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Storia di ‘Zero’, il capolavoro che ha quasi annientato i Bluvertigo

L’album di ‘Sono = sono’ è stato un grande progetto di digitalizzazione della musica. Doveva essere un successo. Ha messo il gruppo in crisi

Bluvertigo

Foto: press

David Richards si presentò alle 23, alticcio. I Bluvertigo erano in studio a Montreux per lavorare al mix dell’album Zero ed erano felici di collaborare con il fonico di David Bowie e dei Queen. Richards chiese d’ascoltare la canzone che dava il titolo all’album. Lui, che sosteneva di avere mixato Ordinary World dei Duran Duran con una radio portatile, alzò il volume al massimo. «Il rumore era sconvolgente», ricorda Andy. Le vibrazioni fecero cadere un pannello del soffitto dello studio. Richards si girò verso i Bluvertigo e sentenziò seraficamente: «Too much 20 hertz».

Zero del 1999 è il capolavoro che ha quasi annientato i Bluvertigo. Nell’idearlo e registrarlo, la band ha investito lavoro e denaro, inseguendo con determinazione un’idea di musica sperimentale e assieme pop. Morgan era guidato da un’idea matta e ambiziosa: scrivere un album di canzoni che rispondevano ognuna a un diverso principio costitutivo e usare le migliori tecnologie disponibili in quel momento di passaggio fra analogico e digitale. «Più che ambizione», precisa lui, «era una sfida, un divertimento».

Metallo non metallo del 1997 contiene le canzoni più celebri del gruppo, da Fuori dal tempo a Altre F.D.V., ma ha un sound datato. Vent’anni dopo la pubblicazione, Zero (ovvero la famosa nevicata dell’85) suona ancora benissimo. «È l’album in cui abbiamo messo a fuoco il concetto stesso dei Bluvertigo, è stato il nostro apice», afferma il batterista Sergio Carnevale. «Metallo non metallo è il disco della svolta, ma contiene alcuni errori tecnici. Zero no. Zero suona da paura». L’album rappresenta un’evoluzione anche a livello di scrittura, nota Morgan. «Mi ero finalmente affrancato dai temi adolescenziali e avevo scritto testi maturi nello stile che ho poi radicalizzato nelle Canzoni dell’appartamento».


Zero è frutto della fantasia di Morgan.«Supportavamo le sue idee, aveva una marcia in più», ricorda il tastierista e sassofonista Andy. In quel periodo, il cantante frequentava il corso di semiotica di Umberto Eco all’Università di Bologna. «Tutte le settimane prendevo il treno Milano-Bologna con la mia Smemoranda per seguire le lezioni del professor Douglas Hofstadter. È da lì che è venuta fuori l’idea che sta alla base di Zero: ogni canzone doveva essere un mondo chiuso e doveva essere realizzata in base a un principio costitutivo». Veniva dalla musica classica l’idea di ragionare sulla forma, tenendosi lontani dall’idea tipica del rock populista dell’epoca che prediligeva istinto e urgenza. «Regole, metodo e intenzioni dovevano essere stabiliti a priori. Potevano essere infrante, l’importante era sapere che c’erano. Nella canzone Zero, ad esempio, tutti i suoni dovevano essere generati da zero, senza alcun preset. I suoni della canzone sono stati perciò creati processando il segnale elettrico. A un certo punto la canzone prende un’altra deriva e arrivano i Bluvertigo. La regola è stata disonorata».

Essendo la crisi un processo, anche la canzone omonima doveva evolversi attraverso vari piani sonori, fra cui un impressionante muro sonoro digitalizzato. «Quando sento La crisi mi chiedo ancora adesso come abbiamo fatto», dice il chitarrista Livio Magnini. Per Lo psicopatico, i Bluvertigo passarono una giornata a generare rumori con gli strumenti, ad esempio avvicinando uno dei primi telefonini ai pick-up delle chitarre. «Ricampionammo tutto e assegnammo una nota a ogni rumore. A quel punto, ci mettemmo a suonare i rumori che avevamo registrato». Come spiega Carnevale, «anche i pezzi minori di Zero sono affascinanti».

Una delle idee consisteva nel tradurre l’immagine della grande nevicata citata nel sottotitolo dell’album, che nel gennaio del 1985 aveva fermato Milano per alcuni giorni, in una sorta di gelo digitale che i musicisti avrebbero steso sul sound. «Eliminammo ogni riverbero» spiega il chitarrista «per non dare l’impressione che la musica provenisse da un ambiente, da uno spazio preciso. Cercammo un suono straniante, glaciale e prepotente. È la magia del disco».

