Solo uno con la storia di Sick Luke poteva fare un disco extralarge come ‘X2’ | Rolling Stone Italia
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Solo uno con la storia di Sick Luke poteva fare un disco extralarge come ‘X2’

Più che un album, è un assembramento musicale: 34 artisti, 17 brani. Qui il produttore racconta la sua storia di americanotto a Roma, dagli insegnamenti del padre Duke Montana alla generazione 2016, fino alle produzioni con la Dark Polo Gang. «È grazie a loro che ci sono i soldi per il rap italiano»

Sick Luke

Foto: Siermond & Fols

Se in questo disgraziato momento storico fosse possibile suonare dal vivo, il tour di X2 creerebbe problemi di assembramento sopra il palco, oltre che sotto. «In effetti forse le mascherine dovremmo portarle anche noi», scherza Sick Luke in collegamento via Zoom da Roma, mentre fantastica su un mega concerto in cui accogliere tutti i suoi ospiti e risuonare interamente i suoi beat con una live band.

Per il suo primo album da producer ha fatto le cose in grande: ha convocato Gazzelle, Tedua, Geolier, Ernia, Ariete, Mecna, tha Supreme, Sfera Ebbasta, Franco126, Coez, Ketama126, Pyrex, Capo Plaza, Shiva, Ghali, Tony Effe, Chiello, Madame, Taxi B, Leon Faun, Jake La Furia, Fabri Fibra, Izi, Gaia, Carl Brave, Luchè, Cosmo, Pop X, Emis Killa, Side Baby, gli Psicologi, CoCo e Duke Montana. Quest’ultimo non è certo un nome a caso, perché la parabola di Sick Luke è unica nel suo genere.

Nato a Londra 27 anni fa da genitori giovanissimi, ma cresciuto da un padre single decisamente sui generis – il Duke Montana di cui sopra, che si divide tra le difficoltà di tirare su il figlio da solo e il fare la storia con il leggendario collettivo rap romano TruceKlan – Luke trascorre buona parte della sua infanzia e adolescenza tra l’Inghilterra e Los Angeles, prima di rientrare a Roma. Da ragazzino comincia a creare per gioco i primi beat e ben presto la storia la fa anche lui insieme alla famigerata Dark Polo Gang, di cui è il produttore ufficiale. Man mano che la fama della DPG aumenta, diventa uno dei più richiesti produttori del momento e lavora praticamente con chiunque. Fino a qualche mese fa, però, non aveva mai pensato a un album interamente a nome suo. «Il momento è arrivato quando finalmente ho avuto un po’ di tempo per me, durante il lockdown», racconta, visibilmente soddisfatto del risultato.

E fa bene ad esserlo: X2 è un lavoro estremamente eterogeneo, che riunisce il meglio di mondi lontani anni luce tra di loro e riesce a fare apprezzare la sua creatività fuori dagli schemi anche a chi la trap, in prima battuta, proprio non la digeriva. Luke sente di avere dato davvero tutto in questo lavoro, tant’è che al momento si è preso una breve «pausa per respirare», per la prima volta. «Ho paura che quando tornerò in studio non saprò più come si fanno i beat, ma per fortuna posso permettermi di fermarmi un attimo: nell’hard disk ne ho circa 5000 inediti, tutti degli ultimi tre anni». Così, per un po’ ha deciso di godersi la vita: va in palestra, gioca a calcio e alla PlayStation, si rilassa e risponde alle nostre domande.

Come hai scelto i nomi coinvolti in X2 e a che produzione abbinarli?
In realtà tanti beat sono nati da un ragionamento: che sonorità mi servono, in questo album? Solo dopo pensavo a chi avrebbe potuto cantarci sopra. L’idea era fare tanta roba con tanti artisti, soprattutto con tanti artisti con cui non avevo mai lavorato: volevo che la gente sentisse cose molto diverse dallo stile classico che di solito associano a me, per dimostrare chi sono. Per quello ci sono 34 artisti e 17 brani. Una decina di tracce e una quindicina di feat non mi sarebbero bastati. Ne avrei fatti anche di più, se avessi potuto.

Ecco, appunto: manca qualcuno, tra quelli che avresti voluto?
Tantissimi, sì. Ma non posso fare nomi (ride).

Uno te lo faccio io, visto che questa storia circola sui social da giorni: hai raccontato che hai contattato Rondo Da Sosa per collaborare, ma lui non avrebbe mai neanche risposto ai tuoi messaggi… Che è successo?
Mah, niente. Ogni tanto ci parliamo via DM, gli avevo scritto un po’ di volte e aveva sempre risposto, ma quando gli ho parlato del disco è scomparso. Però sai che c’è? Mi ritrovo abbastanza in quello che ha fatto. Quando stavo con la Dark Polo Gang mi scrivevano tutti e io non rispondevo mai a nessuno. E tutti mi odiavano.

