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Steve Aoki: «Il successo non c’entra coi numeri. Quando l’ho capito ho iniziato a vivere bene»

Ci siamo fatti raccontare dal dj e produttore come ha passato la quarantena tra dj set online, la performance su Fortnite, il nuovo disco 'Neon Future IV', l'attività di filantropo e la collaborazione col brand italiano Candiani

Steve Aoki. Foto Press Office

Passione, energia, entusiasmo. Parlare di Steve Aoki significa parlare di un essere umano inarrestabile, adrenalinico, capace di saltare da un progetto all’altro con un ritmo che ai nostri occhi pare impossibile da mantenere. In questo lockdown si è esibito in numerosi dj set online, tra cui una performance per un festival su Fortnite, ha pubblicato il suo ultimo album Neon Future IV e ha realizzato una collaborazione con Candiani, brand italiano di denim. Io nel mentre ho imparato, vagamente, a fare la torta di mele, male. Per il lancio della sua collaborazione con Candiani, abbiamo raggiunto Aoki su Zoom, per una conversazione avvolgente tra cyborg, denim e Backstreet Boys.

In questo lungo periodo di lockdown, sei diventato molto attivo nell’universo dei dj set online. Come ti trovi in questo nuovo format per l’intrattenimento?
Sto imparando a capire come veicolare la mia energia nei set. Nelle ultime esibizioni ho iniziato ad utilizzare più spesso il microfono, ad avere un suono e un approccio ancora più energico. Sento che questa attitudine trasmetta di più al pubblico. In queste situazioni, il mio coinvolgimento con la gente passa attraverso i commenti che vengono postati in diretta: questo è ciò che abbiamo a disposizione. È la versione digitale delle urla da sotto il palco.

È da poco uscito Neon Future IV, il tuo ultimo disco in studio. Ventisette brani, una marea di featuring. Come è nato? Come sei arrivato a questo corpo sonoro?
La mia mentalità al riguardo è che non ci debbano essere limitazioni, soprattutto nell’era dello streaming. Per questo voglio che i miei album siano dei grandi libri. Neon Future IV è dinamico e complesso: ci sono continui campi di tempo e collaborazioni differenti. Come per i precedenti Neon Future I, II, III, anche il concept di questo numero IV è legato alla scienza, all’incontro tra umanità e tecnologia. La musica non ha più limiti di genere, le collaborazioni sono ibridazione di suoni e culture. In questo disco, oltretutto, ci sono molti brani che parlano d’amore e ne sono davvero felice. L’amore è umanità, la nostra connessione e relazione con gli altri in un mondo in cui siamo destinati a diventare cyborg.

Come ti posizioni dunque rispetto alle teorie del pensiero transumanista? Anche tu pensi che macchina e essere umano andranno inevitabilmente a congiungersi pacificamente nel futuro?
Assolutamente, sono un utopista e un positivista. Se ci pensi, siamo già ora delle forme di cyborg: abbiamo bisogno del nostro smartphone e delle nostre app, estensioni del nostro cervello. Siamo attivi nell’utilizzo di device e software che ci permettono di estendere le nostre capacità. Penso che il prossimo passo sarà implementare tecnologie all’interno del nostro corpo. Potrà suonare spaventoso, ma probabilmente era spaventoso pensare, anche solo venti/trenta anni fa, che la tecnologia avrebbe avuto una valenza così espansa all’interno delle nostre vite. Viviamo in un mondo dove ci sono tecnologie che permettono al nostro cervello di risolvere problemi riguardanti la perdita della vista o l’abilità di muovere arti e, in un breve futuro, potranno aiutare a curare malattie neurodegenerative legate al corpo e alla memoria come il Parkinson e l’Alzhaimer. Malattie che colpiscono il malato, ma che investono anche la vita delle persone della sua vita. Il mio obiettivo come essere umano è aiutare a cercare soluzioni e possibili cure a questo dolore.

È questa l’idea dietro la Aoki Foundation?
La fondazione nasce dalla mia passione per questi temi. È un’esperienza magnifica perché è un’opportunità di raccogliere fondi per le organizzazioni che sono davvero impegnate a risolvere queste problematiche oltre al fatto che mi permette di confrontarmi con le migliori menti attive su questi argomenti. La fondazione è diventata un community hub, un luogo di dialogo. Quello che ho notato parlando con ricercatori e scienziati è che queste conversazioni si limitano a piccole cerchie di persone e, difficilmente, riescono a fuoriuscire dalla comunità scientifica. Il nostro compito è cercare di recapitare queste tematiche al cittadino comune, veicolando i messaggi nella maniera più interessante possibile. Quando accade, noti che c’è un reale interesse verso questi enigmi dell’essere umano. Se pensi alla fantascienza, quando immaginazione e scienza si fondono, il pubblico ne è attratto. Penso si parli poco delle malattie neurologiche e il mio intento è portare avanti questa conversazione pubblica.

Ne approfitto allora per chiederti quale sia il tuo rapporto con la fantascienza e lo sci-fi.
Matrix è la prima cosa che mi viene in mente; una storia assurda raccontata in modo incredibile. Sono anche un gran fan di quegli anime che affrontano la tecnologia: il mio preferito è Ghost in the Shell. Già da teenager ero affascinato dall’idea dei robot senzienti e dei dilemmi che generavano. Oggi guardo molto sci-fi, ho appena finito Devs e Upload. Amo Black Mirror anche se per un futurista positivo come me è difficile scontrarsi esclusivamente con il lato negativo di una nuova tecnologia. Sono così tanto dentro questo mondo che ho reso Neon Future un fumetto che parla di un futuro dove i governi bandiscono il progresso tecnologico.

