Rolling Stone Italia

Sterling Campbell: «Quando è morto Bowie siamo entrati in un universo alternativo»


Le session con Eno, i tour, i segreti di ‘The Next Day’, la fatica nell’accettare il lutto, le conversazioni indimenticabili: il racconto del batterista con cui Bowie ha condiviso lo studio per vent’anni

Foto: Steve Snowden/Getty Images

Nel maggio 1978, quand’aveva 14 anni, Sterling Campbell si è imbattuto in un vicino di casa nell’atrio della casa dove abitava nell’Upper West Side di New York. Il vicino, Dennis Davis, faceva il batterista. «All’epoca ero sfacciato, facevo un sacco di domande», ricorda oggi Campbell. «Quando ho visto la sacca delle bacchette gli ho chiesto che roba fosse e dove stesse andando».

Davis stava andando al Madison Square Garden per suonare con David Bowie nel tour di Heroes. Invitò Campbell a seguirlo e a vedere il concerto. «Conoscevo Fame e sapevo chi era Bowie, ma ne ignoravo l’importanza. Fatto sta che andai al Garden. Quando uscii ero un’altra persona. Capii che cosa volevo fare nella vita».

Per una coincidenza cosmica, Davis è il secondo batterista più longevo nella carriera live di Bowie. Il primo è il quattordicenne che portò con sé a vedere il concerto di Heroes. Il lungo viaggio che ha portato Campbell dal Madison Square Garden ai palchi con Bowie passa anche per le collaborazioni con Cyndi Lauper, Duran Duran, Soul Asylum e, dal 2007, coi B52’s.

Eri un adolescente a New York in un periodo incredibile per la musica.
Gli anni ’70 sono stati pazzeschi e New York era il posto dove stare, per la musica e la cultura. In città non giravano tanti soldi, un fatto positivo per gli artisti. Nascevano un sacco di cose, come la disco che venne da Philadelphia. Non ero ancora il tipico ragazzino di Downtown. La mia vita era a Uptown. Potevo solo immaginare che aspetto avevano i cantanti che sentivo. Non c’erano informazioni, giusto le foto sui dischi. Per me Elton John era così, i suoi album erano albi di fumetti e lui era una specie di supereroe.

Come andò al Madison Square Garden?
Fu grandioso. Lo show iniziò con un pezzo ambient [Warszawa] e io: wow. Di concerti ne avevo già visti, tipo Elton John al Garden nel 1976. Cose all’Apollo, l’R&B. Ma Bowie era totalmente diverso.

Suonò Heroes, ma pure cose R&B e il materiale di Ziggy. Ha influenzato un sacco di gente. Immagino che i musicisti dei Depeche Mode, dei Cure e altri ragazzi della mia età abbiano subito lo stesso shock. Voglio dire, Bowie era avanti, stava già negli anni ’80.

Solo pochi batteristi possono dire di avere suonato con Bowie. Il fatto che uno di essi vivesse nel tuo stabile è una bella coincidenza.
E c’è dell’altro. Un altro mio amico d’infanzia è Zack Alford, che ho presentato a Dennis [Alford ha poi suonato nei tour di Outside e Earthling negli anni ’90]. E Omar Hakim [il batterista di Let’s Dance e Tonight] se ne stava andando quando sono arrivato io. C’è tutta una New York connection, qui.

Quando hai capito che volevi fare il batterista nella vita?
A 14 anni, la sera di Heroes. Era la prima volta che andavo a un concerto da solo. Per me è stato come quando la gente ha visto al cinema per la prima volta 2001 Odissea nello spazio: mi è esploso il cervello. Non sapevo che la musica avesse quel potere.

E quando hai cominciato a suonare con Bowie?
Avevo cominciato a frequentare un’artista pop spagnola [Marta Sánchez], roba da tabloid, sai, all’epoca ero “il batterista nero dei Duran Duran”, che follie. Ho cominciato a prendere droga, sono andato a Ibiza, la musica dance andava forte e io ero al centro di quell’universo, nel cuore della cultura dell’ecstasy, ma c’erano i paparazzi, ero diventato paranoico, non volevo essere filmato. Tornato a casa ho ricominciato a lavorare con Nile Rodgers. Un giorno mi fa: «Ti va di lavorare con David?». Era il 1992, le session di Black Tie White Noise.

E il tuo sogno di ragazzo diventa realtà.
Sì. Il bello è che ero già una rock star da jet set, ero già finito sui tabloid. Quindi non è che fossi pago di quel mondo, ma l’avevo già vissuto, non mi sembrava che fossi finalmente arrivato, tipo “ce l’ho fatta!”.

Era roba grossa, Bowie e Rodgers collaboravano per la prima volta dai tempi di Let’s Dance.
Ho incontrato David in un momento pazzesco. Si era sposato da poco con Iman, attraversava un periodo felice. Ci siamo incontrati, ci siamo sorrisi, ci siamo stretti la mano. È stato incredibile.