Perché non rispondevi mai?
Perché stavo nel mio momento d’oro! Ora sono cresciuto e sono molto più aperto, ma ai tempi mi sembrava che tutto il resto facesse schifo, non pensavo mi servisse. E infatti allora non mi serviva. Facevo musica solo con la DPG e con gente tipo Sfera, Tedua, Izi.

La famosa generazione 2016, che ha dato vita a un cambiamento epocale nel rap italiano. Come vi siete conosciuti?
In quel periodo, sarà stato il 2014, stavo alla Garbatella e avevo un piccolo studio in garage. Veniva sempre a trovarmi Gianni Bismark: anche lui poi è diventato un rapper, ma ai tempi era semplicemente un amico con cui passavo i pomeriggi a fumarmi le canne – ora non fumo più, ma in passato me ne facevo tantissime – e ad ascoltare musica di gente ancora abbastanza sconosciuta, da Booba a Yung Lean. Un giorno mi fa: «Bro, senti un po’ ‘sto gruppo, sono amici miei: secondo me dovresti collaborare con loro». Era la Dark Polo Gang. Il resto è storia.

La DPG è un capitolo piuttosto dibattuto della storia, per non dire controverso. C’è chi vi idolatra e c’è chi dice che avete rovinato l’hip hop italiano…
Secondo me è grazie alla Dark Polo Gang che ci sono i soldi per il rap italiano. Prima non girava una lira. Se non fosse partito tutto questo, oggi saremmo molto più indietro rispetto all’estero. Abbiamo reso trendy Instagram, cominciando a spingere la nostra musica anche con i post, gli outfit… Prima nessuno usava i social per fare promozione. Non ricordo neanche più cosa andava all’epoca: MySpace, forse?

Facebook!
Giusto, è vero! Non c’era niente di swag in Facebook.

Parli della scena hip hop con grande cognizione di causa perché di fatto ci sei nato dentro, per via di tuo padre. Di solito, per trovare la propria strada, crescendo si tende a prendere le distanze dalla musica che ascoltano i genitori: tu hai fatto il contrario.
Il mio è un caso un po’ particolare, perché aveva 18 anni quando sono nato. Tant’è che quando dicevo che mio padre era Duke Montana nessuno ci credeva: «Naaah, stai a di’ una cazzata, Duke Montana non ci ha figli, rappa col TruceKlan, è un criminale…» (ride). Tra noi c’è poca differenza d’età e il mio rapporto con lui è stato diverso. Chi ha genitori un po’ più anziani cerca di allontanarsi, io invece volevo stare sempre con lui quando ero piccolo. Mi faceva davvero piacere vedere il suo mondo, mi appassionava. Se non ci fosse stato lui, non so se avrei mai iniziato a fare il beatmaker.

Quando hai iniziato a fare il produttore come ha reagito?
All’inizio non gli sembrava vero. È super orgoglioso di me: mi dice sempre che il fatto di non essere stato lui a spingermi verso la musica rap gli fa capire che voglio farla davvero. Mi ha sempre supportato: tutti i pochi soldi che riusciva a fare li investiva su di me. Mi ha comprato la prima tastiera, il primo Mac… Se non ci fosse stato lui, non ci sarebbe stato neanche Sick Luke. Quindi grazie, papà.

Nel pezzo insieme a lui, Libertà, raccontate aspetti della vostra storia che non erano noti a molti: le difficoltà economiche, il fatto che ti abbia cresciuto da solo nonostante fosse lui stesso un ragazzo…
Col fatto che vengo associato alla Dark Polo Gang, molti credono che anche io venga dal centro, della Roma bene. In realtà ero una pagina a parte, il classico underdog delle periferie. Un po’ mi dava fastidio che mi percepissero per quello che non ero, ma alla fine ho lasciato perdere: pensino quello che vogliono, non c’è bisogno di farlo sapere a tutti. Però quando ho fatto il disco mi sono detto che aveva più senso dare spazio a un pezzo un pochino più serio, in cui avevo l’opportunità di dire qualcosa, piuttosto che all’ennesimo pezzo cazzone. Chi mi conosce sa quanta verità c’è in quella traccia. E poi mio padre rappa solo di cose vere, come è noto. Grazie a lui ho il timbro di autenticità (ride).

Prima di abitare a Roma hai vissuto buona parte della tua infanzia e adolescenza all’estero. Con che occhi guardi il nostro Paese e la sua scena musicale, oggi?
In Italia rimango sempre un turista, forse per quello ne sono così innamorato, soprattutto di Roma: mi sento una specie di Francesco Totti, non me ne vorrei mai andare. Avrei voluto avere l’opportunità di lavorare un po’ di più con artisti stranieri, ma per quest’album un po’ per pigrizia, un po’ per il timing pessimo – è sempre meglio incontrarsi dal vivo che fare le cose a distanza, amo passare il tempo con gli artisti con cui collaboro – alla fine non l’ho fatto. Ma non mi lamento, in fondo ha più senso così. Sono felice di aver fatto parte di un gruppo di persone che ha cambiato le cose per la musica italiana: la DPG, Sfera, Ghali. Abbiamo creato un movimento simile a quello che c’era in America, anche per i numeri: ogni settimana spuntava fuori un nuovo disco d’oro o di platino, i cachet per i concerti erano sempre più grossi, i sold out erano una regola. Per fortuna questo è un Paese molto curioso, le novità piacciono molto, cosa che mi fa pensare che ci saranno molte orecchie pronte ad accogliere bene X2.

