Andromeda si trova nel piano interrato di un palazzo residenziale anonimo a Vanchiglia, il quartiere di Torino stretto fra il centro e le acque del Po e della Dora. In questo studio, tra vecchi registratori a nastro ed effetti analogici, sono nati gli ultimi dischi dei Subsonica. A due isolati di distanza c’è la sede del centro sociale Askatasuna, che è stato sgomberato a dicembre. La storia del gruppo si intreccia, del resto, a quella degli ultimi trent’anni della città e dei suoi centri sociali. I Subsonica hanno esplorato i confini della musica italiana, hanno riempito i palazzetti, sono stati a Sanremo e in classifica. Tra alti e bassi, hanno mantenuto la barra dritta e hanno ancora l’ambizione di raccontare il presente senza diventare la macchietta del gruppo di ex giovani.
A un mese dall’uscita dell’undicesimo album Terre rare, che arriverà il 20 marzo alla fine di un percorso di ricerca e sperimentazione che li ha portati fino in Marocco, incontro Max Casacci, Ninja e Samuel ad Andromeda, erede di Casasonica, che negli anni 2000 non è stato solo luogo di creazione artistica, ma spazio di comunità, etichetta discografica e piccolo esperimento del possibile. Siamo qui per parlare del nuovo album, ma anche di cosa vuol dire avere trent’anni come band, come ci si muove in un modo completamente sottosopra mantenendo saldi i propri valori e come festeggeranno l’anniversario tra fine marzo e inizio aprile con la residency alle OGR di Torino, un’esperienza immersiva dove la storia della band diventa materiale per un dialogo attivo con il pubblico.
Dire Terre rare oggi vuol dire parlare di monopoli e gestione delle risorse, ma il titolo evoca anche qualcosa di insolito, quasi un’esplorazione psicogeografica al di là dell’orizzonte.
Samuel: Abbiamo fatto una cosa diversa dal solito. Abbiamo viaggiato. Di solito le nostre esplorazioni sono casalinghe: immaginiamo, ma stando fermi. Una cosa molto torinese, pensa solo a come scriveva i romanzi d’avventura Emilio Salgari. Questa volta ci siamo concessi il lusso di viaggiare.
Ninja: Siamo arrivati a Essaouira, in Marocco, in una fase intermedia del processo creativo, quando avevamo già qualche bozza e abbiamo approfittato delle ispirazioni che venivano dal luogo. Essaouira è la patria della musica gnawa, che troviamo particolarmente intensa, forse perché uno degli elementi fondanti dei Subsonica è il ritmo, la fisicità, il ballo. Ma è un ritmo in qualche modo codificato da un pentagramma o da un software. Arrivati a Essaouira ci siamo resi conto che lì gli schemi a cui siamo abituati saltano.
In che senso?
Ninja: Prima di tutto lì la musica ha una finalità superiore a quella a cui siamo abituati. È una musica di purificazione e guarigione. E non si può codificare con i nostri standard. Il ritmo gnawa è un flusso che ti fa muovere, ti avvolge. A un certo punto alcuni musicisti ci hanno permesso di suonare con loro in una sorta di jam session. Ho provato a suonare la qarqaba e per una frazione di secondo mi sono sentito parte di quell’attitudine. Ritornati qui, abbiamo cercato di recuperare quelle sensazioni e unirle, fare sintesi, come Subsonica.
Qualcosa di quello che sentiamo in Terre rare arriva da lì?
Max Casacci: Alcune take sono quelle di Essaouira, sì, e sono rimaste così, ad esempio Ghibli. Poi Ninja dice così, ma ormai è un suonatore di qarqaba provetto e potrebbe esibirsi tranquillamente allo Gnawa World Music Festival, mentre io e Vicio abbiamo comprato qualche strumento mentre giravamo nella medina e ci suonavamo sopra con le nostre diteggiature (ridono). Poi per fortuna abbiamo incontrato un liutaio del luogo che, con pazienza, ha provato a insegnarci un po’ di cose. Suoniamo da profani, certo, ma ci sono pezzi del disco che hanno preso forma lì, in quel modo. E oltre alle take ci sono anche suoni catturati per strada da me e da Samuel. Detto questo, colloco quella jam session con i musicisti gnawa tra i miei momenti musicali più emozionanti di sempre, come quando con gli Africa Unite mi sono trovato in Giamaica a suonare reggae con Gregory Isaacs, che ci osservava dopo avere aperto il nostro live.
Immagino non sia facile, tra l’altro, arrivare da bianchi a suonare con musicisti del luogo, con tutto il problema del clash culturale…
Max Casacci: In realtà più che un clash culturale è proprio un clash musicale. La gnawa è una musica “longitudinale”, che si sviluppa in varie ore con dinamiche simili alla nostra tarantella e ha una vocazione puramente spirituale. Inoltre, le sue poliritmie lasciano poco spazio a una lettura occidentale. Ci siamo approcciati a quel mondo con delicatezza, cercando di entrare in un flusso sonoro al termine del quale ti trovi sulla soglia di un altro mondo, cioè di un’altra percezione della musica. È stato molto emozionante.
