Spiritualized, elogio dell’isolamento (e del perfezionismo) | Rolling Stone Italia
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Spiritualized, elogio dell’isolamento (e del perfezionismo)

Se c’è un artista che poteva giovarsi del lockdown, quello è Jason Pierce, uno che se ne frega delle scadenze e passa settimane lontano dal mondo a ritoccare take. «L'arte non ammette limiti di tempo»

Jason Pierce degli Spiritualized

Foto: Sarah Piantadosi

Sono passati trent’anni da quando, separatosi da Peter Kember/Sonic Boom con il quale aveva fondato gli indimenticabili Spacemen 3, Jason Pierce ha esordito con la sua nuova band, gli Spiritualized; venticinque anni dall’uscita del capolavoro Ladies and Gentlemen We Are Floating in Space, meraviglioso punto di riferimento dello space rock di ogni tempo; diciassette da quando una gravissima polmonite ha seriamente rischiato di portarlo via dal mondo troppo presto.

Invece Jason Pierce è ancora qui, e ha appena pubblicato il nono album del progetto, Everything Was Beautiful, un lavoro che ce lo mostra all’apice del suo perfezionismo, della voglia di aggiungere e aggiungere strati di suono, di combinare testi intimisti e dolenti e canzoni strutturalmente semplici alla produzione più potente e magniloquente possibile. Decine di strumenti e di musicisti coinvolti, mesi interi trascorsi a riascoltare ogni dettaglio del mix, mentre il mondo fuori si era fermato.

Jason Pierce è ancora qui, e a giudicare dall’album e da quello che ci ha raccontato, non ha perso un grammo del suo amore per la musica.

Come stai? Sei soddisfatto del disco?
Sto bene, molto bene. Sono generalmente ottimista ormai, nella vita. E sono contento del disco, altrimenti davvero non l’avrei pubblicato. È il mio modo di lavorare, ci metto un sacco di tempo a fare i dischi come voglio io, ma non mi interessa quanto ci vuole, fare musica è anche una questione di tempo e ce ne vuole molto per me per essere soddisfatto. Incontro molta gente che fa tutto di fretta, nel minor tempo possibile, o che impazzisce dietro alle scadenze, alle pianificazioni, alle pressioni, ma non è il mio modo di lavorare… Penso non ci debba essere nessun limite di tempo quando si parla di arte, finché non arrivi a quello che vuoi, e solo allora puoi chiudere un progetto. Perché non ci sono altre possibilità, non ci puoi ripensare: non puoi ritirare un disco e dire «voglio cambiare alcune cose», devi pensarci prima.

Dopo tanti anni di carriera cosa spinge ad avere voglia di fare nuova musica, a mantenere uno spirito creativo?
Bella domanda, ma non è facile rispondere. In parte è una specie di malattia: mi sento quasi in dovere, c’è sempre qualcosa che non ho detto abbastanza bene o che posso trovare nuovi modi, più belli, di esprimere. C’è già così tanta musica bellissima… Ma sento qualcosa dentro: non c’è una risposta semplice, sono tante ragioni che riguardano come mi sento. Amo la musica, amo stare dentro la musica, amo il modo in cui puoi rivoltare le cose, spingerle da una parte o da un’altra finché non trovi il loro giusto spazio, e penso che sia una cosa molto speciale. Quando ci siamo ritrovati dopo il lockdown a suonare ho ritrovato quell’emozione, la sentivo con gli Spacemen 3 e ancora di più con questa band, c’è qualcosa di profondamente magico. Anche se molto si basa su dei trucchi: li conosco, so quanto sia un’illusione semplice, quanto il sipario dietro cui sta la magia sia sottile, eppure fare musica è ancora una soddisfazione speciale.

