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Stereophonics: «I nostri concerti più belli? Nel pub in fondo alla strada»

In attesa della data italiana, la band gallese si racconta, tra il nuovo album ‘Kind’, la famiglia e la chimica per trovare la melodia perfetta

Stereophonics, Press session

Esiste un modo diverso di essere una band che ha piazzato sei album su undici al numero uno in classifica in Inghilterra (cinque consecutivi da Performance and Cocktails del 1999 a Pull the Pin del 2007). Gli Stereophonics lo hanno capito: «Abbiamo delle buone qualità musicali e poi abbiamo una vita privata. Il risultato è il rispetto da parte di tutti» spiega il bassista Richard Jones, che ha fondato gli Stereophonics nel 1992 in un paese del Galles dal nome impronunciabile (Cwmaman) insieme a Kelly Jones e al primo batterista Stuart Cable, scomparso nel 2010.

Etica working-class, un’idea di musica pop come patrimonio culturale condiviso da un’intera nazione, fedeltà al culto tutto britannico della melodia e una specie di necessità di essere sempre la band che suona al pub il sabato sera. Gli Stereophonics sono un simbolo dell’equilibrio tra successo e autenticità e non si lasciano smuovere da niente.

Dopo due anni di tour per promuovere il loro decimo album Scream Above the Sounds, arrivati all’età di 45 anni e con una famiglia a casa ad aspettarli, gli Stereophonics sono tornati in studio a Cardiff per continuare a parlare con il proprio pubblico di vita quotidiana con l’album Kind e sono pronti a ripartire con una tournée che inizia a Liverpool il 18 gennaio e li porterà in Italia al Lorenzini District di Milano l’8 febbraio 2020. «Si tratta solo di avere un buon catalogo e di essere sempre sinceri. Può sembrare una cosa difficile, ma è un bel problema da avere» sorride Richard James.

In un momento in cui i dischi rock sono carichi di volumi ed effetti e iper-prodotti per riuscire a farsi strada in classifica in mezzo al pop e alle produzioni hip-hop, Kind è un album fuori dal proprio tempo, acustico e minimale, con canzoni essenziali che sembrano sospese nel vuoto. Pochi suoni, niente effetti e produzione ridotta al minimo, un disco in cui la band cammina sul filo ma raggiunge lo scopo di tenere l’ascoltatore incollato alle melodie.

Kelly Jones ne ha usate tantissime per costruire canzoni molto personali che «Dovevano essere scritte». Ha parlato delle responsabilità della famiglia (in Restless Mind canta: “Prenditi cura di tua moglie e dei tuoi figli e piangi solo nella tua mente inquieta”), delle relazioni che si spengono con il passare del tempo in Hangover for You che Jones ha scritto in un hotel in Scozia e messo in scaletta il giorno dopo per un concerto senza averla mai fatta sentire prima alla band, dei problemi sociali nelle città della Gran Bretagna in This Life Ain’t Easy (But It’s the One That We Got) e del suo intenso rapporto con la maggiore delle sue tre figlie, Bootsy, che a 15 anni ha fatto outing in famiglia e a scuola ispirando il brano Fly Like an Eagle: «Credo che sia molto punk-rock vedere una teenager che trova la propria identità sessuale» ha detto Kelly.

Richard Jones ha guidato gli Stereophonics intorno a queste storie, cercando la chiave per entrare in contatto con il pubblico: «Bisogna lasciare alle canzoni lo spazio necessario per fare il proprio compito» spiega «Le parole, la chitarra e la melodia arrivano sempre prima di tutto, per il resto la cosa più importante è capire di cosa hanno bisogno le canzoni. La maggior parte delle volte significa rendersi conto di quello che non devi suonare». Scrivere belle melodie è un processo naturale: «Non credo si possa imparare» spiega Richard James «Nasce tutto dalla chimica che c’è all’interno della band. Se ci sono cinque persone che suonano davvero insieme in uno studio, senza nessuno che cerca di essere più importante della band, allora riuscirai a far sentire tutte le emozioni e a dire qualcosa alle persone. Il centro è sempre la musica».

L’ultima volta che hanno suonato in Italia gli Stereophonics hanno aperto il concerto dei Pearl Jam agli I-Days del 2018 a Milano davanti a 60.000 persone. «È stato un grande giorno per noi, non vediamo l’ora di tornare. Se il pubblico italiano ci vuole noi ci siamo sempre» dice Richard Jones «Per il tour di Kind abbiamo provato quaranta canzoni, con cui proveremo a costruire una scaletta diversa ogni sera. Lavoriamo molto per dare sempre il massimo dal vivo perché in fondo non siamo altro che una band di amici che suonano insieme in una band perché amano la stessa musica». E per ricordarselo, gli Stereophonics sanno sempre dove tornare: «Per noi il pub in fondo alla strada è ancora il posto migliore in cui suonare. Ogni tanto lo facciamo ancora quando siamo in Galles. Divertirsi è l’unico modo per fare buona musica».

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