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Steven Malcolm rappa nel nome del Signore

Negli Stati Uniti esiste una cosa chiamata christian rap. Malcolm, ad esempio, sognava di fare lo spacciatore, poi ha assistito a una messa hip hop. Ora "spacco il culo al microfono e salvo anime"

Steven Malcolm

Foto press

Steven Malcolm è in missione per conto di Dio. Questo trentunenne americano, che per aspetto e sound è assolutamente in linea con tutti gli altri suoi colleghi rapper americani di oggi, in realtà nasconde quello che lui stesso definisce una sorta di superpotere: la religione. Il suo sottogenere, infatti, è il cosiddetto christian rap, cosa che si evince abbastanza facilmente dando una scorsa alla tracklist del suo ultimo album Tree, appena uscito anche in Europa. Si va da Heavenly Father (Padre celeste) a Demons (demoni), da Jah Ah De King (Dio è il re) a Glory on Me (La gloria discende su di me), e via declinando il tema in tutte le sue sfumature.

«Il christian rap è ancora considerato un sottogenere della christian music, quasi nessuno se lo fila nella scena hip hop», spiega Malcolm ridendo. «Neanche i professionisti. Per farti un esempio stupido, la mia vocal coach è la stessa di Drake, quindi è molto ben inserita nell’ambiente: quando ho iniziato a lavorare con lei, non sapeva neanche che il christian rap esistesse».

Comprensibile, visto che quando pensiamo alla musica cristiana è più facile identificarla con il gospel e il country – o con i canti di chiesa stonati accompagnati da chitarre scordate, nel caso dell’esperienza italiana. In realtà, dice il diretto interessato, essere un christian rapper non vuol dire rinunciare ad essere se stessi, o incarnare uno stile particolare. «Anche se sono un uomo devoto non mi sognerei mai di non imprecare quando parlo o rappo, ad esempio, perché io sono fatto così, non riesco a trattenermi. E anche quando sono con i miei vecchi amici del quartiere, non passo il tempo a fare la predica agli altri o a cercare di convertirli. Quando parlo con un altro rapper, la religione per loro passa in secondo piano: ciò che conta per i colleghi è che io sia uno vero, autentico». Tra i colleghi in questione ci sono anche Snoop Dogg e Shaggy, entrambi ospiti dell’album Tree, rispettivamente nel singolo Summertime e nel remix di Fuego.

Cresciuto a Grand Rapids, Michigan, ha avuto un’adolescenza abbastanza travagliata. Il padre, un cittadino giamaicano, viene deportato a Montego Bay quando lui è solo un bambino, lasciandolo solo con la madre e la sorella. «Mamma era una persona molto problematica, ai tempi: era un’alcolizzata, è finita spesso in rehab. Mia sorella faceva la spogliarellista e si drogava. Ero abbandonato a me stesso, praticamente mi sono tirato su da solo da solo. Cercavo i fratelli maggiori che non avevo nelle brutte compagnie che incontravo per strada. Ero il classico ragazzino che passava le sue giornate a ciondolare con le gang locali e che sognava di diventare uno spacciatore». Fino ai 19 anni, in chiesa non mette piede mai: la sua vera passione è l’hip hop, di cui è un avido ascoltatore. Un giorno un ex compagno di liceo gli dice che dalle loro parti c’è una chiesa in cui le funzioni sono accompagnate da inni religiosi in chiave hip hop, e che dovrebbe assolutamente andare a darci un’occhiata.

«Io che ero cresciuto con l’hip hop non riuscivo a capire cosa c’entrasse la musica rap con Gesù», ricorda Steven. «Però la cosa mi incuriosiva. Un giorno un’amica mi ha detto che stava andando a una funzione, e ho deciso di accompagnarla. Ero un ragazzo che cominciava a farsi un sacco di domande esistenziali: chi sono, dove sto andando… E appena sono entrato ho capito che, se stavo cercando uno scopo nella vita, quello era il posto perfetto per trovarlo. Era pieno di ragazzi latini e neri come me, vestiti come me, che parlavano come me, che ascoltavano la mia stessa musica e avevano un canale diretto di comunicazione con Dio». Malcolm comincia a frequentare la chiesa da fedele, e ad ascoltare la musica sacra – il rap, in questo caso specifico – che suonano lì. Ancora non si è mai cimentato davvero con le rime, nonostante la passione per la materia e il fatto di essere cresciuto in un ambiente ricco di stimoli musicali («Mio padre è sempre stato un grande appassionato, mi ha cresciuto a pane e Bob Marley: quando viveva in Giamaica organizzava delle serate per emergenti»).

Dopo circa un anno che frequenta le funzioni, la vita di Steven Malcolm è cambiata: ha nuovi giri, nuovi interessi, una nuova prospettiva. «Mi ero iscritto al college, volevo studiare diritto penale. Mio padre continuava a dire che avrei dovuto fare il poliziotto, quindi immaginavo un futuro in quell’ambito. Di giorno lavoravo in un negozio di abbigliamento, di sera studiavo, e la domenica andavo in chiesa. Un giorno il mio pastore mi ha proposto di entrare a far parte del gruppo di preghiera: nella nostra chiesa si prega rappando, e da lì e cominciato tutto. Nel giro di breve ero io a guidare il gruppo. Le canzoni mi uscivano da sole. Era come se Dio mi stesse dicendo “Guarda, ho questa carriera in serbo per te, ora però devi essere tu a perseguirla”».

Da allora, Steven Malcolm “spacca il culo al microfono e salva anime”, come racconta in uno dei suoi pezzi, All I Know. «Mi è successo davvero, di salvare anime. È una delle cose che mi ha fatto salire la voglia di continuare a fare musica», ricorda. «Ho perfino convertito e battezzato personalmente mia madre. Tutti possono salire sul palco e dire qualcosa di emozionante o provocante, ma quando vedi l’impatto delle tue canzoni sulla gente, quando percepisci che spingono gli altri a cambiare vita, è completamente diverso. Una delle mie rime preferite è “The bigger depression hits / the bigger my prayers get” (Più la depressione picchia duro, più le mie preghiere crescono, nda), e credo sia davvero un messaggio potente da ascoltare, se soffri di ansia e sei in un periodo buio».

Crede moltissimo nel potere delle preghiere, come racconta in un’altra sua canzone, Heavenly Father. Oggi le sue sono rivolte soprattutto al benessere della sua famiglia, costituita da sua moglie e dal loro figlio di due anni. «Prego che siano al sicuro, e soprattutto di poter rimanere in vita per mio figlio, visto che mio padre non ha mai fatto parte della mia vita: lo hanno mandato via quando ero molto piccolo, e nel 2016 è morto». Ma quando si rivolge a Dio chiede anche la fine del ciclo di violenza insensato che sta funestando l’America. «Ci sono state troppe sparatorie di massa qui negli Stati Uniti. Ci sono dei giorni in cui vado in posti affollati, perfino in chiesa, e la prima cosa che faccio è controllare dove sono le uscite d’emergenza, perché non si sa mai». Ad ogni modo, Steven Malcolm non perde mai la speranza in qualcosa di nuovo e migliore: «In questa mia nuova vita sento che tutto è possibile», racconta. «Devo solo aspettare e vedere cosa il cielo ha in serbo per me».

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