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Sono tornati gli Stereophonics, gli antieroi del dad rock

Intervista a Kelly Jones. Ovvero essere rocker e volare bassi: il nuovo album 'Oochya!', l'atteggiamento da anti-star, le virtù insite nelle piccole cose, la musica come mestiere, la famiglia e le pinte al pub

Stereophonics

Foto: Scarlet Page

Kelly Jones è una rockstar anomala. Riservato e pacato, non si è mai concesso gli eccessi della vita da rocker, nemmeno quando gli Stereophonics hanno accompagnato in tour i Rolling Stones o gli U2, quando di situazioni del tipo sesso, droga e rock’n’roll ne ha viste parecchie, come racconta lui stesso. Figuriamoci adesso che Jones, classe 1974, ha quattro figli e pensa fermamente che a 40 anni non si possano avere gli stessi comportamenti che si avevano a 20. «Saresti un cazzo di idiota».

Detto ciò, a Jones bere piace, soprattutto birra. E anche vivere al massimo il sogno di chi ha fatto della sua passione un lavoro. Livin’ the dream, dicono gli anglofoni. Il problema, racconta, è che quando esci dal sogno ti svegli urlando. Al punto che nel 2019, dopo la pubblicazione dell’undicesimo album in studio della band gallese Kind, Jones ha considerato di prendersi una pausa dalla musica. Invece, lui e gli Stereophonics sono ancora qui e dopo 25 anni tondi di attività stanno per pubblicare Oochya!, album d’inediti in uscita il 4 marzo. È nato quasi per sbaglio, quando la band si è messa al lavoro sull’idea di una raccolta celebrativa. Ma quando dei musicisti entrano in uno studio di registrazione, l’idea di mettersi a scrivere un disco nuovo di zecca è dietro l’angolo.

Forse proprio perché avrebbe dovuto essere una raccolta Oochya! – una parola che Jones non sa bene da dove arrivi e che, sprovvista di uno specifico significato, potrebbe essere usata per esempio per incitare la propria squadra durante una partita – è un disco variegato. «Ci sono canzoni rock, altre più dark, è molto eclettico e mostra i diversi stili della band. Il fatto che il disco inizi con un pezzo come Hanging On Your Hinges potrebbe dare l’impressione che si tratti solo di un album rock’n’roll, ma non vedo questo contrasto così forte con il disco precedente. Così come è stato per Kind, anche questo racconta quello che ho vissuto in prima persona. Penso per esempio a Forever, una canzone molto personale», racconta Jones, che nell’album riconosce le influenze di svariate band e artisti, dai Pearl Jam («Riesci a sentirli in When You See») a Tom Petty e agli Strokes, passando per Otis Redding e i Faces a cui Kelly s’ ispira in un brano come Seen That Look Before, fino ai Police in You’re My Soul.

Il disco ha preso forma, con i produttori Jim Lowe e George Drakoulias, nello stesso studio di registrazione, il britannico Distillery, nel Wiltshire, dove la formazione originaria di Cwmaman ha inciso i suoi ultimi tre album. Era pronto da un po’ ma le complicazioni della pandemia hanno spinto i musicisti – oltre a Kelly Jones, Richard Jones, Adam Zindani e Jamie Morrison – a ritardarne la pubblicazione in attesa di tempi migliori. È anche per questo che Jones e soci, ora che la musica dal vivo sembra aver ritrovato se non la stabilità perlomeno qualche margine di movimento in più, potranno portare in tour il disco a partire dal prossimo 18 marzo con il debutto all’AO Arena di Manchester. Al momento le date sono tutte britanniche, anche se non è escluso che ne saltino fuori altre.

«Molte delle band che c’erano in giro non esistono più», dice Jones. «Tra il nostro pubblico, che conta un 50% di uomini e un 50% di donne, ci sono persone che ci seguono dall’inizio e altre che ci hanno conosciuti lo scorso anno, ragazzi giovani che hanno appena scoperto la band. La nostra musica si è sempre rivolta a persone molto diverse tra loro, forse perché esprimiamo sensibilità diverse. Magari è questa è una delle ragioni per cui siamo durati, per cui siamo ancora rilevanti».

A pesare non sono le aspettative, ma la prospettiva di restare lontani dalle famiglie per lunghi mesi o la disciplina dietro alle performance sui grandi palchi. «Come songwriter non sento pressioni, sento però quelle intorno agli obblighi di quando la macchina inizia a muoversi, quando parte il tour e devi suonare ogni sera a un alto livello. Ma anche questo fa parte del mestiere del musicista: in tutta la nostra carriera abbiamo cancellato uno o due show in 25 anni».

È sempre questo senso di concretezza che fa sì che la band venga associata a un’etica da working class, dove non c’è spazio per le frivolezze e il duro lavoro quotidiano si conclude con una pinta di birra al pub in fondo alla strada. Nato nel villaggio di minatori di Cwmaman, nel sud del Galles, con entrambi i genitori operai in fabbrica, Jones è cresciuto in quel tipo di contesto. In quanto fratello più piccolo di tre, si trovava spesso circondato da persone più grandi di lui, dai fratelli maggiori agli abitanti del quartiere. «Tutti lavoravano in fabbrica. Li ascoltavo parlare e capivo la loro vita di tutti i giorni. Anche ora che vivo a Londra e faccio parte di una band di successo quando cammino per le strade o faccio shopping non sento alcuna differenza. Chi mi ha conosciuto prima e mi vede sul palco pensa: chi cazzo è quel tizio?». Anche per questo i piccoli pub restano posti speciali per gli Stereophonics, sono quelli dove tutto è iniziato e quelli dove, racconta Jones, ci si ubriacava. Non si cercava di ottenere niente, si facevano ascoltare canzoni scritte qualche settimana prima a una manciata di persone e non importava granché che i presenti capissero quello che la band cercava di dire. I soldi erano pochi e quei pochi venivano utilizzati per il cibo e l’alcol. «Era eccitante. Lo è anche ora, ma è diverso».

Forse è a causa di questo tipo di percorso che il gruppo ha sempre mantenuto un basso profilo. È nelle piccole cose che secondo Jones risiede la libertà. «Penso che essere liberi voglia dire essere il più possibile presenti nel momento. La libertà sta nella quotidianità e nei momenti di valore, non ha niente a che vedere con jet privati e macchine veloci».

Molto è cambiato nel corso degli anni («Quando abbiamo iniziato c’erano un sacco di band, un sacco di musica con le chitarre, era un periodo molto intenso per l’industria musicale») e non riconosce più la dimensione da tribù che animava la scena musicale, eppure per Jones non è cambiato molto. «Cerco di dire la verità e di essere il più onesto possibile. Cerco di raccontare la rabbia, la gioia o qualunque cosa io stia vivendo».

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