Qualche anno dopo ti ha richiamato per le session di Outside, giusto?
Esatto. Lavoravo in Europa quando mi ha chiamato. Non so come rendere la cosa. Non era Nile, era direttamente David. È stato come ricevere una chiamata da Stanley Kubrick: «Ehi, sto girando Barry Lyndon, ti piacerebbe recitare?».

Fatto sta che Bowie mi dice che farà un nuovo album con Brian Eno e chiede se sono disponibile. Si registrava a Montreux. Sono cresciuto leggendo le note di copertina dei dischi e spesso, ad esempio su quelli dei Queen, c’era scritto: Mountain Studios. Erano luoghi mitici per me. Erano dei templi.

Come andarono le session di Outside? Bowie stava sperimentando con un nuovo sound ispirato all’industrial e ai Nine Inch Nails.
Non c’era alcun piano all’inizio. Sono state le session migliori a cui ho preso parte. C’erano David e Brian. Come in Heroes. La trilogia di Berlino. I Mountain Studios.

Gli altri stavano in hotel, a me invece diedero un bell’appartamento a pochi passi dallo studio, per cui si stava tutti lì a passare del tempo o per pranzo. La mattina Brian passava a prendermi, si faceva colazione prima di andare in studio e mi raccontava un sacco di storie.

Un sogno, anzi di più. Ci siamo piaciuti. Nelle prime due settimane era Brian che tirava le fila. Dirigeva i musicisti dicendo cose tipo: «prova a suonare come l’acqua». Faceva giochi di ruolo, tipo. E intanto David dipingeva. Non ha cantato un solo verso, niente melodie. Mi giravo ed era lì, a quattro metri da me, che ritraeva la band. E questo per tipo tre settimane.

Poi le cose sono cambiate?
Sì. In sostanza, Brian cercava di disabituarci a suonare con i vecchi schemi in testa, in termini di accordi. Sperimentava. Magari metteva su Baby Love delle Supremes e diceva: «suonateci sopra, ma non suonate Baby Love. Potete seguire gli accordi, ma dovete suonare tutto tranne che la canzone».

Si facevano delle grandi jam. All’epoca si registrava su nastro, perciò avevamo 30 minuti per bobina. Brian intanto prendeva appunti, tipo: “al minuto 25 è successa una cosa figa”. Io questa cosa la chiamo genio, la chiamo alchimia. Questa gente sente cose che noialtri non sentiamo. Non saprei neanche dirti come sono venute fuori le canzoni del disco. Hanno assemblato quel materiale in modo geniale. Hanno scovato suoni interessanti e li hanno mescolati.

La cosa bella è che si rideva tutto il tempo. Ho capito che il suo senso dell’umorismo era fondamentale.

Il tour poi l’ha fatto il tuo amico Zack Alford…
Avevo fatto un disco dei Soul Asylum con Butch Vig. Il batterista se n’è andato e mi hanno chiesto di entrare nella band. Ho detto di sì prima che David mi facesse sapere che era pronto per il tour. Ovviamente sarei voluto andare con lui, ma avevo già preso un impegno con gli Asylum. Pensavo davvero che Zack fosse la persona giusta.

Dopo il tour coi Soul Asylum era il momento di prendere una pausa. Ero a pezzi, ma è stato fantastico. Non sapevo nulla del Midwest, e all’improvviso ero insieme a Wilco, Replacements, tutte cose che non erano per niente sul mio radar. Era come una grande lezione sul mondo del Midwest. È stato straordinario. Allo stesso tempo, però, non sapevo più chi ero.

Nel 1999, Bowie ti ha chiesto di tornare con lui per Hours.
Sì, ma prima dovevo rimettere in sesto la mia vita. Ho trovato questo posto, Falun Dafa, e ho cercato di liberarmi di tutto quello che avevo accumulato, droga e alcol. Era una cosa grossa. Se non l’avessi fatto non credo che sarei riuscito a tornare da David. Ero distrutto. Lui era pulito e non voleva averci niente a che fare. Quando mi ha contattato ero sorpreso. Non pensavo che mi avrebbe chiamato. Ma ho ricominciato il mio viaggio insieme a lui.

Hours era molto diverso da Outside. Era più semplice e diciamo così naturale. 

Sì. Non voglio parlare al posto di David, ma voleva che ogni progetto fosse diverso dal successivo. Sperimentava, cercava di far succedere qualcosa, poi tornava a suonare il piano o la chitarra acustica e se ne innamorava di nuovo. «Mi piace trovare gli accordi e le melodie», diceva.

