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Storia di Regina Richards, la pop star che persino la madre scambiava per Madonna

Ha un timbro vocale simile alla Ciccone. Ha fatto i cori nei suoi dischi. Ha scritto per lei. Qui racconta la sua vita: da hitmaker anni '80 a «Brill Building ambulante» fino al ritiro dalle scene

Regina Richards nel 1986

Foto: Paul Natkin/Wire Image

Il mondo del pop è molto strano: spesso ci si ricorda dei vecchi successi solo perché gli artisti che li hanno interpretati sono ancora in giro, magari vendendo più immagine che sostanza. Se invece una cosiddetta one hit wonder decide di sparire dalle scene, ecco l’oblio.

È il caso di Madonna e Regina Richards, due artiste accumunate dalla stessa passione, che da minorenni sognano il loro big time, si sbattono nelle medesime bettole, hanno lo stesso produttore, collaborano, ottengono il successo in modo diverso ma quasi speculare. Regina piazzerà due singoli rispettivamente in top 10 e in top 20, scrivendo una hit come Baby Love che racchiude in quei pochi minuti tutta un’era di cambiamenti, quelli di metà anni ’80 che oggi ci portiamo ancora appresso, per poi ritirarsi.

In questo periodo Madonna sta tirando le somme della sua carriera. Abbiamo allora deciso di contattare Regina per farci dire la sua versione di un periodo storico forse unico, in un’intervista esclusiva.

Inizierei l’intervista, approfittando dell’anniversario che cade proprio quest’anno, per parlare del tuo album del 1991 che non ha mai visto la luce, Best Kept Secret, di cui abbiamo avuto un assaggio con il potente singolo del 1988 Extraordinary Love. Era un gioiello di dance pop digitale che ha avuto un certo successo: perché non è uscito l’album intero? Era troppo sperimentale per l’Atlantic Records?
In qualche modo sì, l’album era un po’ sperimentale per l’Atlantic. Credo che volessero restare legati al mercato della dance. Io invece scrivevo quello che sentivo. La vita non è una formula.

Il tuo primo grande successo è stato Baby Love del 1986. All’inizio era destinata a Madonna. Tu hai scritto la canzone con Stephen Bray, uno suoi dei più importanti produttori. Puoi raccontarci la genesi di questo debutto?
Stephen è venuto da me con un pezzo su cui lui e Mary Kessler avevano iniziato a lavorare. L’idea era di cederlo a qualche altro artista. Non avevo intenzione di pubblicarlo. L’ho fatto sentire a etichette e editori che mi conoscevano poiché avevo già registrato come Regina Richards and The Red Hot. Molti erano interessati al pezzo. In qualche modo, sono stata costretta a cantarlo io. E così ho ottenuto il contratto con l’Atlantic e il mio pensionamento anticipato.

Madonna sta scrivendo il suo film autobiografico. Le vostre strade possono essere definite parallele che si incrociano. All’inizio degli anni ’80 avevi una tua band, Regina Richards and the Red Hot, facevate new wave, alla batteria c’era Stephen Bray, che più tardi entrerà negli Emmy and The Emmies, la prima band di Madonna. Anche loro suonavano new wave e bazzicavano gli stessi circoli di New York… Solo una coincidenza?
Stephen Bray aveva lavorato sia con me sia con Madonna registrando e facendo concerti. Quindi sì, è una specie di coincidenza. È quello che accadeva nella scena di New York da alcuni anni. Sono nata a New York e sono entrata presto nella scena musicale, cercando di farmi passare per diciottenne così da entrare nei club e vedere band come i New York Dolls, che adoro. Ho incontrato Stephen anni dopo al famigerato Music Building sulla 8th Ave nel vecchio Garment District. Avevo una sala prove lì, sembra che la avessero tutti. Un giorno mi ha presentato Madonna. Era interessata a fare una demo. I Red Hot avevano allestito un piccolo studio di registrazione nel loft per aiutarsi a pagare l’affitto. E Madonna era tra gli artisti con cui abbiamo lavorato.

La differenza era che all’epoca tu avevi un grosso contratto con A&M e lei no. I Red Hot erano nelle mani del produttore delle Go-Go’s, Richard Gottehrer, era quindi roba seria. E grazie a questa esperienza tu e Bray avete aiutato Madonna a confezionare i suoi demo. Possiamo dire che Regina è una parte sostanziale della biografia di Madonna se non una componente fondamentale del suo successo?
Ho formato la mia band nel 1977. Avevo un demo di quattro delle mie canzoni che usavo per trovare musicisti con cui formare il gruppo. Li ho trovati velocemente. Il nostro primo concerto è stato un lunedì sera al Max’s Kansas City. Tommy Dean, il proprietario, ha invitato Richard a vederci sulla base delle demo. Ero così eccitata perché Richard aveva prodotto gruppi femminili negli anni ’60 e aveva registrato con i Blondie. Sono cresciuta ascoltando i gruppi femminili, Beatles, Rolling Stones, Beach Boys e le cose della Motown, che hanno avuto una grande influenza su di me. Sono stata onorata quando mi ha chiamato più tardi quella settimana con l’intenzione di farmi registrare. Avevamo un contratto con la A&M Records inglese. Madonna non aveva ancora ottenuto niente in tal senso. Sono stata felice di aiutarla in ogni modo possibile. Abbiamo registrato il demo che ha suonato per Seymour Stein (che all’epoca era in ospedale) e le cose hanno iniziato a muoversi. Sì, ho cantato tutte le sue background e scritto le armonie. Spero che mi consideri una componente positiva del suo inizio carriera. Suonavamo molto insieme, facevamo delle jam. Si dice che là fuori ci siano filmati di noi che suonavamo le chitarre.

