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Stromae contiene moltitudini

Successo e farmaci l'hanno mandato in burnout. Lui s'è ripreso anche scrivendo 'Multitude', un disco che parla di solitudine, fragilità e rabbia mescolando identità e suoni di tutto il mondo. L'intervista

Foto: Michael Ferire

In un momento di guerra come quello che stiamo vivendo, Multitude, il nuovo album di Stromae uscito oggi, porta con sé la forza di una musica che guarda alla pace. L’attesa è durata otto anni, un lungo periodo che dopo il successo mondiale del singolo Alors on Danse, dall’album Cheese del 2010, e di Racine Carrée, disco del 2013 comprendente hit come Papaoutai, Formidable e Tous les mêmes, ha visto la popstar belga in difficoltà. Si è parlato di burnout provocato dai troppi impegni, tra tutti un tour di oltre 250 date in più di 25 Paesi. Lo stesso Stromae, al secolo Paul Van Haver, ha spiegato di avere dovuto affrontare una crisi depressiva, ansia e attacchi di panico causati anche da effetti avversi del trattamento antimalaria cui si era sottoposto per andare a suonare in Africa: «Ho avuto delle allucinazioni, pensavo di essere diventato matto, mi hanno diagnosticato uno scompenso fisico, avrei potuto fare una cazzata, non ero più in me».

È crollato, ma si è rialzato in piedi e Multitude è il frutto di questo percorso a ostacoli: un disco che indaga la solitudine, la fragilità, la rabbia, la frustrazione, in bilico tra emotività e toni caustici, ma in cui sin dalla prima traccia intitolata non a caso Invaincu (“Imbattuto”) è evidente la volontà di cantare anche la forza interiore che tutti possiamo sfoderare di fronte alle difficoltà e in sostanza la gioia che la vita può regalare quando ci apriamo agli altri nel segno dell’inclusione e di un’empatia autentica.

«Il titolo si riferisce alla moltitudine di personaggi che interpreto nei brani, mettermi nei panni di figure diverse per raccontare le loro storie, oltre alla mia, è da sempre la mia passione», dice il 36enne in videochiamata su Zoom. Mentre parla – siamo a metà febbraio 2022 – il conflitto in Ucraina non è ancora esploso, è la pandemia a riempire le pagine dei giornali, ma poco conta: il suo immaginario era ed è quello di un ragazzo oggi adulto che ha perso il padre nel genocidio del Ruanda, cresciuto con la madre fiamminga in una Bruxelles non scevra da razzismo, con nelle orecchie l’hip hop e la rumba congolese, Cesária Évora e Papa Wemba, dichiaratamente convinto che il multiculturalismo sia un tesoro da preservare e diffondere. Anche attraverso la musica: «La parola Multitude rimanda anche alla molteplicità di influenze musicali che ho inserito nel disco con l’obiettivo di creare una miscela tra pop e world music. Questo giusto per dare un’idea, perché non credo che l’espressione world music abbia più senso ormai: la verità è che viviamo un’epoca in cui il pop è in se stesso world music».

Con Multitude Stromae prosegue, dunque, sul terreno della contaminazione già esplorato nei due album precedenti, ma smorzando i synth da EDM e puntando su uno spettro sonoro intrigante e più esteso, conducendo l’ascoltatore in un viaggio attraverso i continenti, arricchendo la combinazione di cantautorato alla Jacques Brel, rap, dance ed esotismi vari che lo ha reso famoso con violini cinesi, percussioni del sud-est asiatico, un coro di voci bulgare, cornamuse, trombe, flauti, clarinetti, un charango andino, un oboe turco chiamato zurna e tanto altro, fino a coinvolgere l’intera Belgian National Orchestra in più brani.

