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Spagna racconta Sanremo: «Non ho copiato ‘Gente come noi’ da ‘Last Christmas’»

Per gli accordi si è invece ispirata a un'altra canzone, di Jann Arden. Qui racconta i suoi Festival e rimpiange i vecchi tempi: «Oggi scelgono il personaggio, il ragazzino, il rapper, non la canzone»

Foto press

Da star internazionale anni ’80 a rappresentante di spicco della musica italiana (soprattutto) negli anni ’90. Salita agli onori delle cronache per i tormentoni Easy Lady e Call Me, Spagna è l’ultima donna ad aver vinto il Festivalbar con Dance Dance Dance. Ha gareggiato in cinque edizioni del Festival di Sanremo. Prima ancora di partecipare, nel 1989 è stata ospite del festival cantando Let Me (Say I Love You).

Nel 1995 sei arrivata terza con Gente come noi
L’ultima sera, prima di andare all’Ariston, accendo la tv e incappo in un servizio sui papabili vincitori. Il mio nome non è tra questi. Così sono andata alla finale a cuor leggero, senza responsabilità addosso. Non avevo aspettative, ma notavo che alle persone il pezzo piaceva.

Quindi?
Ero in camerino, dopo l’esibizione, e volevo andare via. Era mia abitudine chiamare mia mamma prima e dopo aver cantato: le chiedevo sempre di fare una preghierina per me.

Non ti fecero andare via?
Mi dissero che dovevo aspettare e, a un certo punto, sento urlare il mio nome: «Ivana! Ivana! Ivana!». Quella voce lì me la ricorderò per sempre: ero arrivata terza. Il mio compagno dell’epoca esclamò: «Che grana!». Si sconvolse la mia vita.

Con il festival ci prendi gusto: l’anno dopo porti E io penso a te.
Arrivai quarta, ma vinsi nelle vendite come dimostrato da Sanremo Top (il programma premiava gli album più venduti dei cantanti che avevano partecipato al festival, nel caso di Spagna il disco era Lupi solitari, ndr).

Nel 1998, invece, è il momento di E che mai sarà.
Il mio festival più triste. Avevo appena perso la mia mamma e le avevo dedicato la canzone. Una cosa che tenni per me: non volevo puntare sul pietismo. La morte di mia madre è stata un dramma e, per quel brano, avevo in testa lei.

Che successe?
La stampa mi massacrò. Già in passato avevano detto che avevo copiato Gente come noi da Last Christmas di George Michael, ma non è così!

E com’è andata invece?
Pippo Baudo voleva assolutamente partecipassi al festival dopo il successo del Re Leone. Così, il mio manager di allora mi diede un brano che a me non piaceva: fu il primo compromesso della mia vita. Lo registrai, Pippo ascoltò il pezzo e confermò di volermi a Sanremo, ma non con quella canzone.

Quindi?
Dissi al mio agente di non preoccuparsi più: il brano per il festival lo avrei scritto io. Mi sono messa al pianoforte e, in tv, sento l’armonia di una pubblicità. Ho tirato giù la concatenazione armonica e ho lavorato su quella. Il brano era Insentive di Jann Arden, utilizzato per lo spot della Coin. Non c’entrava nulla George Michael.

Capito. Arriviamo al 2000, quando porti Con il tuo nome.
Avevo fatto un arrangiamento con le cornamuse: era bellissimo. Poi esce Hevia con Busindre Reel e fa il botto. Mi sono detta che, se avessi presentato la canzone così com’era, avrebbero tirato fuori un’altra volta la storia del copiare. Ho tolto le cornamuse con la morte nel cuore, ma è stato un errore.

Nel 2006 con Noi non possiamo cambiare, non sei nemmeno arrivata in finale…
Me lo aspettavo. Non l’avevo scritta io, quella canzone, me ne ero innamorata, ma sapevo che non avrebbe avuto successo. Non aveva l’inciso, il ritornello. Però mi era piaciuta per le cose che diceva, mi rispecchiava.

L’ultima volta che ti abbiamo visto sul palco dell’Ariston è stato nel 2008, quando hai accompagnato Loredana Bertè squalificata perché la sua Musica e parole non era inedita.
Ma è andata meglio così: Loredana ha avuto una risposta mediatica paurosa. Io dovevo partecipare con lei solo nella serata dei duetti, mentre alla fine feci tre apparizioni, Domenica in compresa.

Cosa ricordi di quell’edizione?
Ero in hotel con Loredana, quando entra Baudo e le dice della squalifica. Nonostante l’esclusione dalla gara e l’arrabbiatura della Bertè, quella settimana passata con lei fu bellissima.

