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Stefano D’Orazio dei Vernice: «Rovinato dai processi. La musica mi ha salvato la vita»

L'amicizia con Vasco, i palchi condivisi con Jovanotti, 883 e Fiorello, la carriera lanciata da Cecchetto. Il cantautore racconta la sua storia, dalle folle osannanti degli anni '90 fino alla depressione e all'anonimato

Stefano D'Orazio

Oltre 200mila copie vendute, la loro canzone colonna sonora del Festivalbar, le folle osannanti, recensioni più che lusinghiere e, soprattutto, un contratto sontuoso appena firmato per una major. È l’inizio della fine.

Parliamo di Stefano D’Orazio e dei Vernice, band che nella prima metà degli anni ‘90 aveva raggiunto il grande pubblico e calcato gli stessi palchi di mostri sacri dello spettacolo come Jovanotti, gli 883 e Fiorello. Si erano fatti largo con quello “stronza” gridato in diretta su Rai 1 durante il Festival di Castrocaro – e riferito a tutte le mamme (in particolare alla ex di D’Orazio) che opprimendo le scelte delle figlie vorrebbero obbligarle a fidanzarsi con i ragazzi che piacciono a loro – che gli valse l’esclusione dal festival ma le attenzioni della stampa. E poi il successo travolgente con Su e giù che conquistò tutti, ma proprio tutti. Apparivano inarrestabili, perché piacevano a ogni livello, con canzoni come la cavalcata rock La ragazza dei sogni o l’introversa Bughy che ha partecipato anche al Festival Italiano in onda sulle reti Mediaset, oppure l’ennesimo tormentone Quando tramonta il sole o la ballata romantica Solo un brivido.

Claudio Cecchetto decide di metterli sotto contratto per la Sony. Anzi, avrebbe voluto solo Stefano, il cantante e leader che firmava tutti i pezzi. Ma lui, nonostante le insistenze del produttore, decide di condividere l’opportunità con gli altri musicisti. Qualcosa però si incrina. Due componenti della band gli fanno causa: un calvario durato più di 20 anni, che non ha permesso a D’Orazio di utilizzare nome e logo dei Vernice, gli ha chiuso in faccia le porte dello show business e lo ha fatto sprofondare in una crisi in cui ha incontrato la depressione.

Ora gestisce un locale ad Ariccia, immerso nel verde dei castelli romani, dove organizza eventi, tra cui musica live soprattutto di artisti emergenti. E porta in giro il suo spettacolo per i palchi di tutta Italia, con i brani di sempre che emozionano ancora e l’ultimo inedito Scappare Via cantato insieme a una artista molto promettente come Jessica Casula, cantautrice romana che nel 2017 ha vinto il contest Sanremo New Talent, che le ha permesso di pubblicare l’album Meglio Sola.

Stefano, ne è passata di acqua sotto i ponti dagli anni ’90 che ti hanno visto protagonista. Partiamo dal presente.
Sono impegnato su vari fronti. Quello che amo di più è suonare dal vivo. Oltre al mio spettacolo, ne sto portando avanti un altro con Jessica Casula. Avevamo presentato un pezzo a Sanremo lo scorso anno, anche se sapevo che non ci avrebbero preso neanche se avessi scritto “Volare”. Ci è spiaciuto molto, in particolare la mancata risposta. È davvero insopportabile, Baglioni o non Baglioni. Mi vuoi bocciare? Almeno dimmi cosa non va.

Non è la prima volta, giusto?
Era già successo con Solo un brivido e Cecchetto mi disse: “Se ti hanno scartato con un brano così, vuol dire che non ti vogliono proprio”. Stavolta si trattava di Scappiamo via. Magari non era all’altezza, non voglio discutere i gusti, però lavori, spendi soldi, tempo e ci metti passione e neanche si degnano di rispondere. L’indifferenza uccide. Comunque, la risposta ce la sta dando il pubblico, come sempre.

Ci sono state molte polemiche per Amadeus alla direzione artistica. Che ne pensi?
L’ho frequentato da molto vicino e mi è sempre sembrato competente, già dai tempi del Festivalbar. In più, non mi pare uno che è mai salito sul carro dei vincitori. E poi, se li abbiamo provati tutti perché non lui? Non capisco che male ha fatto a chi lo critica. È stato sempre un professionista in qualsiasi ruolo ricoperto, penso possa far bene anche a Sanremo.