Hai menzionato il lockdown, ho letto che hai avuto un approccio molto particolare a quella strana situazione, hai dichiarato che era come se ti ci fossi preparato per tutta la vita.
Era come se per una volta il mondo andasse con i miei ritmi. Nella maggior parte dei casi quando vai in studio non lavori dalle 9 alle 5, lavori fino a tardi la sera, e quasi sempre le cose migliori vengono fuori dopo mezzanotte, o a notte fonda, quando il mondo è calmo, si è fermato. E non ha senso, perché di fatto sei in una situazione del tutto isolata, non dovrebbe cambiare niente, eppure le cose migliori vengono fuori quando il mondo intorno si è fermato, come se si liberasse uno spazio per la musica. E durante il lockdown c’era questa sensazione di notte perenne, di strade vuote… Inoltre facendo musica hai una specie di senso di colpa perché passi il tempo da solo, ad ascoltare per un numero infinito di volte le diverse take di te stesso che suoni: è una cosa un po’ egoista, sei uno che si chiude rispetto al mondo. A volte ti manda ai matti, ti chiedi «Cosa cazzo sto facendo ancora qui?». E durante il lockdown non dovevo neanche preoccuparmi di non essere invitato a una festa, perché non c’erano feste. Quindi me la sono vissuta bene. Ovviamente preoccupandomi per l’aspetto sanitario e per tutti i problemi che ha portato un dramma del genere, vivo vicino a un ospedale quindi avevo ben chiaro cosa stesse succedendo, però a livello personale, rispetto allo scorrere delle mie giornate, e soprattutto per lavorare a un disco, mi ha dato lo spazio per concentrarmi e lavorare a tutti i piccoli dettagli senza distrazioni.

Nell’album suonano 30 musicisti, soltanto tu suoni 16 strumenti diversi. Com’è stato mixare un lavoro del genere? Hai lavorato anche come una specie di direttore d’orchestra o di regista.
I musicisti non erano mai nella stessa stanza, quindi non è stato proprio come fare il direttore d’orchestra. Si è trattato di un processo molto legato alle circostanze, ho dovuto trovare le persone singolarmente, abbiamo registrato in tanti studi diversi perché sono dovuto andare ogni volta in uno studio vicino al musicista con cui volevo lavorare. È stata come un’orchestra ma non presente in contemporanea, eppure ho sempre voluto che suonasse molto live. C’è sempre un lavoro di costruzione a posteriori in questi casi, ma stavolta, per i motivi che sappiamo, ancora di più.

Non c’era quella parte di quando qualcuno risponde a quello che sta suonando un altro, o fa dei cambiamenti a seconda di quello che sente, quando qualcuno suona più forte o più veloce e gli altri lo seguono… Però ho lavorato duramente per cercare di far passare comunque quell’idea. È stato un grande lavoro di montaggio e di direzione nella fase del mix: molti ingegneri del suono lavorano sempre allo stesso modo, esce una band, ne entra un’altra, e non cambiano niente, hanno la loro comfort zone. Ho cercato di fare uscire le persone con cui ho lavorato da quella zona, non mi interessava che suonasse come l’ultimo disco che avevano fatto, volevo che suonasse come se stesso, che trovasse il suo spazio, la sua identità.

E non è stato facile.
È difficile trovare persone che ti assecondino in questo senso. Un po’ è fortuna, ci sono momenti in cui le cose funzionano. Il disco finito è di fatto due mix messi uno sopra l’altro, quindi ci sono le parti migliori di un mix e le migliori di un altro, ed è stata una cosa casuale, non ho avuto un vero controllo su questa cosa, ho solo provato e riprovato e ho provato a vedere cosa funzionava. Sono stato più di due settimane ad assicurarmi di non essere più contento dell’idea che del vero e proprio risultato, ho provato mille volte ad ascoltare i singoli mix o quello doppio per essere sicuro che trasmettesse davvero qualcosa di speciale, che non fosse una specie di trovata di cui mi rendevo conto solo io.

E poi perseveranza, non smettere finché non era tutto al suo posto. Credo molto nel fatto che le canzoni trovino il loro spazio: puoi scrivere una canzone e registrarla, ma non è tutto, far uscire una canzone al meglio è un’altra cosa… Puoi essere Willie Nelson che scrive Crazy per Patsy Cline, ma è la sua interpretazione che fa la canzone, è qualcosa di diverso dalla canzone scritta su un pezzo di carta. Le canzoni devono trovare il loro spazio, dove stanno comode, deve sembrare che siano sempre state così. Quando ottieni il risultato finale che volevi ti dici «Come abbiamo potuto non accorgercene dall’inizio? Era ovvio che doveva suonare così!». Ma ci vuole tempo. Quando mi chiedono consigli, o come faccio a fare suonare le cose in un certo modo, io dico sempre che il segreto è il tempo: abbastanza tempo per provare le alternative, per vedere se una cosa funziona, se una cosa è come vuoi che sia.