Se Metallo non metallo aveva rappresentato l’occasione di sperimentare con strumenti d’altri tempi, Zero segnava il passaggio, come dice Andy, dal potenziometro al mouse. «Non siamo mai stati grandi businessmen. Al posto di comprare un trilocale a Berlino, acquistammo computer e hard disk. Era stato eccitante far passare un sintetizzatore attraverso un vecchio amplificatore Vox AC30, ora però ci affascinavano i sintetizzatori simulati in digitale. Era un linguaggio appena nato, un approccio nuovo. Tutto quello che suonavamo veniva digitalizzato». Investire tutto il budget in macchine e non in session in sala d’incisione era stata un’idea di Morgan: «Pensavo che gli strumenti, almeno, ci sarebbero rimasti. Ed erano costosissimi: spendemmo tanto, forse 300 milioni di lire». Il business del disco era ancora florido e la Sony pagò ai Bluvertigo un cospicuo anticipo. Di solito, le band ne usavano una parte per registrare l’album e mettevano a budget il resto, in vista di altri progetti.  I Bluvertigo spesero tutto.


La pre-produzione fu fatta in uno studio approntato nel seminterrato della casa dei genitori di Morgan, a Monza. «Zero è pieno di editing», spiega il cantante. «Improvvisavamo tantissimo, anche per tre ore di fila. Io, poi, mi mettevo in cuffia ed editavo il materiale. Quel che è stato pubblicato non c’entra nulla con quel che è stato suonato. Zero non è una composizione, è una scomposizione. È un disco tutto montato, pensato, cerebrale». Magnini rammenta lo «studio incessante che abbiamo fatto per nove mesi, senza mai una pausa». Gli hard disk, ricorda Andy, «contenevano pochi giga, sembravano astronavi e costavano un sacco di soldi».

Il gruppo portò le registrazioni a Fabrizio Intra della Sony. Pur essendo un discografico illuminato – così lo definisce Morgan – Intra era preoccupato. Zero gli sembrava un album difficile. «Aspetta», gli disse il cantante, «manca ancora un pezzo, potrebbe essere il singolo». Gli fece ascoltare una canzone ancora più bizzarra delle altre intitolata Numero e basata sull’arrangiamento per archi scritto dal compositore contemporaneo Carlo Carcano. «Fabrizio buttò gli occhiali violentemente sulla scrivania senza dire altro. Era allibito».

La band andò al Mountain Studio di Montreux per il gusto di fare il mix dove aveva lavorato Bowie. Lì trovarono i preset di Brian Eno a cui erano ancora abbinati i titoli delle canzoni dell’album Outside. «A un certo punto», ricorda Morgan, «andammo un paio di giorni a Londra a svagarci, lasciando a David Richards il compito di mixare la nostra versione di Always Crashing in the Same Car di Bowie. Era stato lui a mixare l’originale. Richards la fece sentire al telefono a Bowie che gli chiese di alzare la parte vocale acuta. E quindi il nostro pezzo ha quel mix per un intervento di David Bowie… al telefono».

In Svizzera i quattro ricevettero la visita di Franco Battiato. Doveva registrare due sole frasi in Sovrappensiero e Punto di non arrivo. «Venne a Montreux per non fare nulla, praticamente, ma io volevo che l’album finisse con la sua voce che diceva: “dove sono arrivato”», ricorda Morgan. «Franco detestava la cultura e il cibo americano. Per principio, non aveva mai assaggiato il ketchup. Un giorno stavamo mangiando delle patatine fritte. Ne prese una col ketchup e la mise in bocca. Il viso s’illuminò come quello di un bambino: ‘“Ragazzi, è meraviglioso”». Il disco fu masterizzato da Mike Marsh, che aveva lavorato con Depeche Mode, Chemical Brothers, Einstürzende Neubauten. Ricorda Magnini che Marsh mise su la prima traccia, si girò e disse: «this is a killer record».


Zero fu portato in giro per l’Italia in un tour nei palazzetti chiamato Digital Low Live. «La spesa era tale che l’azienda produttrice non se la sentì di certificare il sistema per la paura che s’impiantasse», ricorda Andy. «Butch Vig fece qualcosa di simile con i Garbage, ma solo l’anno dopo». Carnevale ricorda che il gruppo approntò due sistemi: «Se si fosse impiantato uno, avremo usato quello di riserva. Spendemmo 180 milioni di lire. La tecnologia evolveva velocemente. Nel giro di sei, sette anni, quei sistemi non valevano più niente, erano stati sostituti da cose meno costose e più potenti».

Nel bel mezzo del concerto, sul palco non era udibile alcun suono. Ogni cosa era comandata da un software, non c’erano amplificatori, i musicisti utilizzavano in-ear monitor e sentivano le reazioni del pubblico tramite microfoni panoramici. È il tipo di concerto di cui resta traccia nell’esibizione per il programma del 2000 di MTV Sonic. «Sembra talmente perfetto che uno può pensare che sia in playback», commenta Morgan. «E invece non c’è niente che non sia suonato. Era un’idea avveniristica, un cambio di concezione del lavoro del fonico, del backliner, del musicista. Ed era tutto automatizzato e controllabile. Niente effetti Larsen: potevamo sparare volumi allucinanti perché non c’era il palco che suonava. A livello sonoro, quel tour era cattiveria assoluta».

