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SPZ ha sciolto Battisti nell’acido

Si chiama Andrea Spaziani, fa pop "liquido" difficile da incasellare, ed è il suo bello. Vuole «portare la psicheledia nel classico pop italiano» e sogna «un pubblico di gente che ne sa». No, non è it-pop

Andrea Spaziani, in arte SPZ

Foto: Silvia Violante Rouge

Il primo a parlare di società liquida per spiegare la realtà postmoderna, quella cioè priva delle grandi narrazioni, è stato il sociologo Zygmunt Bauman già vent’anni fa. Poi sono arrivati i concetti di genere e identità, fluidi anche loro. Infine, oggi, penso si possa dire lo stesso anche della musica. Per esempio SPZ – che all’anagrafe fa Andrea Spaziani, 26 anni da Roma – da poco uscito col suo primo album Noi/Gli altri, che genere fa, boh, pop? «Dico pop solo perché la mia idea di musica è quella: melodie immediate che ti restano in testa», spiega a Rolling Stone. Lui di sociologia un po’ se ne intende visto che ci è anche laureato. «Adesso la musica è liquida, è vero, perché lo è il mondo: il suono delle canzoni ne è il riflesso. A me per esempio piace prendere strutture tradizionali e vestirle di beat ricercati, internazionali, contemporanei».

Lo fa e probabilmente ci riesce visto che il suo esordio è difficile da incasellare, eterogeneo com’è. Del resto, ammette, «ho una certa allergia alle etichette», comprese quelle che gli hanno affibbiato finora. Non si sente cantautore, né pop star da cameretta. «Ma i riferimenti più importanti, e lo dico senza vergogna, restano i Beatles e Battisti». Non a caso l’impalcatura di Noi/Gli altri viene da lì, con brani come Bye bye e Bambino che sono Lucio e suoni anni ’60 disciolti nell’acido di sintetizzatori onnipresenti, ma sempre sostenuti da un dream pop che invece guarda al futuro. Ed è impossibile non pensare pure a Giorgio Poi, e «non perché mi ispiri a lui, di cui comunque ho amato Fa niente, ma per convergenza di intenti». Cioè? «Portare la psicheledia nella struttura classica del pop italiano». E quindi, sottinteso, metterci altro: Tame Impala e Mac DeMarco, almeno. Ok, forse ci siamo con la geografia.

Voce esile e acrobatica, SPZ scrive da quando era bambino e dice di aver messo gli ultimi anni sei di vita dentro Noi/Gli altri. Che è stato registrato con calma a Milano, con la produzione di Domenico Finizio dei Tropea e Lapo Vecchi a garantire «suoni più fighi» ai provini, in perenne pendolarismo con Roma. L’etichetta è Undamento, quella (anche) di Frah Quintale, con cui è entrato in contatto tramite amici di amici. Un colpo da novanta. Ma non l’associazione mentale più immediata, va detto. «Tant’è che i primi tempi soffrivo della sindrome dell’impostore», racconta. Un po’ perché da esordiente si trova a collaborare con un management già importante; e un po’ perché non si sente affine ai compagni a livello di suoni. Teme di rubare il posto a qualcuno di più meritevole. «Invece sono stati loro stessi a dirmi che gli interessavo non per prossimità artistica, ma per personalità. Vogliono outsider, e per loro lo sono. Io ne sono contento, e la cosa mia ha rassicurato». Appunto: mentre Frah e soci si sono formati col rap anni ’90 e il writing di strada, Spaziani ha un’estetica più weird e melodica. Basta il video del singolo di lancio, la rétro Scenderei anch’io, per capire: lui, vestito da Napoleone, che a cavallo fra il Settecento e l’Ottocento diserta una guerra per uccidere un compagno e rubargli un tesoro. Comunque, originale.

Per il resto, dicevamo, qui il pop è plastilina, e in Noi/Gli altri entrano psicheledia asfissiante (||Grande||) come dream pop (Hopaura) e l’hip hop elettrificato di Vuoti insieme, in feat – l’unico – con Voodoo Kid e See Maw. Non si rischia di perdere il filo? «Credo che il mio modo di scrivere garantisca coerenza», riflette. Tradotto: un costante ritorno di melodie accattivanti e testi frammentati, pop, figli «di improvvisazioni su giri di accordi, flussi di coscienza in cui mi lascio andare al suono delle parole». Una roba molto Verdena – di cui infatti mi confida di aspettare impaziente il nuovo lavoro – e non solo, visto che «poi cerco di risalire al motivo per cui in quel momento ho pronunciato quelle parole, e procedo a ritroso», neanche fosse autocoscienza. Nascono così frasi tipo “sono un iceberg con la punta di diamante” (Tra il dire e il fare) e l’urlaccio “vado in Cina” della title track, che mischia pensieri sparsi alla sociologia. «Vivo vicino Piazza Vittorio, la chinatown romana. Ho sempre avuto amici di diverse etnie, per me è un orgoglio andare in giro con loro. E quel grido è rivolto soprattutto ai razzisti». Come la canzone stessa in realtà, con un “siamo fatti di altri” che dice tutto. «L’ho imparato a Sociologia: tutto è relativo, siamo frutti del contesto; smettiamola di sentirci assoluti, o chiusi».

Al di là di questo, però, mentre ci parlo di SPZ mi colpisce soprattutto è l’ambizione. Me lo spiega chiaramente: Noi/Gli altri è un disco piccolo (solo otto tracce), costato tempo ed energie e di cui è soddisfatto; ma per il futuro ha progetti ampi. Dietro la fluidità, si nasconde una musica con le idee chiarissime. «Intanto, comunque, volevo un album che fosse tale, come quelli che ascoltavo da bambino. Per ora non mi sono sentito di più, ma col tempo spero di scrivere un concept che rimanga. Con le dovute proporzioni: un mio Sgt. Pepper. Con un suono che mi differenzi, sempre».

Foto: Silvia Violante Rouge

Strano: nel pop, al momento, l’idea di scrivere un intero LP è impopolare quanto quella di scervellarsi verso soluzioni originali, o non semplicissime. Spaziani invece sembra cercare più il consenso di (pochi) secchioni che il resto. Si scopre: «L’unica paura che avevo era suonare come gli altri italiani di oggi. Intendiamoci: stimo l’it-pop, ha dato molto al nostro pop e alla scena dal vivo. Però non è roba mia. E non mi interessa nemmeno piacere a tutti. Il mio pubblico di riferimento sono quei 200 che andavano ad ascoltarsi Giorgio Poi nei localini, prima che diventasse famoso». Quelli più smaliziati, dice; quelli che «ne sanno». Gli altri restino fuori.

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