In Let It Bleed parli di come a volte scrivere sia difficile, è un problema che tocca anche uno con la tua esperienza?
Sì, certo. Scrivere canzoni è una cosa che trovo molto affascinante: dovrebbe essere facile, il linguaggio è semplice, gli accordi sono quelli, i concetti sono “be my baby” o “I will always love you”, non è grande poesia, eppure quando è messa sulla musica giusta per qualche strano motivo diventa grande poesia. È affascinante: dovrebbe essere facile, chiunque abbia studiato un minimo dovrebbe essere in grado di farlo. Hai una minima istruzione di base, conosci una lingua, conosci tre accordi, le canzoni dovrebbero venirti fuori dalle mani. E invece non è per niente facile. Si nascondono, ti sfuggono, sono difficili da mettere insieme. È affascinante che qualcosa di così rudimentale sia così difficile. E la gente infatti non ci riesce: basta andarsi ad ascoltare le nuove uscite settimanali, e ti chiedi: «Davvero sono i migliori testi che sei riuscito a mettere insieme? Sono davvero queste le cose che volevi dire?» (ride).

Nei testi di questo disco esprimi molta gratitudine per la vita. Sappiamo che nel 2005 sei stato a lungo in ospedale, rischiando di morire. Nel frattempo però hai fatto altri tre album prima di questo, è un’esperienza che senti ancora molto vicina?
All’epoca scherzavo sul fatto che ero tornato indietro come la stessa deludente persona che ero prima di finire in ospedale. Sai che si dice che quando la gente fa esperienze del genere ti cambiano la vita, si diventa più buoni, più empatici, più caritatevoli? E io mi sentivo lo stesso di prima. Quasi deluso di non essere stato così toccato. Però col passare del tempo ho capito di più quanto sono stato fortunato, a volte sono con i miei figli o sono in tour, o succede una piccola cosa che mi dà una specie di senso di sopraffazione positiva. E allora ci penso. Oppure penso al lavoro di tante persone quando ero ricoverato… Sono stato molto fortunato.

Ascolti nuova musica? Che cosa ti piace?
Non sono e non sono mai stato molto aggiornato sulle novità, su cosa va di moda. Per me ascoltare nuova musica ha molto a che fare con la coincidenza, la casualità. Recentemente un amico mi ha passato della musica spagnola che mi è piaciuta molto ma non ricordo bene cosa fosse, dipende molto da cosa capita… Altrimenti di solito esploro ancora molto nel passato, ogni volta che penso di avere ascoltato ogni singolo pezzo di deep soul degli anni ’60 qualcuno mi fa scoprire qualcosa di nuovo. Trovo ancora sempre musica che mi sorprende, ed è scioccante che riesca ancora a scoprire cose meravigliose che mi fanno dire «Come cazzo facevo a non conoscerlo?». Il mio amore del momento è il doo wop giamaicano degli anni ’60 che per tutta la vita non sapevo neanche esistesse, fino a tipo un anno e mezzo fa. Poi ci sono generi come il gospel o il soul, dei quali puoi solo conoscere la superficie: pensi di avere sentito tutto, almeno quello che vale la pena di sentire di quel genere, e invece continui e continui a scoprire novità, come in uno scavo archeologico. Continuano a venire fuori nuove gemme.

Siete anche tornati a suonare: la dimensione live è stata sempre importante per gli Spiritualized.
Abbiamo appena fatto qualche data in Inghilterra e un po’ in America, purtroppo prima dell’uscita dell’album, che ha subito dei ritardi. Mi era mancato da morire: per quanto tempo passi a perfezionare un disco c’è qualcosa nell’immediatezza della musica live, che vive nel caos e nel dover fare tutto lì e in quel momento, che è unica. Non è qualcosa su cui si può lavorare, devi farlo in quelle due ore sul palco… E mi era mancato davvero, gli show che abbiamo fatto sono stati eccezionali.

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