Mi sa che abbiamo preso una bella deriva! Facciamo un passo indietro, ho ancora una cosa da chiederti su Neon Future IV. Come è nato Let It Be Me, il brano con i Backstreet Boys?
Ci siamo conosciuti qualche anno fa, per puro caso, su un volo. Nonostante la stima reciproca però ci serviva ancora un click prima che la collaborazione potesse nascere. Una sera, mentre facevo un dj set a Las Vegas, ho messo Everybody (Backstreet Back). Dal nulla – giuro non sapevo fosse in sala – è spuntato Nick Carter dei Backstreet Boys, si è fatto dare un microfono e ha cantato tutto il pezzo! Il pubblico è impazzito! Incredibile. I ragazzi sono quindi venuti alla Aoki’s Playhouse e abbiamo iniziato a lavorare assieme. Quel giorno abbiamo piantato il seme del brano, ma ci è voluto tempo prima che arrivassimo alla sua conclusione. Il testo nasce dai racconti di alcune persone a cui abbiamo chiesto di parlarci delle loro esperienze di vita più significative. A ripensarci mi viene la pelle d’oca.



Produttore, dj, filantropo, imprenditore. Sembra impossibile immaginarti fermo e difatti, anche durante questo lockdown, ti sei messo in gioco realizzando una collaborazione nel mondo della moda con il brand italiano Candiani. I vostri jeans Dim Mak x Candiani EC-01 sono usciti il 15 maggio. Come è nata questa collaborazione e come ti poni di fronte al mondo della moda?
Alberto Candiani è un mio caro amico, ci conosciamo oramai da una decina di anni fa. È da tempo che giriamo attorno all’idea di una possibile collaborazione, ma non eravamo ancora mai riusciti a concretizzare. Questo sembrava il momento perfetto per entrambi, visto quello che stavamo accadendo nel mondo. Durante questo lockdown ho visto una gallery di fotografie di Venezia in cui l’acqua dei canali si mostrava pulita e trasparente, era possibile vedere sia i pesci che il fondale. È incredibile quanto veloce il mondo possa guarire quando noi umani ci fermiamo. C’è molto da imparare per quando torneremo alla vita a cui eravamo abituati. L’industria della moda ho un enorme impatto sull’ambiente ed è colpa, principalmente, del sistema di produzione. Candiani produce i denim più ecologici che si possano trovare sul mercato, concentrandosi sulla ricerca di nuove tecniche e tecnologie per migliorare continuamente la propria produzione. La nostra collaborazione è una dichiarazione per dimostrare come si possano prendere scelte per limitare il nostro impatto sull’ambiente. È un segnale che spero possa essere accolto da designer, brand e compagnie moda. La questione è proprio questa: se c’è la possibilità di rendere il tutto più sostenibile, perché non farlo?



Riguardando ai tuoi primi venticinque anni di carriera, quali pensi siano i più grandi obiettivi che hai raggiunto?
Non c’è stato un momento cruciale, ogni passaggio è stato importante per arrivare fin qui. Tutte le canzoni, anche quelle andate male, mi hanno insegnato qualcosa. Penso che a volte sia più appagante e utile suonare per un piccolo gruppo interessato, piuttosto che per un’immensa folla disattenta. È come per la radio. Tutti vogliono andarci per raggiungere la massa. Ma magari entrare in una piccola playlist fa sì che tu venga ascoltato da quelle che io chiamo heads, persone a cui importa davvero di una determinata cultura e che possono avere un impatto più profondo per la tua carriera. Non voglio avere ascoltatori passivi, ma una fan base che ci tiene davvero. Voglio che le persone con cui dialogo, e non mi riferisco solo alla mia fanbase, siano in grado di vivere e apprezzare il momento. Quando ho abbracciato questa mentalità, la mia carriera è cambiata. Se tu hai un dialogo significativo lungo tutto il tuo percorso, avrai una carriera di successo. Il successo non è una questione numerica, anche se per molti può sembrare meramente questo. Il successo è un concetto soggettivo: decidere che ad un determinato numero (di view, di ascolti, di vendite) si ottenga qualcosa è un pregiudizio che abbiamo in testa, una percezione che ci siamo imposti che non ha significato. Credo che tutti abbiano l’abilità per raggiungere il proprio successo.

Il tuo documentario si intitolava I’ll Sleep When I’m Dead. Sei riuscito a dormire in questa quarantena?
Prima della pandemia dormivo poco e male. Sto provando a cambiare le mie abitudini. Da qualche tempo sto prendendo dei momenti importanti per me, per il mio self care. Li inserisco nella mia agenda, mi piace essere molto organizzato e aver tutto schedulato: meditazione, sauna, respirazione, leggere. Voglio che il mio corpo e la mia mente siano al posto giusto. Spero che, finito questo lockdown, porterò con me l’abitudine di riposare con più attenzione.

L’8 giugno Steve Aoki e Alberto Candiani saranno i closing speakers della seconda edizione del World Oceans Day.

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