Home Musica Interviste Musica

Speranza non è il rapper di strada che vi aspettate

Ha spacciato, ma ha capito che è «roba da bambino viziato che non ha voglia di fare un cazzo». Mezzo italiano e mezzo francese, fa il rapper e il muratore. 'L'ultimo a morire' è il diario della sua diversità

Foto: Daniele Cambria

Speranza. Il suo album è 'L'ulitmo a morire'

Foto: Daniele Cambria

Leggendo la biografia di Speranza, all’anagrafe Ugo Scicolone, la prima cosa che colpisce è il suo cognome, perché è lo stesso di Sophia Loren. A quanto pare, i due hanno un avo in comune e sono quindi vagamente imparentati. «Il mio trisnonno arrivò dalla Sicilia a Napoli ed ebbe due figli maschi», spiega il diretto interessato, che si appresta a pubblicare domani il suo album di debutto L’ultimo a morire. «Il primo visse a Pozzuoli e diede origine alla stirpe della Loren, il secondo si trasferì a Caserta e mise su famiglia lì: io discendo da lui».

Chissà se la divina Sophia è consapevole di avere un lontano cugino rapper, considerato peraltro uno dei più forti, artisticamente validi e originali del momento. In caso contrario farebbe bene a documentarsi perché, oltre all’innegabile talento, la sua storia sembra davvero un film, ma uno di quelli che sovvertono gli stereotipi e i luoghi comuni. Innanzitutto, perché il suo è un esordio piuttosto tardivo: ha 34 anni, parecchi per una musica come il rap, dove il giovanilismo impazza. Secondariamente, la sua è una storia di emigrazione al contrario: una vera Speranza per un’intera generazione.

Padre casertano e madre francese, Speranza nasce oltralpe e cresce a Berhen, al confine con la Germania in una sorta di quartiere-dormitorio creato per ospitare minatori e operai di origine italiana, maghrebina e slava arrivati in Francia per lavorare. Frequenta le scuole lì, ma «appena avevo qualche giorno di vacanza da scuola salivo su un pullman, mi sparavo una ventina di ore di viaggio e arrivavo a Caserta». Inizia a rappare sia in francese che in italiano fin da piccolissimo, senza però avere particolari mire o pretese di successo. «Da noi in Francia era un fenomeno puramente rionale: alcuni testi erano incomprensibili per il francese medio, o vivevi nei quartieri popolari o non li coglievi proprio», spiega. «Più che un genere musicale, era una parte integrante del contesto: nessuno faceva rap perché faceva figo. Ti veniva quasi automatico, visto che era quello che ascoltavamo dalla mattina alla sera».

Nel frattempo la scuola finisce e le prospettive di lavoro sono pochissime: l’economia non è più quella degli anni ’80, miniere e fabbriche chiudono e anche i mestieri più umili – muratore, manovale, qualunque cosa riesca a racimolare – non si trovano più tanto facilmente. «Molti vedono ancora la Francia come l’America di una volta», ride. «È un Paese che amo molto, al pari dell’Italia: non ho preferenze tra l’uno e l’altro, sarebbe come scegliere tra mia madre e mio padre. Ma è cambiato tanto, negli anni. Nessuno di noi emigrati faceva la bella vita lì, ormai». Così, nasce in lui la voglia di tornare alle origini. «Ho pensato che, non avendo niente da perdere, potevo provare a ricominciare in Italia e mi sono trasferito a Caserta. Alla fine sono rimasto, perché rispetto a Berhen c’era molta più libertà, meno segregazione. Anche i quartieri più popolari sono integrati con la città ed è più facile, per un operaio, scambiare due parole con un avvocato al bar; in Francia quasi non esiste la possibilità di confrontarsi con chi fa una vita diversa dalla tua, il che crea uno scontro inevitabile».

Foto: Roberto Graziano Moro

Se a Caserta il lavoro come muratore procede bene, per un po’ di anni la sua musica subisce invece una battuta d’arresto. Il motivo lo ammette con grande spontaneità: «Ho avuto un grosso problema con l’alcol. Ero al degrado totale: non bevevo per depressione o disperazione, era proprio un vizio, mi sfondavo». Spesso si dice che l’abuso di alcol o di sostanze favorisca la creatività, ma questo non è mai stato il caso di Speranza, che è riuscito a ricominciare a scrivere solo dopo essersi rimesso in carreggiata. «A un certo punto, dopo avere fatto delle analisi, mi hanno detto che ero vicinissimo al punto di non ritorno e che dovevo stare molto attento», aggiunge semplicemente. «Così ho eliminato i superalcolici e ho cominciato a evitare alcune amicizie che mi portavano a esagerare: essendo più lucido, in me si è risvegliata l’ispirazione, la grinta, la voglia di fare».

Il primo video di questo nuovo corso, Sparalo!, lo gira quasi per gioco, e lo pubblica su YouTube nel 2017. «Era fatto con lo stesso spirito con cui facevo rap in Francia: pensavamo che non sarebbe arrivato più in là della periferia di Caserta, o che tutt’al più avrebbe fatto qualche visualizzazione a Napoli. E invece è successo un macello!». Nel giro di breve il pezzo diventa un piccolo culto, tanto che successivamente verrà remixato da Crookers, uno dei produttori italiani più blasonati: il suo nome è sulla bocca di tutti.