Poi non ti abbiamo più vista in gara.
Nonostante abbia avuto un sacco di richieste, dai colleghi, per dei duetti, da un paio d’anni non presento più brani.

Come mai?
Si perde tempo e basta. Ormai gli organizzatori sanno già chi chiamare. Scelgono il personaggio del momento, il ragazzino, il rapper, non la canzone. Io non sono in questa rosa, forse per l’età. Magari quando sarò ancora un pelino più vecchia avrò possibilità di tornarci. Perché so cosa vuol dire presentare un brano e non essere presa.

Che pezzo avevi fatto sentire?
Non mi ricordo, ma non uscì neanche come singolo. Però c’è una canzone che avrei presentato, e non l’ho fatto.

Quale?
Nessuno è come te dell’album 1954. Mi avevano detto di non fare uscire il disco per presentare il pezzo a Sanremo, dove ci si gioca tutto in tre minuti. Io l’ho fatto uscire lo stesso. Peccato che poi sia scoppiata la pandemia. Diciamo che, quella canzone, la ritengo congelata.

Arriviamo al live action del Re Leone. Ci sei rimasta male del fatto che non ti hanno richiamata a cantare Il cerchio della vita?
Certo, mi avrebbe fatto piacere se mi avessero richiamato, ma era tutta una nuova produzione. Non potevano tenere, per i diritti, gli stessi cantanti. Era obbligatorio coinvolgere altra gente. Era tutto nuovo, ma la cosa che mi ha stupito, oltre alla bella voce dell’interprete Cheryl Porter, era che in classifica sono salita anche io.

Ah sì?
Sì, mi telefonavano e mi dicevano: «Ivana, sei più alta in classifica». Non ci potevo credere. E poi sai cos’è la cosa che mi piace?

Dimmi.
È che i bambini e la gente mi riconoscono come quella del Re Leone ed è una cosa bellissima. Ha toccato tre generazioni.

Ti è piaciuto il live action?
Sì, ma sai che ho avuto paura?

In che senso?
La scena delle iene era talmente realistica che ho pensato: «Ma questo è un cartoon per bambini? Ho paura io!». Io sono affezionata ai primi cartoni, a quelli che mi fanno sognare, quel film era troppo reale. Era bellissimo, l’animazione stupenda, impressionante, ma una cosa, quando nasce in un modo, ha una sua magia, nonostante i live action siano davvero ben fatti. Comunque la Disney mi ha invitato all’inaugurazione, e mi ha fatto molto piacere.

Ti ha ricordato la prima del “tuo” Re Leone?
Ricordo la prima a Disneyland Paris, era una fiaba con 100 persone di varie tribù che indicavano la strada agli ospiti e c’era la ricostruzione di una foresta con tuoni e lampi. Quando si muove la Disney non ce n’è per nessuno.

E quando l’hai visto al cinema?
Ero anche io dentro una favola. Quando ho sentito la canzone, con la mia voce, mi veniva da piangere come pure quando è morto Mufasa, il papà di Simba.

Quello era un cartoon, ma nella vita reale tu sei una che è molto attiva per la salvaguardia degli animali.
Nella mia vita ne ho salvati tanti. Ultimamente ho tratto in salvo un piccione, anche se mi dicevano di non toccarlo perché portava malattie. L’ho portato dal veterinario, l’ho fatto tornare a volare. E poi mi sono occupata di tanti gatti. Una, la mia piccola prima gattina, che è stata con me per 18 anni e mezzo, miagolando mi ha fatto capire che stavo sbagliando tutto, mi ha salvato la vita. Io ho salvato loro, ma loro hanno salvato me, nel vero senso della parola. La vita è un dare e un avere.

I gatti sono la tua passione…
Io penso che, se c’è una reincarnazione, io sono stata un gatto, perché li sento proprio vicino a me. E poi i gatti leggono il pensiero e vedono cose che non vediamo.

Davvero?
Detto da scienziati, eh… Adesso ho cinque gatti in casa che, come telecomandati, ogni tanto guardano tutti nello stesso punto e vedono qualcosa che noi non vediamo.

E i cani?
Nei loro occhi vedo le persone, percepisco proprio un’umanità.

Come hai vissuto questi momenti di pandemia?
Ho imparato, da questa situazione, che puoi perdere la salute da un momento all’altro. E poi penso alla libertà, che non abbiamo più. In questo momento in cui siamo succubi delle regole, per me, è il bene più prezioso.

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