Foto: Ivan Cazzola
Terre rare parla dell’“altro”, del confine, dello straniero. Siete sempre stati molto schierati, ma è come se foste tornati a dire le cose in maniera più diretta.
Samuel: Quando Max, io e Luca Ragagnin (scrittore torinese che da sempre collabora con la band, nda) abbiamo iniziato il lavoro sui testi tutto è venuto in maniera naturale. L’obiettivo è sempre quello di raccontare il presente, quello che è accaduto e che stai vivendo. Una volta era quello che facevamo in prima persona, quando occupavamo l’università dormendoci dentro, ad esempio. Oggi magari vedi che sono i tuoi figli che vanno a occupare… In Terre rare abbiamo potuto raccontare e dire quello che volevamo senza il peso e l’aspettativa di essere un gruppo da classifica.
Vi è mai capitato di farvi questi problemi?
Max Casacci: Veniamo da un mondo in cui se avevi la felpa sbagliata ti contestavano e ti tiravano le cose sul palco. Anche quando siamo andati a Sanremo ci abbiamo pensato molto e lo abbiamo fatto cercando sì di mantenere la nostra identità, ma preparandoci al peggio. Poi, usciti dall’Ariston, paradossalmente abbiamo suonato in tantissimi centri sociali. Anche se non siamo mai stati una band da slogan, ci sono momenti in cui ti interroghi se fare o non fare, dire o non dire certe cose.
E parlando di centri sociali…
Max Casacci: Pensa che in quegli anni i discografici mandavano a suonare nei centri sociali le band che avevano appena messo sotto contratto. L’onda lunga della rivoluzione degli anni ’90 aveva spazzato via l’edonismo e le dinamiche del decennio precedente.
E infatti il circuito dei centri sociali negli anni ’90 è stato il “motore” delle nuove culture italiane.
Max Casacci: Esattamente, e non solo musicali. Potevi scegliere di essere indipendente per davvero perché banalmente esistevano delle alternative.
Samuel: Si creavano delle professionalità. Molte persone hanno iniziato dai canali rotti dei mixer dei centri sociali e ora fanno tour mondiali. E poi c’era la gente: buttavi fuori un disco e avevi già un tour pronto in tutto il Paese. Ecco perché questi luoghi sono una ricchezza per la società e questa esperienza ha portato solo cose buone.
Max Casacci: Si tratta di luoghi che, per noi e per molte persone che sono cresciute insieme a noi, hanno dato la possibilità, creato condizioni per far succedere delle cose. Davano accesso alla cultura, stimolo alla creazione… È un legame forte, questo, perché non è solo la nostra storia, ma è la storia degli anni ’90, un decennio contraddistinto da una inedita gratuità di base: generosità, restituzione, cura. E questa cosa un po’ si è persa.
Oltre a questo, c’era anche la possibilità di entrare in contatto con altre musiche. Scoprire i Subsonica negli anni ’90 voleva dire scoprire un mondo di suoni diversi che si incontravano e col senno di poi era anche grazie al circuito dei centri sociali. Penso soprattutto al lavoro sui ritmi.
Ninja: Da lì transitavano realtà artistiche sperimentali e stravaganti, che potevano girare in modo sostenibile proprio perché si rispondeva a logiche diverse. In quelle serate sono entrato in contatto con band, dj, situazioni che ci hanno parecchio influenzati.
Samuel: Anche perché in quel periodo storico era finita l’armonia della grande crescita economica degli anni ’80. La reazione è stata una liberazione del corpo. Banalmente, ci si incontrava ballando, ci si parlava ballando sotto al palco. Quando nasci in un contesto del genere, quel dna ce l’hai dentro. Anche adesso, dopo trent’anni, quando iniziamo a scrivere canzoni, le immaginiamo live. Per noi il massimo risultato è vedere la totalità delle persone che ballano ai nostri concerti. Non che ci guardano, non che cantano, non che ci filmano. E devo dire che è una cosa che le persone più giovani che vengono a vederci notano subito perché i concerti di oggi sono legati alla canzone, nei nostri conta il movimento.
I Subsonica nel 1996. Foto: Stefano Giovannini
I Subsonica hanno intrattenuto tre generazioni di spettatori. Come vi rapportate ai più giovani che vi conoscono grazie ai genitori?