A rendere Speranza così iconico è la grande naturalezza con cui alterna italiano, francese e casertano; usa perfino il dialetto rom, a volte. «Sono cresciuto accanto a tante etnie, e una volta in Italia ho iniziato spesso a bazzicare anche nell’ambiente rom. A furia di sentirli parlare ho cominciato ad approfondire la lingua: mi affascinava molto, così ho voluto fare questa follia di provare a usarla per rappare». Un bel modo per puntare i riflettori su una delle minoranze più discriminate del nostro Paese. «I rom sono il classico bersaglio facile, un nemico comune che non ha mai avuto voce in capitolo. Perché le cose cambino bisogna combattere il degrado con l’istruzione e l’inclusione».

La sua voce così pacata, quando parla, stride un po’ con il timbro roco e potente, le barre quasi urlate, l’energia rabbiosa che sprigiona da ogni sua parola quando rappa. «La mia voce non è un atteggiamento, mi esce fuori in maniera spontanea ogni volta che prendo il microfono», garantisce. «Anzi, ho provato a limitarmi, ma suono davvero spento, quindi non ha senso». Giura che riesce a tenere botta e a non perdere colpi perfino durante i live, impresa particolarmente complicata considerando che l’anno scorso è passato dall’essere un illustre sconosciuto a calcare alcuni dei palchi più importanti d’Italia in un tour condiviso con altri due pesi massimi del rap del momento, Massimo Pericolo e Barracano. «È stato pazzesco, anche perché siamo tutti amici, soprattutto con Barracano, visto che veniamo dalla stessa città», ricorda con gli occhi che brillano. «Avevamo addosso una carica incredibile, tanto che sono riuscito a fare quattro date, compresa quella milanese all’Alcatraz, con febbre e mal di gola. Stavo malissimo, ma Tachipirina e birra sono la colazione dei campioni!».

I fan della prima ora non resteranno certo delusi da L’ultimo a morire, che contiene molti veri e propri inni fatti apposta per essere cantati in coro sotto un palco (quando finalmente riusciremo a tornarci). L’album, però, è «un po’ più variegato nei temi e nei toni, per mostrare tutte le sfaccettature della mia personalità», spiega Speranza citando pezzi come Iris. «Non c’entra molto con quello che ho fatto finora. Volevo che la gente sapesse che, anche se da fuori posso apparire duro e aggressivo, dietro quella maschera ci sono dei sentimenti». Sempre espressi ed esternati alla sua maniera, sia chiaro: “Non parlo d’amore ma di rancore, un sentimento molto più profondo”, dice in Iris. «Ho voluto puntualizzare che non faccio serenate», ride. «Quando non sei ricambiato, quella sensazione scatena delle reazioni che fanno parte della vita e che sono oneste e sincere, anche quando non sono piacevoli». La rabbia, però, si mescola spesso all’ironia: Omm i merd è un’evidente invettiva contro i suoi nemici, ma il beat è talmente ballabile e allegro che quasi ti verrebbe voglia di farti insultare da lui. «Volevo qualcosa che facesse da contrasto, che sdrammatizzasse. Il messaggio è che sì, sei un uomo di merda, ma che se ti incontro per strada ti saluto comunque senza problemi. Dalle nostre parti si dice “il saluto è dell’angelo”, mai essere maleducati!», scherza. La stessa lettura ironica vale anche per un brano che potrebbe essere bollato come misogino, Puttana***: «Quei tre asterischi non sono lì a caso, vogliono indicare che non è come sembra», sottolinea. Tradotto, non è assolutamente un pezzo contro le donne: «Nei testi parlo sempre in prima persona, e al sud, quando hai un fratello a cui vuoi particolarmente bene, è normale chiamarlo per scherzo ricchione, così come è normale chiamare una sorella puttana. È quasi un vezzeggiativo».

Un’altra delle grandi differenze tra il curriculum del tipico rapper di strada e quello di Speranza è che, se di solito il tipico rapper di strada inizia a spacciare per evitare di fare un lavoro faticoso e mal pagato, Speranza ha fatto esattamente il contrario. Lo dice anche in uno dei suoi ultimi singoli, Fendt Caravan: “Andavamo ai rave per vendere trip, solo oggi ho capito che non va”. Storie di vita vissuta, racconta: «A me e ad altri amici capitava spesso di andare alle feste o ai concerti in piazza per vendere roba. Dopo un po’, però, ho capito che era una cosa squallida e che non ha senso arricchirsi facendo male al prossimo».

Non ha dubbi sul fatto che fosse la cosa giusta da fare, nonostante economicamente non gli convenisse. E non ha parole tenere per chi invece preferisce prendere la direzione opposta. «Se uno molla il lavoro per mettersi a spacciare lo fa o per incoscienza o per deficienza. È una roba da bambino viziato che non ha voglia di fare un cazzo, non ho davvero nessuna pietà per questa scelta». Fino a qualche mese fa lui stesso, nonostante la sua carriera musicale fosse in ascesa costante, continuava ancora a lavorare in cantiere: «Mi sono fermato a causa del Covid, e poi sono entrato subito in studio di registrazione. Dopo l’album vedremo come andrà, ma sono prontissimo a riprendere a fare il muratore, se ce ne fosse bisogno». Siamo sicuri che non sarà questo il caso.

Altre notizie su:  Speranza