A questo proposito, quando Baby Love è uscito molti hanno subito pensato che fosse un disco di Madonna. Anche tua madre. La tua voce aveva caratteristiche simili a quella della Ciccone, ma non tutti sapevano che la voce nelle demo pilota di Madonna era la tua. In un certo senso sembrerebbe che tu, come autrice e cantante sin da prima di Madonna, le abbia insegnato alcuni trucchi del mestiere e l’abbia aiutata a sviluppare il suo stile. Alla fine è lei che è venuta da te e Bray, non il contrario. È vero o è solo un’impressione?
Sì, quando è uscita Baby Love alcuni pensavano che fosse cantata da Madonna. Non volevo che ciò accadesse, dato che ero un’artista affermata a pieno titolo. Ma ricorda, tutto questo è iniziato come una demo in cerca di pubblicazione, non come qualcuno che cerca di clonare Madonna. Eravamo, e siamo tuttora, artiste molto diverse. È venuta a molti dei miei concerti e quando finalmente ne ha fatti alcuni lei, io l’ho sostenuta e sono andata ai suoi: non c’è niente di male in questo.

La tua voce è più potente di quella di Madonna e la tua immagine era molto personale. Questo avrebbe già dovuto fugare ogni dubbio sull’unicità della tua proposta: perché molti si sono fermati alle apparenze? E quali erano le tue influenze e i tuoi miti vocali all’epoca?
Quando ero nei Red Hot, la mia immagine era rock’n’roll piuttosto pura, ma con un tocco punk. Volevo essere conosciuta per le mie canzoni. Volevo essere Elvis, Beatles, Supremes, Ronettes e Bruce Springsteen tutti in uno. E tutte queste persone erano cantanti potenti. Le mie influenze nel canto sono state – di nuovo – le ragazze e i gruppi femminili degli anni ’60 e tutti quelli menzionati sopra.

Comunque non c’è dubbio che all’epoca circolassero molte idee, quindi era difficile dire da dove partisse uno stile. Tu e Cyndi Lauper uscivate insieme quando lei aveva la sua band, Blue Angel, e usavate acconciature e look molto simili, che alla fine si possono trovare anche in Madonna. Anche la musica aveva un filo conduttore tra tutte voi ragazze, ricordo anche Stacey Q. Forse la fama di tutte voi è stata il risultato di un lavoro collettivo, principalmente inconscio?
Le persone con cui lavoravo dal punto di vista del management pensavano che avrei dovuto avere “quel qualcosa in più” per competere con gli altri artisti. Ho pensato: perché non provarci? Ho iniziato a lavorare con uno stilista di nome Patrick Lucas, recentemente scomparso: era un mio caro amico. Veniva fuori da Cyndi Lauper e cercava lavoro. L’ho conosciuto tramite il management. Abbiamo buttato giù idee e Patrick ha finalmente inventato il “Regina hairstyle” che ha finito per richiedere molto tempo nella sua creazione. Penso che Cyndi avesse l’aspetto più selvaggio di tutti. Io ero molto più docile, anche dal punto di vista del trucco. A quel tempo Madonna era molto diversa da noi, ma aveva comunque un’immagine forte.

Quando hai lasciato la band hai deciso di concentrarti principalmente sulla scrittura. Perché? La storia dimostra che avevi i numeri per rimanere in cima come solista: anche dopo il successo di Baby Love e di Extraordinary Love nell’88 hai continuato a scrivere per altri, come i giapponesi JG’s con una canzone sensazionale come Innocent. Eppure avresti potuto continuare a proporre te stessa, perché non l’hai fatto?
Può sembrare strano, ma non sono così a mio agio sul palco. Come Carly Simon: è stato estremamente stressante per me. È sempre un momento di incertezza. Piaccio al pubblico? Gli piacciono le mie canzoni? La musica veniva sempre al primo posto. Scrivere per altri artisti mi faceva sentire molto più me stessa. Ho scritto per Kenny Rogers, Boz Scaggs, Peter Cetera, ecc. Sentivo le loro voci cantare una canzone nel momento stesso in cui la scrivevo. Un giorno, David Johansen dei New York Dolls mi ha chiesto di scrivere qualcosa per lui. Stavo correndo per strada per andarlo a prendere mentre usciva per un concerto. Agitavo la cassetta in una mano e il foglio delle parole nell’altra. David ha detto: «eccola che arriva, il Brill Building ambulante!». Si tratta di un edificio storico a New York in cui hanno scritto tanti tra gli scrittori che ammiravo. Questo mi ha reso incredibilmente felice.

