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Sono 25 anni che i Tre Allegri Ragazzi Morti difendono i mostri dalle persone

Il trio di Pordenone è sopravvissuto a un quarto di secolo di rock raccontando favole a rovescio. «Siamo partiti da una città eccentrica per immaginare un mondo diverso»

Tre Allegri Ragazzi Morti

Foto: Ilaria Magliocchetti Lombi

I Tre Allegri Ragazzi Morti vivono il rock con disincanto e una notevole dose di ironia. Forse è per questo che sono sopravvissuti al grunge, all’indie e a tutte quelle mode passeggere che negli ultimi venticinque anni si sono susseguite nel rock. Davide Toffolo, voce e chitarra, è oramai un signore di mezza età con lo spirito da teenager che fa musica come se avesse iniziato il mese scorso. La sua voce è calma, risponde quasi a scatti; quando pensi che abbia finito o che semplicemente non ti stia ascoltando più, fa una pausa e ricomincia a parlare, o cerca lui un concetto su cui focalizzarsi, come chi deve fare un po’ d’ordine nella testa tra una miriade di pensieri e ricordi.

Il prossimo 31 ottobre, la notte di Halloween, si terranno all’Estragon di Bologna i festeggiamenti per le nozze d’argento di questi tre ex ragazzi – oltre a Toffolo, Enrico Molteni al basso e Luca Masseroni alla batteria – che qualche segno nella storia del rock hanno lasciato. Perché pochi gruppi italiani hanno riunito così tante – e disparate – tribù adolescenti come hanno fatto i TARM tra la metà dei ’90 e i primi anni ’00. Gruppo dalla fecondissima vena compositiva e ancora in sella a una carriera più che dignitosa, il trio è stato in grado di creare un impasto vibrante, vivo e, al giro di boa dei venticinque anni, senza tempo. Capace di coniugare il pop al punk, al reggae, alla cumbia, al dub, a certa psichedelia (e persino uno scherzo jazz) in una discografia che riesce comunque a essere coesa e ben articolata. «Se mi guardo indietro» dice Davide «vedo che siamo partiti da una città eccentrica (Pordenone, ndr) per trovare la nostra identità e per immaginare un mondo diverso da quello in cui vivevamo. Abbiamo incontrato tantissime anime e tantissimi desideri. E siamo ancora qui ad ascoltare e in viaggio. Oramai siamo diventati questo. Nomadi, suonatori. Condizione bella e tragica. Antiborghese per eccellenza».

Luca conferma: «Siamo uniti come fratelli e dalla immutata voglia di suonare e cantare le nostre canzoni ovunque e per chiunque, grati a chi ci chiede di farlo. Amo il nostro pubblico, mi considero fan dei fan». Viene spontaneo aggiungere che, per resistere tutto questo tempo, la fortuna non basta, ci vogliono anche delle capacità. Enrico allora scioglie i miei dubbi con un laconico: «Credo che la capacità principale sia da ricercare nella creatività di Davide». E aggiunge: «Lui ragiona sempre in un’ottica artistica. Nell’insieme abbiamo sempre immaginato il gruppo come qualcosa di più grande delle nostre singole presenze, credo che mantenere fermo quel punto di vista sia una delle nostre più grandi capacità».

Non puoi chiedere di meglio. In tempi come questi ci sono ancora loro che non hanno più vent’anni, si chiamano come un film mancato di Lucio Fulci, salgono sul palco come se ogni giorno fosse il Día de los muertos, e ti rovesciano addosso una quantità enorme di onestà intellettuale che un giudice di talent soffocherebbe. Ti sbilanciano. A partire dai prezzi dei biglietti per i loro concerti che meriterebbero un capitolo a sé, fino ai testi carichi di input. Se Claudio Lolli aveva disoccupato le strade dai sogni con la consapevolezza nichilista di certa nostra provincia, i Tre ce li hanno rimessi con una dose infinita di resistenza civile a tutta la merda del presente che ci ospita. Sia nella società che nel privato. E poi c’è l’energia di un’infinità di concerti dal vivo sempre sold out. «L’energia, certo», mi viene dietro Luca. «Tre Allegri Ragazzi Morti sono una rock’n’roll band e il rock’n’roll è energia, soprattutto per un batterista. Son cresciuto con i grandi drummers del rock, John Bonahm su tutti, ma mi piace pensare che ogni batterista debba assomigliare almeno un po’ ad Animal dei Muppets. Ci crede fino in fondo e ha sempre energia da vendere».