Max Casacci: Non so se rispondo esattamente alla domanda, ma ho sentito l’attività nostra, di gruppo, negli ultimi dieci anni come un po’ smarrita. Come se fossimo persi in una dimensione parallela. Oggi invece ho la percezione che il mondo sia cambiato. Non abbiamo mai provato ad andare incontro a un nuovo pubblico, anche perché è il modo migliore per tenere lontano da te i più giovani: non funziona mai. Questo perché chi viene dopo di noi deve avere la sua musica, i suoi protagonisti, i suoi spazi e le sue poetiche. Poi possono trovare ispirazione in qualcosa che si è detto o fatto in passato, naturalmente. Per come si sta configurando il mondo, e parlo di quello che sta combinando la Gen Z in Marocco, in Thailandia, in Sri Lanka, in Iran, in Georgia, ribellandosi a una condizione di oppressione, hanno già vinto: si stanno ribellando a cinque settantenni di merda che stanno incendiando il pianeta. Per questo, e torno all’inizio della risposta, rispetto a dieci anni fa la situazione per noi è diversa.
In che modo?
Max Casacci: Noi pensiamo che Terre rare andrà molto bene perché i parametri del suo successo li abbiamo decisi noi. Non possono essere parametri quantitativi, non possiamo rimanere legati in questo momento alla compulsione da streaming. Molte persone ci consigliavano di fare pezzi più corti, di mettere tutte le hit all’inizio e il brano più strano alla fine, ma non avrebbe avuto senso snaturarsi per essere più competitivi, più performanti. L’unica cosa che possiamo fare è essere fedeli alla nostra identità, che abbiamo mantenuto con fatica.
Anche perché non solo siete in giro da trent’anni, ma siete in giro da trent’anni praticamente con la stessa formazione avendo cambiato solo il bassista (da Pierfunk a Vicio, nda).
Samuel: Siamo in odore di Guinness dei Primati!
Com’è arrivare ai trent’anni in questo modo?
Samuel: Siamo cresciuti insieme, abbiamo imparato l’uno dall’altro, poi a un certo punto ognuno di noi ha pensato di poterlo fare meglio, poi magari no, ma non abbiamo mai pensato che questa esperienza potesse non esistere. È la catena che ci ha tenuti uniti nella burrasca. Oggi ci guardiamo e vediamo delle persone con le quali abbiamo sì discusso, ma con cui abbiamo affrontato la vita. Quando sei sul palco, ti giri e vedi gli altri, capisci il motivo per cui sei lì. E le differenze e le divisioni che ci sono state amplificano questa sensazione. Credo che lo si vedrà ai concerti.
Ninja: Stare in una band ti mette alla prova, anche in senso positivo, ci si stimola a vicenda per portarci fuori dalle nostre zone di comfort.
Max Casacci: La solidità di questo legame non arriva dalle affinità, che possono cambiare nel tempo, ma dalla fragilità. Quando inizi a suonare, la musica è spesso un buon rifugio per il disadattatamento: nasciamo tutti con dei pezzi mancanti. Dopo trent’anni, la macchina Subsonica protegge le nostre fragilità. Il segreto di questa stabilità sta nell’incastro di cose che a ognuno di noi mancano e che in qualche modo vengono compensate dalle caratteristiche degli altri.
Questo anniversario sarà festeggiato con una residency di quattro date alle OGR di Torino, con un allestimento particolare e una mostra che ripercorre la vostra storia. Il che simbolicamente riassume molto bene due aspetti dei Subsonica: da un lato la spinta controculturale, dall’altro il fatto che la band è molto associata a Torino.
Samuel: Torino è il luogo che ha permesso a cinque persone come noi di incontrarsi e credo abbia in qualche modo fatto sì che le cose andassero esattamente in questo modo. Cercheremo di raccontare questo percorso, questo immaginario. E se ci pensi, le OGR hanno proprio quel richiamo della Torino degli anni ’90 coi mattoni, il ferro, i pezzi di metallo che escono fuori… sono le cose da cui arriviamo noi. Torino è una città che fa fatica a raccontarsi, questo è vero, ma poi a un certo punto tutta questa ricchezza viene fuori in maniera esplosiva.
Max Casacci: Torino è il posto che ci ha permesso di crescere ascoltando un determinato tipo di musica, con un certo tipo di attitudine. Credo sia la città più underground d’Italia e anche se per sua definizione l’underground non è sempre visibile, penso che chi ha vent’anni a Torino oggi possa avere la stessa percezione che avevamo noi ai tempi e cioè di vivere in una dimensione particolare, una bolla in cui sembra quasi strano fare cose “normali”. Questa sensazione continua ad alimentare la nostra curiosità personale e artistica. Il trentennale ci ha dato lo stimolo e la voglia di guardare alla nostra storia, che è anche la storia che abbiamo condiviso con questa città. Se non fossimo di Torino sarebbe stata un’altra storia, o non ci sarebbe stata affatto una storia… La complessità, l’urgenza, la capacità di complicarsi la vita, che tra l’altro fa parte del dna culturale della città, le sentiamo nostre. Anche se non stiamo parlando di un posto facile da amare, si tratta di un posto con cui ho un legame molto forte che non ha a che fare con una immagine della città da cartolina.