«Volevo ottenere un mix inaspettato, dare vita a intrecci sorprendenti, per esempio accostando l’erhu cinese a due corde a un ritmo afrobeat, un clavicembalo a un balafon. In francese si dice brouiller les pistes, si tratta di confondere le tracce. Qualcosa che nel mio caso ha a che vedere con la voglia di sperimentare e con il desiderio di lanciare un messaggio a favore di quella cultura inclusiva che per me è da sempre così importante. Ricordo che da bambino adoravo le campagne pubblicitarie di Benetton che riunivano ragazzi di ogni nazionalità e provenienza, mi piaceva così tanto vedere tutti i colori della pelle uniti in un’immagine (le foto erano di Oliviero Toscani, nda). Era una rappresentazione del mondo che mi metteva di buonumore e che mi rispecchia tuttora. Perché non è nemmeno una rappresentazione, il mondo è effettivamente così, multicolore».

Con uno spirito da globetrotter, memore dei viaggi compiuti con la madre in Bolivia, Perù, Mali, Messico, Stromae tratteggia di fatto un inno al dialogo tra i popoli a colpi di note. Alla base, un lavoro portato avanti in team. «Se vuoi mettere insieme così tante influenze non puoi fare tutto da solo, rischi di ridurre ogni gesto a un’imitazione», osserva prima di raccontare di aver realizzato i provini di un brano dell’album, La solassitude, registrando il suono dell’erhu al computer, con GarageBand, ma di aver poi dovuto constatare assieme al fratello Luc Van Haven, suo stretto collaboratore, «che risultava cheap, scadente, che ci serviva un vero musicista, uno come Guo Gan, già scelto da Hans Zimmer per la colonna sonora di Kung Fu Panda 3, non poteva andarmi meglio».

Allo stesso modo, Santé è nata da «una fascinazione per il groove della cumbia, in particolare la cumbia elettronica messicana e quella di DJ Alex, argentino: mi attraeva quel ritmo leggermente in levare, ci ho lavorato su con il produttore britannico Moon Willis a partire da un riff di un altro argentino, Juanpaio Toch». Alla fine la canzone è diventata il singolo di lancio del disco, quello con cui lo scorso autunno Stromae si è ripresentato al mondo.

Non che nella fase in cui si era allontanato dai riflettori si fosse mai fermato completamente: oltre a occuparsi di moda con la sua linea di capi unisex Mosaert, come si chiama il marchio creativo fondato con la moglie Coralie Barbier e il fratello Luc, ha inciso Arabesque con i Coldplay e La pluie con il rapper francese Orelsan (che in Multitude co-firma il testo di Bonne journée); in più ha messo a frutto gli studi di cinema collaborando con Billie Eilish e Dua Lipa per i video di Hostage e IDGAF.

Tornando su Santé, afferma: «L’idea iniziale era di scrivere una party song che anziché trattare di feste, incontri e sbronze come accade solitamente in quel genere di canzoni, affrontasse un tema serio come quello del lavoro, omaggiando in particolare tutte quelle persone che lavorano la notte o in orari assurdi, costrette a turni faticosi mentre gli altri si divertono. Gente di tutti i tipi, non soltanto poveri, anche medici, piloti… E Rosa, la mia donna delle pulizie, la canzone è affiorata pensando a lei». L’argomento lo riguarda da vicino ed è molto attuale. «Ho letto di studi che mostrano che oggi lavoriamo molto più che in passato. Mi pare evidente, visto che viviamo attaccati al cellulare. È il motivo per cui purtroppo si sente sempre più stesso parlare di burnout ed è il motivo per cui serve ristabilire un equilibrio, cosa che personalmente ho fatto cambiando i miei ritmi. All’epoca di Racine carrée pensavo che lavorare senza pause stimolasse la creatività, ora non ci credo più, così per Multitude mi sono imposto di stare in studio dalle 9 alle 17 e di godermi il tempo libero. A volte essere creativi spinge a credersi speciali, invece è fondamentale condurre un’esistenza il più possibile normale e trattare il proprio lavoro come qualunque altro».