L’ultimo album in studio, Sindacato dei sogni, ispirato, toccante, fresco, in una parola bello, sembra chiudere  un cerchio ritornando a quel suono istintivamente rock che aveva caratterizzato i loro esordi, anche quelli più lontani, quelli celati nel testo di C’era un ragazzo…, indiretto omaggio all’epica 80s del Great Complotto di Pordenone, movimento artistico di cui Toffolo fece parte nei Futuritmi. Ma anche no. Davide mi spiega: «È una canzone anche sulla ricerca dell’identità. Quindi penso possa essere di tutti. Di tutti quelli che si assomigliano, almeno. Anche se sì, è un disco con una forte nostalgia dentro. Colpa di Enrico e della sua passione per la chitarra e la psichedelia americana dei primi anni ’80. Scherzo. I dischi sono sempre il prodotto del nostro incontro a tre. Io, Enrico e Luca».

Dici Tre Allegri Ragazzi Morti e dici La Tempesta Dischi, un binomio che va avanti da vent’anni. La Tempesta è l’etichetta che ha messo sotto contratto la quasi totalità dei gruppi rock che vale la pena di sentire in Italia, dai Fine Before You Came agli Zen Circus, dal Teatro degli Orrori a Uochi Toki. Ispirata immaginiamo dalla Good Vibrations di Terri Hooley o dalla Sub Pop, La Tempesta Dischi è tra le ultime etichette nostrane rimaste a ragionare in termini di album e non di singoli, la sola a crescersi gli artisti, la prima spesso a comprendere se quello che maneggia è il nuovo sound che i ragazzini (ma non solo) da lì a breve maneggeranno cum summo gaudio. È stato così per Le Luci della Centrale Elettrica ma anche per M¥SS KETA. Vien da chiedersi quale dei due progetti è (stato) più difficile da mandare avanti, il gruppo o l’etichetta? «Nessuno dei due progetti è mai stato difficile da portare avanti», risponde Enrico che de La Tempesta è il tuttofare. «In entrambi i casi facciamo quello che facciamo perché lo vogliamo fare, perché ci piace. Quindi, a parte gli ostacoli che, si sa, possono capitare in qualsiasi attività, rimaniamo determinati, curiosi e divertiti».

Ecco, se mai ve lo siete domandati, la differenza sostanziale tra Enrico e Davide è questa: Davide è poco lineare e per nulla rassicurante. È uno che gli fai una domanda e ti risponde facendone un’altra a te, è curioso e penetrante, fanciullesco nel senso migliore del termine: ricordo che una volta gli chiesi del suo libro su Pasolini appena uscito e lui mi rispose: «Sei di Ostia, dimmi tu cosa vuol dire Pasolini per te». Enrico avrebbe risposto alla mia domanda. Ecco, Davide è artistico, oserei dire in senso ampio, vista anche  la sua complementare carriera come fumettista di rinomata fama, nonché curatore di gran parte del immaginario estetico legato al microcosmo dei Tre Allegri Ragazzi Morti; Enrico è diplomatico. Ci sta. Ma sento la voglia di smuoverlo, o almeno di provarci. Degli Allegri ho sempre apprezzato il valore (diciamo) didascalico nei confronti del pubblico. Ho conosciuto ragazzi che hanno scoperto prima le loro cover che i pezzi degli Smiths e degli Art Brut, e scommetto che molti altri prima di Sindacato dei sogni non sapevano un bel nulla dei Dream Syndicate. È una cosa ragionata? Enrico: «Se citiamo i Dream Syndicate o facciamo delle cover lo facciamo per amore, non di certo per la volontà di alterare la percezione che si ha di noi. Piacciamo ai ragazzini? Benissimo, che culo! Qualcuno non capisce il nostro spessore? Vaffanculo e così sia!».

 

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Tre allegri ragazzi morti (@treallegri) in data:

Rimanendo in tema adolescenti, mi torna in mente il meme apparso sui profili social della band un mese fa: Greta Thunberg con la maschera dei Ragazzi Morti e i versi del testo di Puoi dirlo a tutti: “Mi hanno rubato l’infanzia, rubato la gioventù, rovinato l’adolescenza e adesso ci sei tu”. «Il meme è nato in rete, l’ho solo ripostato», precisa Davide. «L’album con quella canzone, Primitivi del futuro, il nostro disco reggae, è ambientalista. Primitivista e ambientalista. Le parole usate da Greta nel suo discorso sono effettivamente molto simili al nostro testo. Le cose che dice sono condivisibili e apparentemente semplici. Come le nostre canzoni. Le più belle della musica italiana. Per chi le conosce».

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