Nell’album ci sono dei brani che nessuno si sarebbe aspettato da te, come Funeral Party, con Cosmo e Pop X, in bilico tra elettronica e psichedelia. Viene spontaneo chiedersi che musica ascolti quando non lavori…
Davvero di tutto. Dai Nirvana ai Tame Impala, da Yung Lean ai Geto Boys, da Prezioso a Gigi D’Agostino. Assorbo tutto e poi lo ripropongo nel mio mondo, a istinto. Anche nello scegliere chi mettere sulle varie tracce agisco molto di pancia.

Molti tuoi colleghi, a microfoni spenti, dicono che la grande difficoltà di fare un disco da producer è anche il fatto che i rapper hanno perennemente qualche scazzo in corso, e quindi le accoppiate che sognano di fare sono impossibili per problemi di antipatie reciproche. È successo anche a te?
Un sacco di gente si odia, in effetti. Ogni tanto scopro delle cose che non sapevo: scrivo a qualcuno proponendogli un pezzo con un altro rapper o trapper, e quello risponde «Eeeeeh, settimana scorsa ha scritto su Instagram che bla, bla, bla. Non possiamo chiamare qualcun altro?» (ride). Per fortuna, però, per il mio album non è capitato. Anche perché faccio da psicologo: chiedo sempre prima al rapper X se gli va di stare sulla stessa traccia del rapper Y. È la cosa migliore, sennò è una perdita di tempo per tutti. In confronto, i pezzi con i cantanti indie sono facilissimi. Mi aspettavo il contrario, li facevo molto più meticolosi e tormentati. E invece…

Nella scena it-pop, tra l’altro, in questo momento c’è una sorta di rincorsa al mondo del rap, nel linguaggio, nel look e nell’estetica. Come mai, secondo te?
Forse perché ormai è diventato la normalità: lo slang del rap è parlato da tutti, ed essere un rapper è figo. E poi, l’indie non è più quello che era dieci anni fa, in America come in Italia. Non ci sono più i Bloc Party, per capirci: ora è tutta un’altra cosa, una specie di chill rap mischiato con il rock e il pop. Ed è molto più vicino all’hip hop.

Musicalmente anche tu sei molto poliedrico: di recente hai realizzato la colonna sonora di Atlantide, film di Yuri Ancarani presentato al Festival di Venezia.
È una cosa che avrei sempre voluto fare, perché penso sempre alla mia musica come alla colonna sonora di qualcosa: chissà, potrebbe essere la mia strada quando sarò più grande. Il regista mi ha contattato dicendo che avrebbe voluto che curassi io le musiche del film, perché gli ricordavo i Goblin e Stelvio Cipriani. Detto da uno che fa cinema, di una generazione così diversa dalla mia, è stato un super complimento: non potevo certo dirgli di no. E poi è un film d’autore, quasi un viaggio per immagini, tant’è che i protagonisti hanno pochissimi dialoghi. I miei amici che l’hanno visto si sono divisi in due. Quelli coatti esclamavano roba tipo «Bro, ma questi non parlano mai, non ci ho capito nulla!» (ride). Quelli più intellettuali invece si sono complimentati. Ho preso un sacco di punti da gente che non mi conosceva e magari non mi calcolava neanche, bella storia.

A proposito di esperienze diverse, andresti anche a Sanremo, ora che la presenza del rap è stata sdoganata sul palco dell’Ariston?
Non l’ho mai seguito molto, come tante altre tradizioni italiane: essendo io un americanotto, parecchie cose me le sono perse. Ad esempio il calcio: mi piace molto giocarlo, simpatizzo per la Roma, ma non lo seguo. Però, perché no? Sarebbe un’altra voce da aggiungere alla lista di risultati ottenuti. So che il festival è una manifestazione quasi sacra, qui, e so che adesso si è aperto anche alle novità e che è diventato un po’ più cool, quindi ci starebbe. Ma, ripeto, ne parlo da outsider totale.

Saresti più orientato a concorrere ai Grammy, insomma.
Esatto, quello sarebbe top! Sicuramente un giorno anche la musica italiana ci arriverà. Modugno ne aveva vinto uno con una canzone davvero epica per i tempi, Nel blu dipinto di blu, e risuccederà, ne sono convinto. Già con i Måneskin stiamo vedendo dei risultati pazzeschi, sono arrivati dappertutto.

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