Ninja: In questi quattro concerti vorremmo mostrare le diverse anime e sfaccettature del nostro viaggio. Il primo album lo suoneremo con gli strumenti con cui lo abbiamo registrato. Tutto questo poi sarà accompagnato da un percorso visivo a cui le persone intorno a noi stanno lavorando da mesi, se non da anni. Anche in questo caso si tratta di un modo per immergersi nelle varie prospettive dei Subsonica lungo gli anni.
Max Casacci: Avevamo tutta la strumentazione originale a prendere polvere da anni, dal registratore con cui abbiamo fatto la prima demo ai vecchi amplificatori. Li tiriamo fuori e li suoniamo.
Foto: Ivan Cazzola
Stiamo facendo questa intervista a due isolati da Askatasuna e a pochi giorni dalla grande manifestazione del 31 gennaio.
Max Casacci: La manifestazione e quanto ne è seguito hanno dato vita a tre filoni di lettura o per meglio dire auto-narrazioni che hanno invaso lo spazio mediatico, senza mai però sfiorare il vero senso di quella giornata. La prima, quella della destra di governo, si è concentrata nel denunciare ogni partecipante, associazione, realtà presente come responsabile di qualsiasi disordine, violenza, devastazione. Insomma, se non ve ne state a casa, siete fomentatori di tensione, collusi con i teppisti o martellatori di poliziotti. Vale forse la pena di osservare come lo sgombero di Askatasuna e la successiva militarizzazione di quell’isolato, oggi, non coincidano esattamente con l’assenza di tensioni, cosa che chi abita nel quartiere può ben testimoniare. Con un certo fastidio.
Le altre due narrazioni?
Max Casacci: Una è quella di una parte di mondo moderato che da sempre mal tollera occupazioni, spazi auto-organizzati, luoghi del dissenso e che probabilmente ritiene che lo spazio ideale della politica si esaurisca tra pratiche amministrative, norme e riforme. Un mondo a vocazione legalitaria e securitaria, sostanzialmente incapace di riconoscere e misurare il perimetro del vuoto che l’assenza di vera politica ha generato in questi decenni. Vuoto sociale, vuoto di riferimenti, vuoto individuale, vuoto di luoghi, smarrimento. Quel tipo di vuoto che la narrazione di estrema destra non è in grado di colmare, ma che è perfettamente capace di invadere e capitalizzare. Quel tipo di vuoto che molti spazi autogestiti invece hanno affrontato e affrontano in molti quartieri e tra tante desolazioni. La narrazione di questa parte politica col ditino alzato è stata mediamente quella di bollare le decine di migliaia di persone in piazza di ingenuità, se non di pura incoscienza. L’ultimo tipo di narrazione è sostenuta da chi vede nel conflitto per il conflitto l’unica forma di attivismo degno di questo nome e che probabilmente non ritiene possibile una vera militanza se non tra i bagliori catartici delle fiamme di un cassonetto. In questo caso, a mio avviso, l’errore di lettura è stato quello di cercare di annoverare tra le proprie fila i numerosi manifestanti che invece, apertamente, non si sono riconosciuti in quella modalità e ne hanno in tanti modi preso le distanze. La realtà della manifestazione che ho visto dice un’altra cosa.
E cioè?
Max Casacci: Giovani animati dallo stesso spirito che sta scuotendo mezzo mondo, con la stessa spinta alla trasformazione che in molti Paesi ha già ribaltato governi corrotti o sta sfidando regimi. Ragazze e ragazzi che avevano voglia di partecipare, in primo luogo per la difesa di spazi di cui spesso sono fruitrici e fruitori, contro la minaccia repressiva degli sgomberi, ma che contemporaneamente stanno formando una base di consapevolezza e di senso di partecipazione che sarà fondamentale nei prossimi anni. È stata una grande occasione per guardare il futuro negli occhi, un esercizio che nessuna di queste tre narrazioni fa.
Samuel: Aggiungo che quegli spazi sono nati e cresciuti come risposta a un periodo oscuro per il nostro Paese, in cui le persone – e a Torino lo sappiamo bene – lavoravano in fabbrica o stavano a casa o si distruggevano con l’eroina. Quei luoghi hanno dato la possibilità alle comunità di rifiorire creando tantissimo e dando un orizzonte alternativo. Ora stiamo tornando esattamente al punto di partenza e ci troviamo a desiderare che chi non ha vissuto quel periodo possa viverlo. Si spera quindi che quegli spazi possano rinascere. È un augurio per il futuro.