«Ci esibivamo dal vivo, ma la gente sentiva questo suono perfetto, che sembrava riprodotto e non suonato, ed era confusa, non capiva, non era soddisfatta», ricorda Magnini. La seconda parte del giro, chiamata Electric Live Tour, fu perciò organizzata in modo più tradizionale nei club, usando solo strumenti pre-1977. I concerti dell’estate successiva, chiamati 3 PM Live, erano una sintesi dei due approcci. «E furono forse i migliori», secondo Carnevale.

Presentato come momento conclusivo di una trilogia chimica iniziata col debutto del 1995 Acidi e basi e proseguita con Metallo non metallo del 1997, Zero uscì nell’ottobre 1999 preceduto da grandi aspettative. Metallo non metallo aveva venduto 120.000 copie. La Sony sperava di venderne 250.000 di Zero e invece il disco andò peggio del precedente. Secondo Morgan, «Zero non è stato capito né dal pubblico, né dalla critica. La Sony pensava di avere a che fare con un disco normale e non con un album difficile, e sbagliò a non fare uscire Zero come primo singolo. La prima uscita ha venduto solo 70 mila copie – che poi non erano neanche male, oggi equivarrebbero a 70 milioni di visualizzazioni. Per la casa discografica era un tale disonore che non ci fu consegnato il disco d’oro che ci spettava».

Come se non bastasse, all’epoca era diffusa tra critici e appassionati di rock l’idea che toccare una corda di chitarra forse un gesto autentico e che suonare una tastiera non lo fosse. «Stiamo parlando di una generazione di capelloni che ha passato intere serate a parlare di valvole e microfonacci e di che cosa significa essere alternativi. E che poi ha fatto dischi incisi malissimo», taglia corto Andy. «Ricordo benissimo la stampa», commenta Magnini, «scrivevano che eravamo spocchiosi, che non conoscevamo limiti, che ci davamo delle arie». Era il momento del post grunge. «E della musica dub», aggiunge Carnevale. «O facevi i Nirvana o facevi i Massive Attack». Canzoni come Fuori dal tempo a Altre F.D.V. avevano spinto molti ad associare i Bluvertigo a una sorta di revival degli anni ’80. «Ma c’era molto di più nella nostra musica, dai King Crimson degli anni ’70 ai Nine Inch Nails degli anni ’90, ma anche i Pink Floyd o i Talking Heads nel groove di Pornomusic. Eravamo completamente fuori dagli schemi e dai trend che andavano in quel periodo. Eravamo trasversali».


Il testo di una canzone di Zero diceva: “Finché saprai spiegarti ti seguiranno”. «Forse non ci siamo spiegati bene», dice ridendo Sergio Carnevale. Il relativo insuccesso del disco fu l’inizio della stasi che ha portato al congelamento del gruppo, racconta Andy col senno di poi. «La cosa fu effettivamente demoralizzante», ammette Magnini. «In più, in Sony non c’era più aria di rivoluzione, ma di conformismo. C’era di mezzo una fusione, nessuno voleva rischiare. Questo malessere si è insinuato nelle crepe del gruppo». I quattro avevano già deciso di fermarsi per un paio d’anni. Si sarebbero ritrovati, ma non avrebbero più inciso un nuovo album. «Per me non fu una delusione vendere 70 mila copie», dice invece Morgan. «Non cerco conferme da parte del pubblico, le cose le faccio perché mi piace farle. Devo essere fedele alla mia urgenza creativa e sento che con Zero ho fatto il mio primo, vero disco interessante. L’assenzio e Comequando sono quasi delle appendici del progetto. Anzi, considero Comequando il vero singolo di Zero».

Fino a pochi mesi fa Morgan conservava i master dell’album e gli hard disk contenenti le session di registrazione, le improvvisazioni, i provini, insomma il materiale grezzo da cui è nato il disco. Zero, assicurano i musicisti, è solo la punta dell’iceberg. C’è almeno un altro disco composto da inediti che potrebbe essere assemblato. Morgan meditava di rieditare l’album nel 2019, per il ventennale, con l’aggiunta di almeno due canzoni nuove, improvvisazioni, versioni alternative, mix diversi. «Conservavo tutto nella casa da cui mi hanno sfrattato. Hanno sequestrato il contenuto, come se fossero stoviglie. L’hanno portato non so dove. Tutto quel lavoro è stato spazzato via da un distruttore mascherato da legge».

Da qualche parte, in un deposito del tribunale di Monza, c’è un disco inedito dei Bluvertigo. Da qualche parte, a Berlino, c’è il trilocale che la band non ha mai comprato.

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