Vista la vostra antica conoscenza, ci riproverai a mandare una canzone?
Se trovassi la situazione giusta sicuramente, con Amadeus o senza di Amadeus. Non so se lui mi prenderebbe, ma rispetto al passato sono certo di una cosa: che almeno lo ascolterebbe.

Se dovessi scegliere il presentatore e il direttore artistico del Sanremo 2021, che nomi faresti?
Chiamerei Fiorello e Arbore. Poi, naturalmente, per fare un grande show, servono i grandi ospiti.

Ai tuoi di show i fan non mancano mai, così come l’affetto che ti riversano sui social.
Sì, anche se è difficile rimanere sé stessi. Quest’epoca ti mette in competizione con le cover band e se non sei più all’apice del successo vai in crisi, perché loro per suonare chiedono mille euro, io con uno spettacolo originale e dove ci lavoriamo per mesi un po’ di più. Ma io faccio spettacoli per chi ama la mia musica. Voglio emozionarmi ed emozionare e solo con le mie canzoni ci posso riuscire.

Hai qualcosa di inedito in stand by?
Ti posso dire che ho due album già pronti, però devo trovare la situazione giusta per farli uscire in modo credibile. Non dico di aspettare una grande major, ma qualcuno che creda ancora nella buona musica e sia pronto a investire.

A un giovane che ha il primo album ancora nel cassetto, cosa consiglieresti?
Mi immedesimo e il consiglio che gli darei è di puntare sui brani, perché qualcuno che si accorge di lui prima o poi lo troverà. Io ho avuto successo, mi piace suonare e vado avanti. Ma una volta i cantautori, i produttori, i discografici, erano più rock. Se un personaggio aveva personalità, anche se creava problemi, era considerato. Se venivi dalla strada significava che avevi vissuto e quindi qualcosa da dire. Gli artisti erano apprezzati anche se disobbedienti, perché non vivevano in una campana di vetro. Oggi come oggi gli addetti ai lavori non credo sopporterebbero facilmente uno come Stefano D’Orazio.

Fu Claudio Cecchetto a credere in voi. Non lo hai più sentito?
Non ho voluto chiamarlo. Ci aveva dato una grossa opportunità, ha investito dei soldi su di noi, mi aveva consigliato di firmare da solo e non con tutta la band e invece ho voluto fare il paladino dei diritti, mettere davanti l’amicizia ai soldi e sono stato ripagato con una causa legale infinita. Ma non potevo credere che dopo tanti sacrifici ci sarebbe stato qualcuno in grado di mandare tutto a puttane per una comparsata in più in televisione. Ci sono rimasto molto male.

Ricordiamo perché i Vernice si sono sciolti: la proposta di contratto recitava: “Stefano D’Orazio elemento d’obbligo”. Come mai, nonostante avessi voluto anche la band, è finita a carte bollate?
Dopo Castrocaro, dove avevo cantato “tua madre è una stronza”, eravamo stati mandati via. Poi Cecchetto, che era direttore artistico, si innamorò di noi. Ha visto che avevamo potenziale. Io stupivo perché all’epoca sembravo un po’ un diavolo. Claudio mi propose un contratto e disse ai miei compagni che dovevano aiutarmi a scrivere nuove canzoni senza crearmi problemi, addirittura gli rivelò che i soldi dell’anticipo li volevo dividere con la band, sebbene fossero indirizzati solo a me. Era una prova di amicizia. Poi, invece di pensare a scrivere canzoni, ho dovuto occuparmi solo di avvocati e processi.

Forse avevano paura di una tua carriera solista?
Se una persona è intelligente sa benissimo che da sola non va da nessuna parte. Io non sono un genio, ma sicuramente non uno stupido. Erano due quelli che hanno creato grane, mentre gli altri due suonano ancora con me. Hanno fatto un danno soprattutto a sé stessi e ai fan. Credo sia ignoranza, che ha distrutto una cosa enorme. Siamo stati spesso in classifica, con dischi fra i più venduti. Quasi 100mila copie il primo album sfiorando il Disco D’Oro, il secondo album fu sequestrato appena dopo l’uscita quando le vendite erano già arrivate a 40 mila e occupava la seconda posizione in classifica e tra il terzo, quarto e quinto album sfiorammo in totale le 200 mila copie vendute. Peccato aver rovinato un sogno.