Ascoltandolo viene da pensare che c’è anche questo elemento di umiltà nella sua musica: non è questione di impegno sociale, ciò che Stromae trasforma in canzoni è piuttosto uno sguardo su se stesso e sugli altri in grado di cogliere quella comune dimensione umana fatta di alti e bassi, di cadute e rinascite, di gioie e dolori tutti da vivere e sputare fuori, tutti da condividere perché nell’isolamento non si cresce mai. Non stupisce che in L’enfer, il singolo presentato per la prima volta in prime time su TF1 lo scorso 10 gennaio, il cantante confessi esplicitamente di avere avuto pensieri suicidi e di vergognarsene: la sua è una poetica che invita all’onestà e al superamento dei tabù con un afflato universale.

Realizzato con la complicità di Bruno Letort, compositore e direttore del festival Ars Musica, L’enfer è anche il brano che ha dato il la a Multitude. «L’ho buttato giù nel 2017, ricordo che avevo vicino mia moglie, nel vedermi scrivere era felice, era una delle prime volte dopo molto tempo. Temevo di non trovare più l’ispirazione, lei e le persone a me più care lo sapevano, ma dentro di me non mi sono mai arreso e adesso so che non avrei mai potuto vivere senza musica. Avevo solo bisogno di concedermi una vita normale per poter raccontare delle nuove storie da una prospettiva inedita. Diventare padre mi ha aiutato: la prima volta che mio figlio, che adesso ha 3 anni, mi ha chiesto di mettere su Papaoutai in macchina ero sorpreso, mi è sembrato strano, ma al tempo stesso ho provato una gioia incredibile».

“Ti ho dato la vita, tu hai salvato la mia”, canta Stromae a proposito di paternità in C’est que du bonheur. “Vedrai, è solo felicità, vedrai, è gioia, ci sono pannolini e odori, ci sono vomiti, cacca, e poi tutto il resto”. Così, nudo e crudo, ma non senza umorismo. Guardando al vecchio repertorio, un linguaggio già utilizzato in Pipi au lit, del 2014. Dopodiché qui e altrove Multitude mette in scena la dualità dell’essere umano: Stromae ama giocarci dando voce ai personaggi più disparati come un caratterista, vedi la già citata La Solassitude, il cui protagonista è un donnaiolo che non sta bene né da single né in coppia, Déclaration, dove l’avvertimento è che non si nasce misogini, ma chiunque può diventarlo, o Fils de joie, sulla vicenda del figlio di una prostituta narrata dal punto di vista del figlio medesimo e da quello di un magnaccia. «Quel pezzo l’ho composto dopo aver visto un programma tv in cui c’era un ragazzino che parlava della mamma prostituta, ero talmente toccato che un giorno ho preso un sample da Bridgerton, la serie di Netflix, e mi sono messo a scrivere. Volevo sottolineare che di fronte a una prostituta tutti hanno un’opinione, ma lei? A lei qualcuno chiede qualcosa? Qualche settimana fa abbiamo girato il video a Bruxelles, probabilmente il più costoso che abbia mai realizzato, lo dedicheremo alle prostitute proponendo una giornata che le celebri: è stata un’idea di Coralie che ho accolto con entusiasmo».

In fondo quello dell’artista belga, dal vivo in Italia il 20 luglio 2022 per il Milano Summer Festival e il 16 maggio 2023 al Palazzo dello Sport di Roma, è un mondo di contrasti: in queste sue nuove canzoni si avverte una buona dose di malinconia, ma è una malinconia perlopiù stemperata da un sound arioso, da melodie contagiose, e che in alcuni episodi si fonde con un’ironia che sfocia a tratti nel sarcasmo. È il caso di Riez, dove ai sogni di chi può permettersi di sognare si affiancano quelli di chi questa chance neppure ce l’ha, e di Mauvaise journée, cronaca di una giornata storta su un ritmo boliviano. «Lì suona il charango Alfredo Coca. Visto che parlo di quei giorni in cui vedi tutto nero, ho voluto compensare con Bonne journée, perché la vita è così, c’è il lato negativo e c’è quello positivo. Le ho scritte in contemporanea, come guardandomi allo specchio. La cosa buffa è che già durante le prove del tour mi sono reso conto che alla fine il pezzo che amo di più cantare live è comunque Mauvaise journée: adoro ballare su quel ritmo».

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