Nel tuo primo album ci sono anche canzoni pensate per essere incluse nel primo disco di Madonna, come Love Time. In un certo senso, hai fatto la storia del pop mondiale dalle retrovie, probabilmente è meglio che essere in prima linea: la tua scelta di campo è stata forse dettata da questo?
L’unica canzone del mio album Curiosity che è stata sottoposta a Madonna per inciderla è Love Time, che ho scritto con Stephen Bray. Le è piaciuta molto e non ho idea del perché non l’abbia registrata. Mi piacerebbe ascoltarne la sua cover. Madonna una volta mi ha detto che la sua canzone preferita tra quelle che ho scritto è Oh Boy. L’ha sentita in uno dei miei spettacoli coi Red Hot. Sarebbe bello se un giorno ricevessi una sua chiamata per dirmi che l’ha registrata.

Ci sono alcune canzoni inedite del periodo di Bray che tieni nel cassetto pronte per essere tirate fuori? Penso che molti impazzirebbero ad ascoltarle, rappresentano un documento importante per la svolta dalla musica dance alla musica “per tutti”. Quando stavi componendo quelle canzoni eri consapevole di star facendo la tua parte nel cambiare le sorti della musica pop?
Sì, Stephen ed io abbiamo altre canzoni negli archivi. Chissà quando potrebbero venire in superficie. Per quanto riguarda le mie canzoni e la svolta di cui parli, penso siano diventate note come dance/crossover. Stephen è un genio in questo. Può trasformare una canzone in qualcosa che tutti vogliono sentire e sono onorata di lavorare con lui.

A mio avviso, il tuo primo e unico album da solista, Curiosity, è una pietra miliare della dance anni ’80: puoi dirmi com’è stato lavorare su questo disco?
Curiosity è stato sostanzialmente registrato da me nel mio studio casalingo. Quei demo erano la linea guida e sono stati poi ri-registrati in studi professionali dove sono state fatte aggiunte dai produttori e/o da vari musicisti. Baby Love è l’unica eccezione, poiché è stata prodotta da Stephen prima dell’uscita dell’album.

Suoni e produci tutto da sola. Qual è il tuo rapporto con la tecnologia e i sintetizzatori? Perché all’inizio sei nata come chitarrista ma poi ti occupi anche di sequencer, tastiere e diavolerie sintetiche…
Ho iniziato a registrare a casa su una macchina a 4 tracce molto piccola e basica. Avevo una tastiera e una batteria elettronica che chiamavo la scatola nera. Vorrei averla ancora! Da quando avevo circa 5 anni sono in grado di suonare la chitarra. Non ho mai avuto un pianoforte, ma ho imparato a suonare anche la batteria da autodidatta. Quando ho iniziato a scrivere, ho sentito che tutte le parti strumentali e l’armonia erano come una mia seconda natura. Questo mi rendeva facile buttare giù le tracce. Suonavo batteria, linea di basso, tastiere, ecc. Adoravo lavorare con la mia band. Erano la mia famiglia. Ma quando ho iniziato a scrivere solo per altri, è stato più facile fare da sola una demo di tutto quanto. Sono passata a più tastiere, campionatori, un 8 tracce e un registratore a bobine. È stato un sacco di lavoro, ma dopo un po’ ho preso il ritmo. Ho sempre suonato la chitarra ritmica nella mia band e scrivevo e suonavo una parte solista qua e là. Era ancora considerato un metodo vecchio stile tutto sommato.

Quando è uscito il tuo ultimo disco?
il mio ultimo singolo Track You Down è stato  pubblicato nel 1990.

Non pensi che, riguardo questo, i nuovi talenti hyperpop come Charli XCX o il nuovo pop di Billie Eilish debbano molto all’eredità che hai lasciato?
Siamo tutti ispirati da coloro che ci hanno preceduto e forse anche da quelli dopo di noi. Ci diamo una mano tutti a vicenda. Tutti quelli che scrivono musica sono ispirati.

Hai mai pensato a un ritorno in grande stile? Forse è il momento giusto…
Ho cresciuto quattro figli negli ultimi anni e sono stata un po’ fuori dal giro. Al momento, cerco di pubblicare canzoni che non sono ancora state ascoltate. Sto anche lavorando a un libro sulla mia vita, ci sono dentro molte persone interessanti. Sto pensando anche di fare radio a un certo punto – mi è sempre piaciuto. Sono estremamente grata alla mia vita musicale.

Ci farai anche il regalo di stampare finalmente Best Kept Secret in vinile?
Sì, mi piacerebbe farlo.

Sei ancora in contatto con Bray e Madonna?
Non vedo Madonna da anni, ma Stephen ed io siamo ancora in contatto.

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