Si è discusso di un possibile ritorno del Festivalbar. Funzionerebbe?
In quel modo non credo. Pensa che il terzo anno, dopo che eravamo reduci da due grandi successi con i Vernice, l’etichetta e Cecchetto non erano convinti di Soltanto un brivido. Fu Vittorio Salvetti, il papà del Festivalbar, a impuntarsi e volerci: “Questo pezzo ci deve stare” disse. Era un uomo semplice ma dal carisma incredibile. Si pensa spesso che chiunque possa fare qualsiasi cosa, ma non è così. Non è tanto la difficoltà di rifare il Festivalbar, quanto chi ci mette le mani. Per me il Festivalbar era lui e sarà difficile sostituirlo. Per ora non ce l’ha fatta nessuno.

Come ci si sente a passare dalle folle osannanti all’anonimato?
Prima del ’96 giravo con Vasco, con cui ho passato anche un Capodanno, con Jovanotti e Fiorello. Poi è stato difficilissimo, sono entrato in depressione. Ho vissuto male il periodo di inattività, perché scrivevo canzoni e preparavo concerti, ma niente si concretizzava visto che dovevo risolvere le questioni legali. Ho perso entrambi i genitori nel giro di un anno, i giudici prima mi hanno condannato e poi assolto, le banche non mi davano più credito e un certo tenore di vita è cambiato. Le persone che pensavo amiche si sono allontanate e nonostante il mio carattere forte me la sono vista brutta. Ho cominciato a bere e a fare cose sbagliate per eludere i problemi. E pensare che era il momento di massima ispirazione. Meno male che sono cresciuto in mezzo alla strada e quegli insegnamenti mi hanno aiutato a non perdermi. Ho persino rifiutato tante offerte di andare nelle discoteche a cantare, mi sembrava di rubare i soldi. Ma la musica mi ha salvato. La gente che mi apprezzava è rimasta, mi scrivono e sono presenti ai miei spettacoli. Preferisco dieci persone che mi vogliono bene rispetto a un milione che segue solo la moda.

E con Vasco qual era il rapporto?
Premetto: per quelli della mia generazione era un mito. Ti si attaccava come la febbre. Non c’era nessuno che non amava Vasco. L’ho conosciuto nel 1988, quando mi hanno portato a una cena dove non sapevo che ci sarebbe stato anche lui. Ascoltando l’album mi disse: “Quando canti questa canzone qui, Teddy, sembra che stai parlando con me”. Poi mi invitava ai suoi concerti, abbiamo passato un Capodanno insieme, oppure andavo nel suo ufficio a fare due chiacchiere. Una volta siamo andati insieme in discoteca, puoi immaginare il delirio. Mi ripeteva che ero bravo, che non mi dovevo preoccupare perché avevo carattere e delle cose da dire vissute davvero. Io gli somigliavo, soprattutto al primo Vasco, quello di Colpa d’Alfredo e Vita spericolata.

Il Vasco di oggi ti piace ancora?
Quando dico Vasco è come se dicessi Battisti, De Andrè o Dalla. Dopo aver scritto Albachiara, Sally, Vita spericolata, Siamo solo noi o Una canzone per te ha dimostrato un talento superiore a tutti gli altri. Sarebbe bastata Una canzone per te per gridare al miracolo. Adesso lui non può andare oltre Sally. Almeno credo, può sempre stupirci. Come Patty Pravo, nonostante il tempo passato quando si esibisce è sempre una diva. Sono personaggi che vivono di luce propria. Il talento non si compra al supermarket, o ce l’hai o non ce l’hai. Vasco ha trascinato popoli e generazioni, da quando gli davano del drogato alla laurea honoris causa. È un fenomeno e quindi oggi Vasco non deve dimostrarmi più niente.

Parlami del tuo locale dove ti impegni a far suonare musica dal vivo.
Sì, è ad Ariccia in provincia di Roma. Il locale si chiama Al Casalotto. È partito per essere un posto per feste private, ma adesso si presta a eventi in genere, soprattutto di musica live. All’interno del mio locale infatti mi piace far suonare e dar spazio soprattutto a coloro che propongono musica d’autore, musica inedita, anche se naturalmente suonano anche alcune cover band selezionate.