Quello di Hours è stato il tuo primo tour con lui. Dev’essere stato fantastico suonare dal vivo dopo aver registrato tre album insieme… 

All’epoca non aveva ancora una produzione così grande. Stava lentamente riconquistando la scena. Ma suonare quei pezzi dal vivo è stato fantastico. Era tutto diverso rispetto ai Soul Asylum. Per cinque anni ero stato circondato da chitarre, mi ero convinto che per essere ascoltato dovessi picchiare forte. Ormai lo facevo inconsciamente. Nei miei primi concerti con Bowie suonavo molto più aggressivamente di quanto avrei voluto.

Poco dopo hai fatto Low e una manciata di concerti speciali… 

Oh, dio. È stato grandioso. Mi ha sorpreso che volesse farlo davvero. Ma è stato fantastico.

Sono convinto che Reality sia davvero sottovalutato. 

Ha i suoi momenti, come tutto quello che ha fatto negli anni ’90 e nei 2000. Credo che tornerà di moda e tutti si sorprenderanno. Con la sua musica è sempre andata così. La canzone Black Tie White Noise è davvero attuale, se ascoltata adesso. Anche Slow Burn.

Sembra che le canzoni di Reality fossero concepite per essere suonate dal vivo… 

È per questo che fare musica con Bowie era grandioso. Iniziava pensando a quello che avrebbe funzionato dal vivo. Di solito, quando fai un disco, hai sempre una canzone preferita, poi lavorandoci finisci per dimenticarla. Ma David riusciva sempre a capire cosa avrebbe funzionato in concerto. Era una delle condizioni perché i pezzi finissero sul disco.

Quello di Reality è il mio tour preferito, tra quelli che ho visto. Sono passati 16 anni e ricordo ogni istante dei concerti a Cleveland e Pittsburgh. 

Tutti i musicisti di quella band avevano storie simili alla mia. Nessuno aveva problemi con David o con gli altri. Ne avevamo passate tante tutti, persino David, e volevamo solo suonare. Eravamo davvero concentrati.

Era un gruppo di persone che riusciva sempre a ridere e scherzare, non facevamo altro. Ridevamo prima di salire sul palco. È stato grandioso. Ci sentivamo liberi.

Prima di quel tour i concerti di Bowie avevano scalette precise. Con Reality è diventato tutto imprevedibile. Non si sapevi che cosa avrebbe suonato. Ogni show era unico.
Il punto è che volevamo divertirci, non annoiarci. Avevamo imparato tantissime canzoni, le facevamo nel soundcheck. Lo pregavamo: «Dai, facciamo Panic in Detroit». Lui si avvicinava al microfono, la cantava e finiva in scaletta. 

Anche The Bewlay Brothers, Diamond Dogs, Queen Bitch. Per i fan era surreale…
Sì. Prima del tour gli avevo scritto diverse mail: «Possiamo fare questi pezzi?». Era una lista molto lunga, piena di cose come Fantastic Voyage. Sapevo che se ne avessi scritte tante, a qualcuna avrebbe detto di sì.

È stato un tour molto lungo. Mike Garson e Gail Ann Dorsey mi hanno detto che alla fine si sentiva molta stanchezza. Era così anche per te? 

Sì. Forse è durato più a lungo di quanto avrebbe dovuto. A una certa età diventa faticoso…

Verso la fine, avevi l’impressione che David volesse abbandonare i concerti? 

No. Pensavo solo che non ne avrebbe fatti così tanti in futuro, o comunque non nello stesso modo. Era impegnativo.

Ti ricordi qualcosa dell’ultimo show all’Hurricane Festival, in Germania? 

Non molto. Non sapevamo che sarebbe stato l’ultimo in assoluto. Faceva freddo. Era un festival e noi eravamo gli headliner. Se guardi le foto, siamo vestiti pesanti perché si congelava. Pensavamo: «Col cazzo che metterò i vestiti di scena, voglio la felpa».

E poi è finito. È stato come con la pandemia. Un momento ero in tour, quello dopo era finito. Tutto qui.

Hai visto spesso David, dopo il tour del 2004? 

Avevamo un bel rapporto. Siamo diventati amici. Si andava assieme ai concerti. Non succedeva tanto spesso, ma sapevo che amava la musica. Quando sono esplosi gli Arcade Fire e tutta la scena di Brooklyn, andavamo ai concerti. Ero con lui quando ha visto gli Arcade Fire per la prima volta. Abbiamo visto anche gli Interpol e i Secret Machines. Vedevamo un sacco di nuove band.

Com’è iniziato il periodo di The Next Day? 

Una sera mi ha telefonato e gli ho detto che ero in studio a lavorare. Mi ha chiesto se poteva passare, e ovviamente gli ho detto di sì. È arrivato in studio, abbiamo pranzato, e mi ha detto: «Farò un disco e lo terrò segreto».

