Blue Hour c’erano molte orchestrazioni che poi erano anche difficili da rendere dal vivo. Autofiction invece siamo solo noi in una stanza, e anche i nostri concerti saranno un’esperienza live molto primordiale.

Primordiale e disordinato sono aggettivi che ricorrono anche nel materiale stampa con cui presentate il disco, in cui si parla di una band che si mostra nel suo “disordine primordiale”. In che periodo avete lavorato al nuovo album?
Abbiamo iniziato a scrivere appena finito l’album precedente, nel 2018. Il lavoro di scrittura e di prove è proseguito in uno studio di King’s Cross, a Londra. Poi c’è stato il lockdown e ci siamo dovuti fermare, ma siamo andati avanti a scrivere, ciascuno a casa propria. Ci spedivamo il risultato del nostro lavoro e molte delle canzoni sono arrivate durante quel periodo, ma non direi che è il nostro album del lockdown: non mi piacerebbe che nei prossimi dieci anni Autofiction venisse definito l’album del lockdown degli Suede. In realtà è proprio il contrario, perché parla della connessione tra le persone. Se dovessi associare il disco a uno cinque sensi, quello che mi viene in mente è il tatto. I nostri ultimi due album erano molto più cerebrali e complicati, questo invece è grezzo e primordiale.

She Still Leads Me On è dedicata a tua madre e ha un testo molto toccante. Nel tuo memoir Coal Black Mornings racconti che è morta quando eri molto giovane e nella canzone sembra che tu voglia dire che sei ancora in contatto con lei, che la comunicazione tra voi non si è mai interrotta.
Il testo parla proprio di questo. Il messaggio della canzone è che in qualche maniera perversa la morte può darti forza. Volevo scrivere una canzone sulla perdita ma non sul dolore, e questo pezzo parla di come ancora oggi, in qualche modo, mia madre mi guida. Il contatto con le persone che amiamo non si interrompe mai, nemmeno quando loro non ci sono più.

Dopo il primo memoir ne hai pubblicato un secondo: Afternoons with the Blinds Drawn. Nel nuovo album ci sono altri spunti arrivati dai ricordi contenuti in questi due libri?
Sì, molte cose sono riflessioni sulla mia famiglia e sul crescere. E queste vengono soprattutto dal primo libro. Nel secondo invece ho voluto analizzare in maniera quasi clinica le cose che ho vissuto negli anni ’90. Ai tempi ero troppo giovane per capire bene cosa stava succedendo. Io stesso mi ero costruito una maschera, è una cosa impossibile da evitare quando sei un personaggio pubblico. Il titolo dell’album non è casuale. L’autofiction è un genere letterario, metà memoir e metà fiction. In un certo senso tutta l’arte è autofiction. Non esistono opere che sono al 100% verità e non esistono opere al 100% di fantasia: l’arte si colloca sempre da qualche parte in uno spettro che va dalla verità alla fantasia. Mi ha colpito riflettere sul fatto che tutte le canzoni che ho scritto nella nostra carriera sono autofiction, elementi della mia vita che ho stilizzato: stilizzare le cose è nella natura della musica.

Negli ultimi mesi anche altri musicisti della tua generazione, come Bobby Gillespie dei Primal Scream e Jarvis Cocker dei Pulp, hanno pubblicato i loro memoir. Sta per uscire anche quello di Graham Coxon dei Blur. Ne hai letto qualcuno?
No, non li ho letti. Non che io li voglia denigrare, ma onestamente non sono un grande fan delle autobiografie rock, il che apparentemente è in contraddizione con il fatto che io ne ho scritte due. Sono state il mio tentativo di sovvertire un genere che trovo molto prevedibile, con storie che si somigliano tutte: fatica, successo, eccessi, disintegrazione, in quest’ordine. Tutte le vite rock sono un succedersi di queste quattro cose in quest’ordine. Con i miei libri, specie con Coal Black Mornings, ho voluto raccontare quello che accade prima, e mi sono fermato al momento della firma del contratto, nel punto in cui, con poche eccezioni, iniziano la maggior parte delle autobiografie.

Ci sono libri di musicisti che ti sono piaciuti?
Il primo che mi viene in mente è Just Kids di Patti Smith, perché non cade nelle convenzioni di cui dicevo prima. E poi Head-On di Julian Cope per la sua esuberanza e No Irish, No Blacks, No Dogs di John Lydon, perché mi piace John Lydon e leggere il libro è come ascoltare lui che parla.

A proposito di John Lydon, prima hai definito punky il nuovo album. Hai usato questo termine solo per descriverne lo spirito o secondo te è un aggettivo che può riferirsi anche ai suoni?
Non è un album punk: è la versione Suede del punk. Mi riferivo al nostro approccio. È un disco che suona live: abbiamo cercato di convogliare nel disco l’energia dei nostri concerti. Tecnicamente è più post punk che punk, più Siouxsie and The Banshees che Sex Pistols. Ma non è importante inserirlo in un genere. La cosa più importante è che ascoltandolo si ascolta l’identità della band.

Nel novembre del 2020 avete chiesto ai vostri fan di inviarvi delle registrazioni delle loro voci. Le avete poi usate per l’album?
Sì, si possono ascoltare in Personality Disorder e poi anche in That Boy on the Stage. L’idea originaria era quella di portare i fan in studio e registrare i pezzi quasi live, sempre per rendere l’energia dei nostri concerti. Con il Covid non abbiamo potuto farlo, ma chiedere ai fan di inviare le registrazioni delle loro voci è stato il nostro compromesso per far sì che potessero comunque venire inclusi nel disco. Il nostro pubblico è fondamentale per l’esistenza degli Suede: man mano che ci allontaniamo dal mainstream la nostra fan base è sempre più importante per noi. È incredibile il modo in cui seguono la band, il modo in cui sono legati a noi. Ci sono persone che non hanno molti soldi ma spendono tutto per seguirci. Ci sono un senso di comunità e di identità molto forte.

Nella prossima primavera cade il trentennale dell’uscita del vostro primo album. Per il nuovo disco avete scelto lo stesso produttore, Ed Buller. C’è qualcosa di quel periodo che avevate intenzione di recuperare?
In qualche modo abbiamo chiuso un cerchio. Ci sono diversi parallelismi tra Autofiction e il nostro primo album. C’è un’energia simile, ma io per primo non vorrei essere uguale ad allora, non vorrei essere una persona matura che vive la vita di un giovane. La differenza principale è che siamo più vecchi. Sono rimasti la rabbia e l’amore per la musica, ma adesso ho una famiglia e le dinamiche sono diverse. Quando sei giovane e suoni in una band, la band è tutto ed è una parte preponderante della tua identità. Quando si è più vecchi si hanno anche altre cose e non si mette più nella band il 100%delle proprie energie creative. Si trovano l’amore e l’energia anche da altre parti. Quando ero giovane ero molto più spensierato.

Si pensa comunemente che la musica pericolosa venga fatta dai giovani perché hanno menti pericolose e vite pericolose. Ma in realtà quando si invecchia la vita diventa più precaria e più pericolosa, si devono affrontare cose che prima non ne facevano parte. Anche se non voglio fare la vittima e dire «povero me», mi rendo conto che si arriva a un certo punto della propria esistenza in cui la vita è prevedibile e contemporaneamente molto fragile. Arriva la paura della morte. A fine mese ne compio 55, il che significa che ho davanti 20 anni buoni su questa terra: non è molto. Ho un figlio di 10 anni e voglio che la sua vita sia fantastica.

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