Che musica ascolti?
Del recente passato, l’ultimo di talento e che aveva qualcosa da dire è Gianluca Grignani. È l’unico per il quale ero disposto a spendere soldi e comprare il disco o andare a un suo concerto. Ha scritto dei pezzi a livello di Lucio Battisti. Più recentemente apprezzo la scrittura di Tommaso Paradiso. Oppure qualche tempo fa mi hanno impressionato i giovani cantautori romani che si sono esibiti al Premio Califano nel quale sono onorato di aver fatto parte della giuria.

Non ti piacerebbe collaborare con qualche trapper per provare a tornare in classifica?
La trap mi sembra solo un modo per correre dietro a una melodia, come il reggaeton, ma dove si dicono tante parole nei testi e alla fine rimane poco e niente. Io sono abituato a pensare ai pezzi e ai dischi in modo che durino nel tempo. Comunque, non li voglio giudicare male, anzi gli auguro tutto il meglio. So cosa vuol dire partire dal basso, avere delusioni e porte sbattute in faccia e poi riuscire a scalare posizioni fino al successo. In generale credo si sia abbassato il livello.

A cosa ti riferisci?
La trap mi sembra una questione di esercizio. C’erano anche prima, come quei chitarristi super tecnici che poi si confrontavano con Eric Clapton e si accorgevano del perché lui non avesse bisogno di andare così veloce. Infatti, da tempo non riesco ad ascoltare un album intero di un gruppo nato almeno negli ultimi 20 anni. Guarda caso, nel mio locale, quando facciamo il karaoke i clienti arrivano e mi chiedono il riverbero. Ma perché cerchi degli effetti? Canta e basta! Ai miei tempi il riferimento era Bruce Springsteen, se oggi è Alessandra Amoroso si capisce senza aggiungere altro a che livello siamo arrivati.

E quando vedi Loredana Bertè che si è rilanciata grazie al reggaeton?
L’ho vista qualche giorno fa nei video della Rai di Techetechetè e mi sono ricordato quanto era bella e brava. Da ragazzino gli avevo anche scritto e mi aveva persino risposto. Per me la Bertè è quella. Ma se le è servito per ritornare a stare in mezzo alla gente e ad avere rapporti con gli altri, ben venga. È il successo meritato di una persona che si era lasciata un po’ andare. Io personalmente non ci ho mai pensato al reggaeton o sonorità del genere, perché si vedrebbe troppo che faccio una cosa controvoglia.

Con quale artista ti piacerebbe collaborare per i tuoi prossimi album?
Avrei sempre voluto scrivere un pezzo per Fiorella Mannoia, perché da quando non c’è più Mia Martini la considero la migliore interprete in circolazione. Di quelli giovani, mi hanno impressionato i Thegiornalisti e il modo di scrivere di Tommaso Paradiso. Mi spiace solo aver sentito recentemente un pezzo nel quale il testo è molto bello, ma la produzione è troppo commerciale. E mi rammarico perché da un artista che reputo importante mi aspetto che si imponga. “La canzone è forte e si fa come dico io”, dovrebbe rispondere, senza farsi sovrastare dalla produzione. Però mi piacerebbe farci due chiacchiere e proporgli qualcosa. Nello stesso modo con Gianluca Grignani. Per me è un grande autore, non so se lui stesso è consapevole della sua grandezza. Ha pubblicato degli album di altissimo livello. È proprio bravo bravo bravo per la semplicità con cui riesce a esprimere le emozioni e anche con lui penso che mi troverei a condividere un progetto.

Un sogno nel cassetto?
Ne ho più di uno. In generale, che le radio tornino a fare le radio e non come adesso che sono delle case discografiche e se non stai con loro non ti passano mai. Poi mi piacerebbe che sempre più locali iniziassero a far suonare musicisti e cantanti che propongo la loro musica in modo tale che gli stessi ragazzi vengano invogliati a tirar fuori il proprio talento senza dover suonare la musica di altri, perché sennò come farà a nascere il nuovo Vasco, il nuovo Dalla o il nuovo De Andrè? I locali non fanno più suonare musica originale e quindi in cantina i giovani non provano più le loro canzoni. Ma è lì che nascono le emozioni. Comunque, a parte tutto, penso di poter dare ancora tanto alla musica. Mi basterebbe avere un’altra possibilità per dimostrarlo.

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