Era The Next Day. Avresti dovuto vederci mentre provavamo le canzoni. Era nello scantinato di un condominio che aveva un mezzo studio. La batteria era terribile, si muoveva a ogni colpo di cassa. Dovevo sempre tirarla indietro. Cercavo di imparare le nuove canzoni di David Bowie su un kit vecchio e rovinato.

Ma è stato bellissimo. Abbiamo lavorato in maniera veramente grezza. Aveva un piccolo registratore digitale, non aveva neanche otto tracce. Era la soluzione più economica possibile, voleva davvero tenerlo nascosto a tutti. 

All’epoca internet era già esploso, erano tutti in giro a condividere dov’erano e cosa stavano facendo. Lui invece voleva fare il contrario. Ci ha fatto firmare accordi di riservatezza, ma per me non era un problema. Persino Brian Eno ci ha detto: «È incredibile che siate riusciti a tenerlo segreto», ma a me sembrava facile.

Avete registrato a New York. Io abitavo in città, lavoravo a Rolling Stone, ma non ho sentito nulla prima dell’annuncio, neanche una voce.
Ho dovuto fermarne parecchie. La cosa più assurda che ho sentito era che David stava morendo. Ogni due o tre mesi qualcuno mi chiedeva se avremmo davvero suonato a Glastonbury o al Coachella. Io rispondevo che non ne sapevo nulla.

Ha mai parlato di portare quel disco dal vivo?
No, mai. Dopo tutta quell’esperienza, non sapevo cosa gli passasse per la testa. Non gli ho mai chiesto se saremmo andati in tour. Non l’avrei mai fatto. Il nostro rapporto si è diradato con il passare del tempo. Non volevo disturbarlo. Gli scrivevo per gli auguri di Natale, per il suo compleanno.

Sapevi che era malato? 

No. Ci siamo scritti dopo l’uscita del singolo Blackstar. Gli ho fatto le mie congratulazioni, era alla fine di dicembre del 2015. È l’ultima volta che l’ho sentito.

La notizia deve averti scioccato. È successo poco dopo il suo compleanno. L’album era uscito. Il musical era in scena. Era andato alla prima. Aspettavamo i nuovi video. Sembrava ancora attivo… 

Non sapevo come gestire il lutto. Per la prima volta avevo la netta impressione che il mondo fosse cambiato. E visto che ci conoscevamo, mi arrivavano messaggi da gente di tutto il mondo, anche se non sono granché attivo sui social. Non uso molto il telefono e all’epoca si è quasi distrutto. Faceva più rumori di un casinò: ding-ding-ding-ding-ding.

Mi sembrava di stare in un universo alternativo. Non avevo mai vissuto un evento simile, non sapevo che ruolo avrebbero avuto i social. Quando è uscito The Next Day, lui non voleva dire nulla. La gente voleva disperatamente delle informazioni e io ricevevo chiamate da giornali assurdi come il Peruvian Times. Erano tutti sconvolti da come aveva fatto quel disco.

Ho scritto a David: «Ricevo un sacco di telefonate, amico. Che devo fare?». Lui ha risposto: «Finché non parli della mia vita privata, puoi dire quello che vuoi. Io non ho altro da dire». Io non volevo parlare a nome suo, ma ho amato anche quella risposta. Era come se mi avesse detto: «Ascolta quell’opera. Ascolta le parole. Le ho dette. Per quanto continueranno a chiedermi di spiegare tutto?». 

Avere Bowie nella mia vita è stata un’esperienza incredibile. Sono riuscito a parlarci davvero, facevamo conversazioni importanti. Cenavamo insieme e si scioglieva. Era come Steve Jobs, una figura importante della storia, ma cenavamo insieme e lo aiutavo nelle sue creazioni, e in più ci ridevamo sopra. Era pieno di grazia. E quando sono entrato nella sua vita, era tutto quello che potevo desiderare dall’incontro col mio eroe.

Che risultati speri di raggiungere nei prossimi anni? 

Onestamente, vorrei solo fare musica. Adesso è impossibile guadagnare suonando, soprattutto con il Covid. Il virus ha reso tutto difficile. Io ho sempre avuto un rapporto infantile con la musica. Sono ancora molto curioso. Voglio ancora suonare. È difficile, perché la mia mente e il mio corpo non lavorano più allo stesso modo.

Mike Garson ha organizzato un concerto di beneficienza per il compleanno di David. Ci saranno un sacco dei suoi collaboratori, come Carlos Alomar e Andy Newmark, che ha suonato la batteria in Young Americans. Abbiamo appena fatto un pezzo con Emir Ksasan, il bassista di Fame. Ho anche lavorato con David Sanborn. I fan accaniti di Bowie apprezzeranno molte di queste combinazioni.

Qualche anno fa sono andato a vedere la mostra dedicata a David. Pensavo: «Abbiamo appena preso il caffè insieme e ora è in un museo?». Sono onorato di aver fatto parte di tutto questo.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Iscriviti